di Domenico Quirico

«Imbracciate tutti le armi…unitevi al nostro eroico esercito…vendichiamoci…schiacciamo i codardi, i maligni, i traditori»: è un furore accecato quello che l’impossibile premio Nobel per la pace e primo ministro etiopico Abiy Ahmed scaglia contro i suoi nemici, i tigrini e i loro alleati galla che avanzano verso Addis Abeba sulla antica «strada imperiale»; la stessa pista delle «quadrate legioni» di Badoglio, precedute dai gas, nel 1935, e dei ribelli del nord nel 1991.

Spalancano, quelle parole, un desiderio profondo di distruggere, un abisso a fior di terra: eppure è come le avessi già udite, un eco tremendo che toglie il respiro. Lo percepisco non come parola o come idea, ma come orribile presenza.

Ecco, sì. Era il 1994 in Ruanda, i capi degli hutu spronavano così a regolare i conti con i tutsi le cui truppe avanzavano inesorabili verso Kigali: ammazzateli, punite gli scarafaggi prima che vi uccidano. Schiacciare: verbo che si riserva agli insetti, ai rettili appunto. Che non ha in sé rimorso o giudizio morale.

Amnesty, intanto, segnala stupri collettivi e misfatti «collaterali» anche dall’altra parte, ai danni dei detestati amhara. Anche tra i ribelli risuonano dunque efficacemente le stesse parole di odio, quelle che scavano nell’intimo dove tutto scompare. Quelle della Medea di Seneca: odio, conducimi, io ti seguirò!

Stiamo in guardia. La guerra civile in Etiopia non è più un problema geopolitico. L’ennesimo di questa epoca disordinata. Così finora lo abbiamo osservato, distrattamente, noi dall’Occidente: chiedendoci se convenga che resti al potere Abiy Ahmed o sia meglio puntare sulla coalizione dei ribelli che ormai raggruppa tutte le rabbie etniche del paese.

In fondo in Occidente nutriamo poco rispetto per le guerre degli altri: le nostre sono decisive, giustificate, le altre primitive, incomprensibili, ingiuste. Lo scenario lì è cambiato: potremmo esser di fronte all’irrompere del Male assoluto, l’odio etnico accuratamente imbastito e accresciuto dalle trame politiche delle parti in conflitto che avanza con la calma implacabile di un bulldozer. Per l’ennesima volta vogliamo esser ciechi, fingendo di non vedere come una mattanza di grandi dimensioni venga sempre pianificata al dettaglio?

Ci si stupisce della furia di Abiy Ahmed: ma come, sembra in preda al demone della guerra! Marte non c’entra. L’invito a uccidere, il feuilleton familiare di violenza completa serve a rinsaldare la propria comunità, coinvolgere la gente nel massacro, indurla a coprirsi di sangue senza rimorso è il mezzo più perverso e rapido per legarla a sé, al destino di capo. Con lo spettro di una minaccia assoluta che richiede una distruzione assoluta.

Anche qui come in Ruanda non si può ascrivere tutto a una irrazionale esplosione di odio tribale; non è vero che gli africani siano afflitti da una tabe che li rende ciclicamente vittime e autori di odi atavici, insopprimibili, atroci perché primitivi. Ne dovremmo riconoscere purtroppo i segni ben noti: compaiono quando l’Altro, il tigrino o l’amhara o il galla, diventa scarafaggio e per raccontare devi risalire, barcollando, le linee del sangue, l’odore della morte, della paura e dell’odio. Non stanno già diventando allucinazioni e non più esseri storici e concreti?

Non ci resta molto tempo: prima che l’Etiopia, dove la guerra dura da un anno, evolva ancor più in un altro scenario di cadaveri, di orfani, di terribili assenze. Non è il momento di osservare come va a finire. Occorre andare oltre l’allarme, la preoccupazione, l’invito alla ragione, tutto ciarpame retorico inutile perché qualcuno ha già scavalcato quella linea e si muove su altri ben più terribili terreni.

Gli Stati non hanno mai agito sulla base di motivazioni umanitarie disinteressate, è vero; ma per un breve periodo si era diffusa l’idea che la protezione umanitaria fosse nell’interesse di tutti. Il Ruanda, la Siria, il Darfur e gli altri luoghi di questa geografia dell’impotenza volontaria dove la consegna strategica è stata «astieniti», non hanno dimostrato a sufficienza che denunciare il male non è affatto la stessa cosa che fare il bene? E che non agire, per quanto ci sia il rischio di dover pagare un prezzo in termini di vantaggi economici e anche di nostre vite umane, comporti alla fine sempre un costo maggiore?

La guerra etiopica, come tutti i conflitti civili, per coloro che la manovrano è una anarchica zuffa per il potere tanto che i tentativi di avviare un dialogo avviati giovedì sono tanto fumosi quanto ad ora inconcludenti.

I tigrini rivogliono il potere, quello che hanno tenuto in pugno dopo aver abbattuto il negus rosso, Menghistu e da Abiy Ahmed li ha emarginati. Il primo ministro vuole conservarlo convinto, con arroganza messianica, di esser l’unico che può guidare il popolo etiopico oltre il Mar Rosso del sottosviluppo. Il potere corrompe, il potere assoluto davvero corrompe in modo assoluto.

È stato Abiy Ahmed che per primo ha parlato di guerra totale contro i traditori del nord; che ha fatto bombardare le città; che ha chiamato in aiuto gli eritrei per saldare i conti con i tigrini, eritrei responsabili, secondo denunce ovviamente da controllare quando sarà possibile sui luoghi, di massacri e stupri; che ha scelto la fame come arma a basso costo per piegare i ribelli. Che arresta salesiani e funzionari dell’Onu additandoli alla rabbia delle masse come «spioni».

Non sarebbe altro che un atto simbolico. Ma non è arrivato il momento di revocare un premio Nobel per la pace così mal scelto, attribuito a un visionario diventato becchino? Per ribadire che l’occidente ahimè! spesso sbaglia nell’indicare i buoni, ma almeno non ha paura di riconoscere i propri errori?

15 novembre 2021

Tratto da: http://www.lastampa.it