di Alain Bihr* 

Messa in circolazione da Marshall Mc Luhan negli anni 60, la metafora del “villaggio globale” non ha cessato di essere utilizzata per designare gli effetti di contrazione dello spazio-tempo in cui la “globalizzazione” capitalista ci fa vivere. Una contrazione che la pandemia Covid-19 ha illustrato in modo spettacolare: apparso nella Cina centrale (Wuhan) nelle ultime settimane del 2019, il coronavirus, che ne è responsabile, ha impiegato solo poche settimane a diffondersi (seppur in modo diseguale) su tutti i continenti, con la stessa scala e velocità della contemporanea circolazione di merci, capitali e persone. Ma questa pandemia ha rivelato, molto più profondamente, alcuni limiti, fratture e, per finire, contraddizioni all’interno di questa “globalizzazione”; una globalizzazione che alcuni scribacchini avevano profetizzato sarebbe stata “felice”. In realtà, in pieno regime del capitale, il pianeta non somiglia per nulla ad una comunità unificata e pacifica di un “villaggio”.

Quando gli stati si comportano come straccivendoli

Per cominciare, contrariamente a quanto afferma da anni la vulgata neoliberale rafforzata da numerosi studi accademici, la “mondializzazione” non ha affatto reso obsoleti e inutili gli Stati, anche nella loro forma e dimensione nazionale (gli Stati nazionali). È vero che il processo immediato di riproduzione del capitale, derivante dall’unità del suo processo di produzione e di quello della circolazione, si è “mondializzato“: fatto evidenziato dalla “mondializzazione” della circolazione delle merci e dei capitali, così come dalla “mondializzazione” delle “catene del valore” (la segmentazione dei processi produttivi tra luoghi separati, in questo caso situati in diversi Stati, facendo capo a forza lavoro diversamente qualificata e produttiva, oltre che inegualmente remunerata), dando così una dimensione planetaria alla “fabbrica fluida, flessibile, diffusa e nomade” favorita dalle imprese transnazionali.

Ma questo non è stato il caso, o lo è stato a un livello molto più basso, per la produzione e riproduzione di tutte le condizioni sociali generali del processo immediato di riproduzione del capitale, di cui gli Stati rimangono responsabili e anche, in larga misura, i primi contraenti. Ad esempio, attraverso l’apparato familiare (la famiglia nucleare, la sua ineguale divisione del lavoro tra i sessi e la sua tutela statale), l’apparato scolastico, l’apparato sanitario, l’apparato di polizia e giudiziario, ecc., la riproduzione della forza lavoro sociale (che sappiamo essere indispensabile alla valorizzazione del capitale) rimane ancora un compito degli Stati nazionali, sia delle loro strutture centrali che di quelle periferiche (regioni, metropoli, comuni, ecc.). Questo è ciò che ci spinge a parlare non di “mondializzazione” o “globalizzazione” ma, più precisamente, di transnazionalizzazione del capitalismo.

Questa architettura della riproduzione del capitale, che sembra funzionale e che è tale nel corso ordinario della riproduzione, mette in luce, nelle condizioni attuali, la contraddizione potenziale su cui poggia: quella tra uno spazio di riproduzione immediata del capitale – che si sviluppa su scala planetaria – e apparati che garantiscono invece la (ri)produzione delle sue condizioni sociali generali dimensionati e normati su scala nazionale. Se un virus apparso nella Cina centrale ha potuto dare origine a una pandemia planetaria in poche settimane, ciò è ovviamente dovuto all’estensione e all’intensificazione della circolazione delle merci e delle persone, conseguente la “mondializzazione” del processo di riproduzione immediata del capitale. Ma, allo stesso tempo, questo fenomeno patologico globale dovrebbe essere arginato dagli Stati-nazione che agiscono in ordine sparso e ognuno per conto proprio, facendo della difesa della salute delle rispettive popolazioni una priorità. Questo ha portato alla trasformazione del mondo, che il giorno prima era ancora aperto ai quattro venti della “mondializzazione” (a condizione di non essere un “migrante economico“, un richiedente asilo o un “rifugiato climatico“), in un mosaico di Stati che si chiudono gli uni agli altri, erigendo ancora una volta barriere alle loro frontiere e riaffermando, talvolta manu militari, il principio della propria sovranità territoriale.

In queste condizioni, i sistemi sanitari nazionali non solo sono stati impediti a cooperare tra di loro, ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) si è accontentata di svolgere il ruolo di emittente di allarmi a ripetizione e di raccomandazioni di buone pratiche. Abbiamo visto questi stessi Stati mettersi rapidamente in competizione quando si sono rivolti, tutti contemporaneamente, alle industrie in grado di fornire farmaci e attrezzature sanitarie per combattere il Covid-19. Così, all’inizio della pandemia, gli Stati membri della civilissima Unione Europea si sono contesi lotti di mascherine alla stessa stregua di comuni straccivendoli. La loro concorrenza era tanto più acuta e feroce in quanto, per di più, la “mondializzazione” del capitale aveva operato anche all’interno di queste industrie, portando alla loro delocalizzazione e concentrazione in alcuni “stati emergenti” (Cina e India in particolare), privando così molti Stati importanti (anche in Europa) di tutte le risorse di questo tipo sul proprio territorio. Si sono poi resi conto di come questo processo, incoraggiato anche dalle politiche neoliberali di tagli ai bilanci pubblici, li abbia resi dipendenti e contribuito a rendere ancora più precaria la sicurezza sanitaria delle loro popolazioni.

Farsi beffe dell’ex terzo mondo così come del quarto

D’altronde, a essere rigorosi, la lotta contro la pandemia attuale presuppone che l’immunità collettiva sia raggiunta sulla stessa scala in cui si sviluppa la stessa pandemia. Questo implica che la maggior parte dell’umanità dovrebbe poter beneficiare della vaccinazione, a meno che non si conti cinicamente sugli effetti della pandemia stessa. Tollerare che solo una parte del mondo ne possa beneficiare, o addirittura che il progresso della vaccinazione a livello globale continua con l’attuale estrema lentezza, significherebbe correre un doppio rischio. Il minimo sarebbe quella della perdita di parte del beneficio derivante dalla vaccinazione: poiché il virus si perpetua nelle popolazioni non vaccinate e non rispetta le frontiere, tanto più che le frontiere devono rimanere porose perché il business as usual continui, la pandemia riprenderebbe periodicamente il suo corso tra le popolazioni vaccinate; in breve, sarebbe un replay dello scenario delle “ondate” successive, ma a livello globale. Ancora peggio, perpetuando la circolazione del virus, si moltiplicherebbero in questo modo le varianti del virus e, con esse, la probabilità dell’emergenza di varianti ancora più contagiose o più virulente di quelle che sono già apparse, alcune delle quali potrebbero alla fine vanificare completamente l’effetto protettivo dei vaccini. In breve, sarebbe come giocare alla roulette russa.

Eppure è in questo gioco mortale che si sono impegnati i governi degli Stati più importanti del mondo. Avendo finanziato in gran parte lo sviluppo dei vaccini, sono stati anche i primi a poterli somministrare alle loro popolazioni nella misura in cui queste lo hanno voluto. Sono stati i primi, e per il momento gli unici. Infatti, malgrado gli impegni regolarmente rinnovati, il loro contributo alla messa a disposizione di vaccini alle popolazioni delle periferie del mondo attraverso il sistema Covax, istituito dall’OMS in collaborazione con l’ONG Gavi, è stato finora notoriamente insufficiente al punto che la vaccinazione è ancora quasi inesistente: “Al tasso attuale di vaccinazione, ci vorrebbero 57 anni perché i paesi a basso reddito raggiungano lo stesso livello di protezione di quello dei paesi del G7“, ha commentato l’ONG Oxfam.

Ci sono ovviamente forti ragioni per questa apartheid sanitaria globale. Il primo è finanziario. I vaccini sono costosi e le finanze pubbliche degli Stati più importanti, già minate dalle politiche di bilancio neoliberali perseguite da quattro decenni, sono state ulteriormente degradate dalle misure di sostegno all’”economia” (cioè al capitale) resesi necessarie dalla pandemia. Ci sarebbe certamente la possibilità di costringere i gruppi farmaceutici che producono i vaccini a fornirli al loro prezzo di costo, assai più basso del loro attuale prezzo di mercato. Gli argomenti a favore non mancherebbero: oltre allo stato di necessità in cui si trova la popolazione mondiale, gli Stati più importanti potrebbero far valere il fatto di aver finanziato in gran parte lo sviluppo di questi vaccini, e chiedere di sospendere o annullare i brevetti che attualmente permettono a questi gruppi di realizzare sontuosi profitti. Ma le poche voci (compresa quella ipocrita di Joe Biden) che si sono levate a questo proposito hanno provocato una risposta unanimemente indignata di Boris Johnson, Emmanuel Macron, Angela Merkel, Ursula von der Leyen e altri: i contratti devono essere e saranno onorati! Questo è un modo per riaffermare il loro attaccamento al principio sacrosanto che se i costi possono essere socializzati, i profitti possono invece essere solo privatizzati.

Inoltre, oggi più che mai, la periferia globale (cioè le periferie, o anche i confini del villaggio globale) è la sede della “sovrappopolazione relativa“, che serve come “esercito di riserva” del capitale (Marx). In effetti, l’ultima fase della “globalizzazione” capitalista è consistita, attraverso la liberalizzazione della circolazione internazionale del capitale, che implica in particolare la delocalizzazione di segmenti dei processi produttivi dalle formazioni centrali a quelle periferiche, nell’ampliare considerevolmente le dimensioni di questo “esercito di riserva“, attraverso l’espropriazione di centinaia di milioni di contadini nelle campagne dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, in modo da sottoporre il proletariato delle formazioni centrali alla loro concorrenza e costringerlo ad accettare la stagnazione o addirittura la diminuzione dei propri salari e la degradazione delle condizioni di impiego e di lavoro.

L’operazione ha avuto un tale successo che le direzioni capitalistiche maggiori possono essere ancora più indifferenti, oggi ancor più di ieri, al destino della stragrande maggioranza di questi neoproletari e dei loro compagni più anziani, tanto sono ormai in sovrabbondanza. Di conseguenza, possono dare libero sfogo al loro disprezzo di classe nei loro confronti, con un cinismo che in molti casi è senza dubbio accoppiato a sfumature razziste ereditate dal periodo coloniale. Se un Macron può pensare e dire che “una stazione ferroviaria [di Parigi] è un luogo dove si incontrano persone che hanno successo e persone che non valgono nulla“, che idea può avere dei migranti interni cinesi impiegati nelle fabbriche di sudore aperte nelle zone speciali del Guangdong o del Fujian, o delle lavoratrici che servono come carne da profitto nelle maquiladoras del Nord del Messico? Il fatto che, in questo modo, crea le condizioni per un futuro effetto boomerang della pandemia a livello planetario, che vanificherà ancora una volta il suo scenario di “uscita dalla crisi“, illustra quanto egli rimanga prigioniero, al pari dei suoi omologhi stranieri, delle contraddizioni inerenti ai rapporti di produzione di cui tutti vogliono essere zelanti gestori.

*Questo testo è un capitolo dell’ultimo libro di Alain Bihr intitolato Face au Covid-19: nos exigences, leurs incohérences (Editions Sylleps). L’autore analizza la doppia crisi che la pandemia di Covid-19 ha rivelato, quella del sistema capitalista e quella delle forze di alternativa, e propone alcuni percorsi per uscire dal torpore. La traduzione in italiano è stata curata da segretariato MPS.