di Haim Bresheeth-Zabner*

Questo maggio 2021 avrà infranto l’illusione degli Israeliani di essere al sicuro dal vulcano creato da una lunga storia di pulizia etnica e di apartheid.

Per decenni, gli israeliani si sono crogiolati al sole del successo. Dopo cinquant’anni di occupazione e controllo brutale e illegale di tutta la Palestina, sono riusciti ad assuefare il mondo alla realtà dell’apartheid israeliana. Sono arrivati persino a credere di essere riusciti a far accettare questo successo ai Palestinesi. Israele si stava preparando ad accogliere molti turisti sulla scia della crisi del COVID-19 in Europa e altrove, essendo uno dei pochi paesi che era riuscito a controllare efficacemente il virus. È anche vero che Israele non ha un governo regolarmente eletto da 28 mesi, il suo primo ministro è sotto inchiesta penale e la CPI (Corte Penale Internazionale) sta preparando un dossier sui crimini di guerra israeliani. Ma niente di tutto ciò ha impedito ad Israele di macchiarsi quotidianamente di nuovi crimini di guerra.

Gli Israeliani hanno vissuto sotto – o sopra – un vulcano, credendosi immuni dalle norme legali e sociali standard. Il loro dominio su più di sei milioni di Palestinesi sembrava al riparo da interventi, critiche o sfide. Pensavano persino che il loro recente riavvicinamento con le dittature del Golfo avesse completamente neutralizzato i Palestinesi.

Essendo così riuscito a controllare il virus del COVID-19, il governo israeliano è tornato energicamente al suo compito principale, che rappresenta una base consensuale della maggior parte dei partiti politici in Israele, cioè il controllo della Palestina. Il fronte di questo impegno si estende a tutti i settori della società. E non si tratta certo di un impegno nuovo: liberare la terra dal suo popolo autoctono, espellere i Palestinesi dalle loro case, dai campi, dalle città e dai villaggi, andare verso un Israele-senza-Arabi (Arabrein) in tutta la Palestina, attraverso una legislazione razzista di vasta portata come la nuova legge sullo Stato-nazione. Da uno stato razzista de facto, Israele è diventato uno stato di apartheid de jure.

Una lunga storia di pulizia etnica e di dominazione coloniale

Certo non si tratta di un progetto facile, ma Israele ha una lunga esperienza nel perfezionamento di metodi di pulizia etnica, molto più lunga della storia dello Stato israeliano. Per più di cento anni, il compito di liberare la Palestina dal suo popolo è stato sostenuto dall’Occidente – gli stati più potenti del mondo hanno incoraggiato il progetto sionista e la Dichiarazione Balfour dal 1917, e continuano a farlo – senza sfumature, senza limiti legali o morali, e senza norme di comportamento. Con un sostegno così incrollabile all’illegalità, il successo di Israele era garantito.

I tre decenni di controllo britannico sulla Palestina importarono i metodi di espropriazione sviluppati in Irlanda del Nord, impiegati in quel paese dai Black and Tans, [1] la forza volontaria che sosteneva la polizia e l’esercito britannico in Irlanda contro la lotta degli indipendentisti irlandesi. La brutalità di cui avevano fatto prova in Irlanda fu presto usata in Palestina, poiché molti di loro vi furono inviati da Winston Churchill nel 1922, agli ordini dell’ex comandante del RIC [2], Henry Hugh Tudor, che divenne il capo della Forza di Polizia in Palestina (PFP). Il razzismo praticato contro i cattolici in Irlanda divenne ancora più virulento contro i Palestinesi. Durante gli anni del Mandato, il sostegno britannico al progetto coloniale di insediamento sionista fu cruciale per costruire una base – militare, sociale, finanziaria e industriale – per il futuro Israele. I metodi brutali della PPF e dell’esercito britannico che la sosteneva nella repressione della rivolta araba di Palestina (1936-1939) divennero la specialità delle milizie sioniste, i precursori dell’IDF [3], e furono ulteriormente raffinati e amplificati dopo il 1948. Israele divenne “un piccolo e fedele Ulster ebreo“[4] in Medio Oriente, secondo le parole di Sir Ronald Storrs, il primo governatore militare di Gerusalemme; questo piccolo Ulster si rivelò molto più potente e feroce di quanto non fosse stata la provincia dell’Ulster in Irlanda.

La guerra del 1948 riuscì ad assegnare al sionismo quasi la maggior parte della Palestina, il 78% del paese. C’erano molti in Israele che consideravano la questione incompiuta: il resto del territorio dovrà essere comunque conquistato, pensavano personalità come Ben Gurion, padre fondatore di Israele e primo Primo ministro dello Stato d’Israele. In una lettera a suo figlio nell’ottobre 1937, spiegava che “La mia ipotesi (che è il motivo per cui sono un forte sostenitore di uno Stato, anche se ora è legato alla spartizione) è che uno Stato ebraico su solo una parte della terra non è la fine ma l’inizio”. Ciò che non si è potuto realizzare nel 1948, avrebbe dovuto essere realizzato più tardi. E così è stato.

Durante l’occupazione di tutto il territorio nel 1967, Israele cambiò partner passando dal decrepito impero britannico alla “democrazia coloniale” francese alla quale si ispirava la Quinta Repubblica di De Gaulle. La Francia non solo armò Israele, ma gli permise di acquisire l’opzione militare nucleare, spingendo il conflitto palestinese verso nuovi territori inesplorati. Israele restituì il favore sostenendo i due imperi coloniali, Gran Bretagna e Francia, in un attacco illegale e oltraggioso all’Egitto nel 1956. Quell’atto di aggressione brutale e ingiustificato rese chiari gli obiettivi a lungo termine di Israele. Israele ha tutte le caratteristiche di un una colonia straniera di insediamento fin dalla sua nascita e dal 1967 questo è stato il modus operandi permanente di tutti i governi israeliani.

Per più di cinque decenni, Israele ha negato tutti i diritti dei palestinesi sotto il suo controllo, e ha rubato la maggior parte delle loro risorse – terre coltivabili, acqua e imposizione forzata al servizio del solo occupante. Decine di migliaia di case sono state distrutte, milioni di alberi sono stati bruciati o sradicati, decine di migliaia di Palestinesi sono stati imprigionati con false accuse, tra cui migliaia di bambini, e oltre 15’000 palestinesi innocenti sono stati uccisi dall’esercito israeliano. Ambulanze e squadre mediche sono state costantemente sotto il fuoco e molti sono stati uccisi mentre fornivano assistenza medica. Scuole e università hanno dovuto chiudere per anni e le infrastrutture vulnerabili per le comunicazioni, l’acqua, la sanità, l’istruzione, l’elettricità, le strade, l’industria, la produzione e la distribuzione di cibo sono state ripetutamente distrutte in attacchi periodici su Gaza e la Cisgiordania, così come in Libano, Siria ed Egitto. Più di 250’000 Palestinesi sono stati espulsi a seguito della guerra del 1967, e altrettanti hanno lasciato le loro terre a causa di altri crimini di guerra che hanno reso la loro vita insopportabile. Human Rights Watch ha evidenziato i fatti relativi ai decenni di occupazione di Israele in un importante rapporto del 2019. Persino l’ONU, così attenta a non provocare l’ira di Israele, ha finalmente abbandonato la finzione in un rapporto recentemente pubblicato. Ora è ufficiale: Israele è uno stato di apartheid che commette periodicamente e continuamente crimini di guerra.

Nessuno di questi crimini avrebbe potuto avere luogo senza il sostegno attivo di Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito, Canada e Australia, che hanno fornito a Israele un ombrello diplomatico alle Nazioni Unite e reso impossibile perseguire l’opzione pacifica usata nel caso del Sudafrica dell’Apartheid, il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzione (BDS) contro l’Apartheid israeliana, l’occupazione illegale e i crimini di guerra per oltre sette decenni. Se digitate BDS in un motore di ricerca, troverete che i siti ufficiali di queste organizzazioni sono bloccati per gli utenti. Non ci vuole un genio per capire chi è responsabile di tale hacking digitale della campagna.

Ogni volta che Israele spinge la situazione a un punto esplosivo, gli Stati Uniti e i loro alleati insistono sul “diritto di Israele a difendersi“, come se distruggere Gaza o Beirut fosse una forma di difesa, o come se negare i diritti e imporre un blocco totale e illegale fosse un modo per risolvere il conflitto. Nemmeno una volta le nazioni occidentali hanno menzionato il diritto dei Palestinesi a difendersi; per queste nazioni “democratiche”, i Palestinesi ovviamente non hanno questo diritto. Né hanno diritti umani di alcun tipo: il diritto all’autodeterminazione, a vivere in pace, a possedere dei beni, all’istruzione, alla salute o al lavoro. I Palestinesi non hanno diritti politici, né il diritto di vivere liberi dall’occupazione e dall’oppressione, tutte cose che vengono invocate a nome di altre nazioni che l’Occidente pretende di sostenere, come, ad esempio, l’Ucraina.

L’unità palestinese nella lotta

Quello a cui stiamo assistendo oggi è molto più importante delle due Intifade e degli attacchi a Gaza. Ciò che caratterizza l’attuale configurazione è la riunione dei Palestinesi su entrambi i lati della linea verde [5], cancellata da Israele. Israele ha acceso un fuoco che potrebbe non essere in grado di spegnere. I Palestinesi di Jaffa, Lydda, Ramleh, Haifa, Nazareth, San Giovanni d’Acri (Aqqa) e, naturalmente, Gerusalemme e Gaza, si stanno sollevando contro la società coloniale razzista, brutale e ingiusta che sta distruggendo le loro vite da più di un secolo, dall’inizio della colonizzazione sionista della Palestina. La società israeliana non è mai stata così vanitosa, razzista e nazionalista come nell’ultimo decennio sotto Netanyahu. I quattro anni dell’amministrazione Trump hanno contribuito enormemente all’illusione della totale impunità, e il governo ha accelerato il ritmo delle confische di terre, della distruzione illegale di case e della costruzione di insediamenti, dimostrando che intende sfrattare quanti più palestinesi possibile dal suo paese, e rendere la vita di quelli che restano a tal punto impossibile che se ne andranno ovunque potranno. Questo processo, che va avanti da più di un secolo, ha dato a Israele il controllo completo di tutta la Palestina, quindi perché dovrebbero dubitare della continuazione di questo trionfo? Gli Israeliani, di sinistra, destra e centro, non hanno infatti alcun dubbio di poter continuare impunemente l’oppressione e la repressione dei Palestinesi.

Il fatto è che ora le strade stanno bruciando. I Palestinesi, quelli che hanno i pochi diritti ancora concessi loro da Israele, o i loro fratelli e sorelle nei “territori occupati” (tutta la Palestina è occupata) che non hanno alcun diritto, agiscono ora uniti contro le atrocità del dominio coloniale israeliano. Cos’hanno da perdere? Solo le loro vite; ma sotto il dominio israeliano, le loro vite sono minacciate comunque… E ne hanno avuto abbastanza, più che abbastanza, per molte generazioni. Quanto a coloro che consigliavano loro di aspettare, erano falsi messia e ciarlatani.

Analizziamo i pericoli di questa nuova e inedita situazione. La cosiddetta comunità internazionale, debole e impotente nel migliore dei casi, è ora meno incline che mai a muoversi verso una soluzione giusta in Palestina, applicando sanzioni contro Israele. I regimi arabi nella loro diversità sono in crisi d’identità, impigliati nelle guerre coloniali scatenate dall’Occidente – in Iraq, Siria, Libia e Yemen – e la maggior parte ha firmato l’accordo “Nuovo Ordine Mondiale” di Trump con Israele, ritirandosi dal conflitto e da qualsiasi sostegno ai Palestinesi. L’Autorità Palestinese – una creatura di Israele e sotto il suo controllo – ha cancellato le prime elezioni indette dal 2006, come sapevamo che avrebbero fatto, sotto la pressione israeliana. Uno dei partiti “arabi” di Israele, Ra’am, è in trattative con entrambi gli schieramenti politici, pronto a lavorare con l’uno o con l’altro, indipendentemente dal sentimento dell’opinione pubblica palestinese; tutto questo almeno è crollato nei giorni successivi agli attacchi di Gerusalemme e potrebbe portare a un fronte palestinese più unito. I Palestinesi sono stati abbandonati dall’Occidente, dai regimi arabi, dai liberali israeliani e dai liberali di tutto il mondo. Questa presa di coscienze è pericolosa – sia per i Palestinesi che per gli Israeliani – poiché tempi pericolosi suscitano misure disperate.

E ora…

Sappiamo che Israele si sta preparando da molti anni a cogliere un’opportunità politica, una congiuntura storica che gli permetterà di cacciare Palestina la maggior parte della sua popolazione indigena rimasta. Tutti i governi occidentali hanno dimostrato la loro incoerenza verso i diritti dei Palestinesi negli ultimi due decenni. Israele può tranquillamente supporre che la comunità internazionale non abbia la volontà politica di intervenire nel caso commettesse ulteriori crimini di guerra. La tentazione potrebbe rivelarsi troppo grande per Netanyahu: la scelta tra la prigione o diventare l’eroe nazionale degli Israeliani razzisti continuando la pulizia etnica è facile da capire. Di fronte a qualsiasi attacco, sarà certamente sostenuto dai suoi numerosi rivali politici che competono con lui in dichiarazioni aggressive. L’incendio è ormai ben appiccato e consumerà molti innocenti. Alcuni Israeliani sostengono che Netanyahu sta perseguendo questa politica solo per rimanere al potere, come se questo spiegasse tutto.

Cosa ci vuole d’altro per suscitare un intervento politico urgente e di principio a favore dei Palestinesi, che costringa Israele a una pace giusta in Medio Oriente? Cos’altro è necessario per evitare una serie infinita di massacri comunitari, crimini di guerra e sgomberi forzati? Questa crisi è fuori dalla portata e dal controllo della comunità mondiale, stanca e sconfitta com’è dalla crisi sanitaria? Dovremmo stare in disparte mentre Israele infiamma il Medio Oriente?

Speriamo di no.

*articolo apparso su mondoweiss.net il 12 maggio 2021. La traduzione in italiano è stata curata dal segretariato MPS

1. Milizia assunta dall’esercito britannico negli anni ’20 per sopprimere i movimenti indipendentisti irlandesi.
2. Polizia reale irlandese
3. Forze di difesa israeliane (IDF)
4. L’Ulster era una provincia del nord dell’Irlanda sotto il controllo britannico, considerata il baluardo contro il nazionalismo irlandese (vedi https://foreignpolicy.com/2010/06/23/why-the-irish-support-palestine-2/). Allo stesso modo, Israele è considerato un baluardo contro il nazionalismo arabo, almeno contro qualsiasi movimento di liberazione e di unità regionale araba.
5. La Linea Verde è il confine stabilito nel 1948 tra la parte di Palestina occupata dal nuovo Stato israeliano e il resto dei territori palestinesi.