di Domenico Quirico

Come sono tragicamente banali i golpe. Sempre lo stesso copione: proclamazione dello stato di emergenza; in manette le autorità civili, trascinate verso località paurosamente sconosciute in attesa di esser processati per le inevitabili “colpe”; radio e televisione occupate, un generale fino ad allora sconosciuto che annuncia un nuovo governo formato da misteriose “persone competenti”. E che promette: il cammino della democrazia dopo appositi aggiornamenti proseguirà. Al vecchio stile golpista appartengono le raffiche di mitra contro animosi manifestanti che chiedono ai congiurati di tornare in caserma. Ai tempi nuovi, ormai giunti anche in Africa, si deve invece il blocco di internet.

Così è accaduto ieri in Sudan. Il primo ministro Abdallah Hamdok e i componenti civili del Consiglio sovrano formato da civili e militari, che doveva guidare il paese alla democrazia dopo che due anni fa era stato abbattuto il monumentale dittatore Omar al-Bashir e il suo regime islamista e affarista, sono stati arrestati. Il generale che ha giurato che, nonostante questo intermezzo, lui e i suoi colleghi gallonati restano fedeli alla transizione democratica si chiama Abdel Fattah al – Burhane. Aggiungiamolo all’elenco. I feriti dalle raffiche sparate nelle vie della capitale contro i manifestanti che protestavano contro il golpe sono, per ora, alcune decine. Le proteste di Unione Africana, Lega Araba, Stati Uniti e cosiddette potenze occidentali si assomigliano, hanno i soliti colori senza forza, indecisi, deliquescenti di chi è stato colto di sorpresa e non sa che fare: “profonda preoccupazione”, “invito al dialogo” eccetera. Si minaccia ovviamente il blocco degli aiuti economici. Si vedrà. C’è un’altra volta, la sensazione di una scena sempre eguale, senza sviluppi, come il fotogramma di una pellicola ferma.

Confessiamolo: due anni fa ci eravamo illusi togliendo frettolosamente il Sudan dall’elenco dei paesi canaglia. Dopo i trent’anni di al- Bashir, l’amico di Ben Laden, il massacratore del Darfur, avevamo fretta.  Abbiamo creduto, come i sudanesi che erano andati in piazza eroicamente contro il tiranno nel 2019, che i militari si fossero convertiti alla divisione del potere con il movimento popolare e che avrebbero accettato un governo civile da cui prender ordini e la creazione di un parlamento eletto. Invece era rimasta una gerarchia infognata di gente feroce, arretrata, di un attaccamento vischioso al potere e alle sue prebende. Gli alti gradi in questi due anni hanno semplicemente sabotato con una resistenza sorda e efficace qualsiasi tentativo di confinarli in caserma, rifiutando di cedere il controllo della economia, della pacificazione con le guerriglie ribelli e della politica estera. In questa malriuscita ibridazione politica ai civili restavano i guai e le chiacchiere.

L’ottanta per cento delle risorse economiche sudanesi, per confessione dello stesso premier appena deposto, sfugge al controllo dei ministeri. Il portafoglio in mano ai militari, dalle aziende che allevano pollame alle costruzioni, è immenso ma del tutto misterioso e insondabile. In politica estera i militari hanno negoziato, sotto l’occhio giulivo degli americani, l’adesione al patto di Abramo, la fine delle ostilità con Israele. Affar loro anche i tentativi di accordi con i movimenti ribelli, i civili del consiglio sovrano sono stati, cortesemente, “informati”.

Nelle Forze per la libertà e il cambiamento, gruppo che ha guidato la rivoluzione civile contro la dittatura, si sono scatenati mugugni e beghe interne, che hanno offerto ai militari un’arma in più per non fare nulla. Hamdok è stato indebolito da avventate promesse di miracolose riforme economiche mai mantenute. Reale invece il debito colossale del Paese, l’inflazione galoppante, la miseria diffusa, la penuria di carburante, gas, elettricità, dopo che le tribù Bejda hanno bloccato il principale porto del paese.

Non si erano illusi i sudanesi democratici, i sostenitori del governo civile, gli eroi umili e anonimi della “Rivoluzione” del 2019. Da alcuni giorni moltiplicavano le manifestazioni in varie città del Paese e gli appelli alla vigilanza contro il rischio di un colpo di stato militare. Li insospettivano alcuni raduni di avversari della transizione democratica, sbucati dal nulla a Khartum, i seguaci di al-Bashir che lavoravano nell’ombra per creare malcontento con penuria di merci e rialzo dei prezzi, e le frequenti dichiarazioni di alcuni generali contro la ‘’cattiva gestione’’ del Paese da parte dei civili. A settembre perfino le voci di un tentativo di golpe fallito: forse una prova generale per verificare le reazioni.

E ora? I sudanesi dovranno tornare, eroici e pazienti, nel luogo della rivoluzione, davanti ad Al qeyada, letteralmente “il comando”, il quartier generale delle forze armate dove in decine di migliaia ad oltranza, dall’aprile del 2019, misero in piedi un gigantesco accampamento democratico attraversato dalla ferrovia, decisi a resistere fino a quando il dittatore non fosse caduto.  Dovranno scandire, daccapo, con tutto il fiato “tagut bas!”, la caduta è tutto!

Era ciò che con tenerezza, in un inglese molto americanizzato perché appreso guardando i film, chiamavano appunto rivoluzione. La rivoluzione è stata, come sempre, una improvvisa immersione, dopo tre generazioni di dittature, nel proprio essere, dal suo fondo e dalle sue viscere hanno estratto quasi alla cieca la basi di una nuova condizione umana.  Una rivoluzione quasi priva di idee, come sempre.  Semmai uno scoppio di realtà: un destarsi di antiche speranze addormentate, l’emergere di molte rabbie, di molti sogni, di molte contraddizioni nascoste per timore di manifestare il proprio essere.  Sì, nel 2019 il Sudan ha osato essere. Non importa se qualcosa di imprevisto sembra accaduto, nemmeno se la democrazia sia un po’ più avanti o un po’ più indietro. Di molto che è sorto non ci accorgiamo da questa parte del mondo. Le rivoluzioni camminano come la vista delle stelle, ne vediamo poche e di colpo ci accorgiamo che il cielo ne è coperto.

Una festa strepitosa durata mesi aspri e indimenticabili, fino a creare una città intera davanti a quei comandi che ha raggiunto il lontano ponte di ferro sul Nilo azzurro. Dove bevendo il karcadè si discuteva di democrazia, di religione, di diritti, dove dal nulla sorgevano dormitori centri medici cucine che in enormi marmitte sfornavano cibo per migliaia di persone. Dove erano state allestite scuole per i bambini di strada accordi da ogni angolo di Khartum, una città utopica che sognava e sperimentava il futuro, resisteva alle provocazioni degli sgherri di Bashir, dove  benefattori anonimi inviavano cibo acqua generatori, dove si esibivano cantanti e attori: vetrina e miraggio di una democrazia possibile, simbolo e miracolo, temporanea e eterna.  Perché bagnata dal sangue dei 127 martiri il 3 giugno, vittime del feroce tentativo di cacciare i manifestanti dalla loro piazza guerriera.

In questi due anni nulla era stato fatto per punire i responsabili del massacro e ad ogni anniversario i sudanesi tornavano nelle strade della capitale a invocare giustizia.  Un segno, un altro, che la transizione era bloccata, che i generali che sedevano nel consiglio sovrano non volevano si indagasse sulle loro complicità con il regime abbattuto. Come il generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto ‘’Hemmeti’’, capo delle unità paramilitari formate con assassini delle terribili milizie ‘’janjawid’’ responsabili della pulizia etnica in Darfur che non è mai cessata. I suoi uomini sarebbero stati in piazza il giorno del massacro, a uccidere e violentare, secondo alcuni testimoni. Hemmeti era vice presidente del Consiglio sovrano.

Tratto da: http://www.lastampa.it