Si danno numeri e dati. Diminuiscono gli omicidi, cresce il numero delle donne uccise, per lo più da mariti e compagni, donne uccise da uomini. Molta attenzione viene data anche alla “rieducazione” degli uomini maltrattanti. Tutto si riduce alla contrapposizione all’interno della famiglia e della coppia.

Si tace o si trascurano le mille violenze quotidiane che colpiscono le donne e le bambine nei paesi occidentali e in tutto il resto del pianeta. Esse sono il terreno di coltura che produce gli atti estremi, di cui si occupa la cronaca, insistendo spesso sugli aspetti più truci. Ma è violenza una educazione sbagliata, compressa sugli stereotipi e sulle aspettative caricate sulle bambine. Sui modelli che fin da piccole devono imitare. Sulle tensioni familiari cui devono assistere, che sfociano in comportamenti aggressivi, e spesso silenziose sottomissioni. Si impara così come essere madri e mogli.

Le difficoltà e le frustrazioni, la precarietà e la competizione dei maschi si scarica in richieste di “risarcimento” materiale e affettivo sulle donne che vivono con loro. C’è sempre qualcosa che potrebbero fare, e non fanno. C’è sempre un servizio in più che dovrebbero rendere, e poi un altro e un altro ancora.

Una somma di infelicità, che sfocia spesso in maltrattamenti e vessazioni. E in reazioni estreme davanti al tentativo di sottrarsi.

Periodicamente si passano in rassegna le violenze subite dalle donne nei paesi “arretrati”, (possibilmente islamici), che secoli di colonialismo non hanno contribuito ad eliminare, anzi! Giusto per lanciare il messaggio: “voi che volete, qui in occidente? Siete fortunate al confronto…”.

Noi accendiamo i riflettori sulla normale violenza economica che impedisce a molte donne di trovare un lavoro stabile e sicuro, garantendosi così un minimo di autonomia e di possibilità di decidere delle loro vite. Sul ricatto che pesa su di loro quando si condiziona l’accesso al posto di lavoro alla presenza o al desiderio di avere figli. Sui mille ostacoli posti all’autodeterminazione e all’accesso all’aborto. Sulla libertà concessa a capi e padroni di molestare e a volte abusare delle lavoratrici. Sulla riduzione del corpo delle donne a merce usata per vendere altre merci.

Piccole cose? Si esagera a chiamarle violenze? Alziamo allora lo sguardo sulla violenza brutale che colpisce le donne dei paesi in cui i nostri governi portano guerre, rapina e distruzione. Dove l’abuso, la schiavitù e lo stupro sono usati come arma di guerra, e i corpi delle donne usati come campo di battaglia. La violenza patita nell’abbandono forzato delle loro case e di tutto ciò che hanno faticosamente costruito. La violenza di non poter difendere, nutrire e proteggere i propri figli. Questa violenza bussa quotidianamente alle nostre porte e viene occultata dalle analisi “geopolitiche”. Ma morire di freddo non è meno grave che morire con 25 coltellate…

Le donne immigrate, invisibili e di cui si parla il meno possibile, ma sul cui lavoro si regge la gestione della cura in cui lo stato è sempre più assente, potrebbero raccontare terribili storie di violenza. Hanno subito la separazione lacerante dalle proprie famiglie per approdare alle nostre società a fornire quella cura ad anziani e malati che è affidata ai singoli e che molte donne, strette nella morsa del lavoro, non possono fornire. Ciò provoca danni incalcolabili su chi resta nei paesi d’origine, anche se sono partite col solo scopo di aiutare le proprie famiglie.

Non parliamo poi della violenza subita dalle migliaia di ragazze sequestrate o indotte con false promesse di lavoro a partire dall’Africa e dai paesi dell’Est Europa e costrette alla prostituzione, dove rischiano la vita ogni giorno, ripetutamente stuprate dai “protettori” e dai clienti.

Tra queste ricordiamo Alma Sejdini, “Adelina”, sequestrata in Albania a 17 anni e costretta a prostituirsi per anni, come moltissime altre ragazze del suo paese. Avendo patito sulla sua pelle la violenza intrinseca alla vita che conduceva, ha avuto il coraggio di denunciare i suoi sequestratori, contribuendo in modo decisivo al loro arresto e alla eliminazione della banda che teneva le fila del traffico. Ciò aveva consentito anche la liberazione di molte ragazze togliendole dalla strada. Alma sapeva che stava percorrendo una strada rischiosa e che avrebbe avuto il diritto alla protezione e alla sicurezza. Confidava per questo nell’aiuto dello stato e delle sue istituzioni. Al di là dell’umana comprensione ricevuta dai carabinieri con cui era in contatto, si è vista negare la cittadinanza italiana e ogni mezzo per sopravvivere. Nell’illusoria speranza di essere ascoltata, si è presentata davanti ai palazzi del potere, una presenza sconveniente e fastidiosa che ha ricevuto in risposta un foglio di via. Gravemente ammalata di cancro, senza nessun diritto legato alla cittadinanza, senza risorse, senza risposte da parte delle istituzioni in cui aveva illusoriamente riposto la sua fiducia, ha preannunciato il suo suicidio, e alla fine l’ha messo in atto.

Chiediamo: chi è responsabile della sua morte?

Possiamo ancora, di fronte al cinismo delle istituzioni statali, di fronte ad una società intrisa di violenza, ad un sistema sociale che si è costruito sulla violenza sui popoli, sulle donne e sugli sfruttati tutti, additare i singoli, o la permanenza di una cultura “arretrata e patriarcale”, come i responsabili di questo stato di cose?

Questa abitudine autogiustificatoria di dedicare i singoli giorni dell’anno a questa o quella nobile causa va sostituita con la denuncia attiva e la lotta costante contro ogni manifestazione di violenza, contro le sue cause profonde e contro chi la avalla e la sostiene!

Comitato 23 settembre