di Fabrizio Burattini

Nella mattinata di oggi (17 aprile) una delegazione di Sinistra Anticapitalista di Bollate con altre organizzazione della sinistra della zona, si è recata al cimitero di Bollate per una cerimonia di commemorazione di Claudio Varalli morto nel corso della mobilitazione antifascista dell’aprile del 1975. Pubblichiamo un ricordo di quelle giornate di Fabrizio Burattini testimone diretto di quegli avvenimenti.

46 anni fa, a Milano, il 16 aprile 1975, alcuni neofascisti intenti a volantinare provocano spudoratamente un gruppo di giovani del Movimento studentesco che stavano tornando alla Statale dopo aver partecipato ad una manifestazione per la casa. Il neofascista Antonio Braggion, di Avanguardia nazionale, sfodera una pistola e uccide Claudio Varalli, di 18 anni, figlio di operai. In pochi minuti la notizia fa il giro della città. La sinistra rivoluzionaria tutta si mobilita. Viene indetta per l’indomani una grande manifestazione unitaria antifascista. 

La tensione sale in tutto il paese. Già, la mattina del 17 aprile a Torino un dirigente di Lotta Continua, Tonino Micciché, di 23 anni, leader della lotta per la casa nel quartiere La Falchera, viene ucciso da una guardia giurata, militante del sindacato fascista della CISNAL, che lo fredda con un colpo di pistola alla testa.

La manifestazione si svolge dunque in un clima di rabbia antifascista di massa. Al corteo, di oltre 50.000 manifestanti, partecipano, oltre ad un grandissimo numero di giovani studenti, anche un numero di operai del tutto insolito per manifestazioni di questo tipo, in particolare i lavoratori scesi in sciopero per l’occasione nelle fabbriche di Sesto S. Giovanni. Spiccano, li ricordo, gli striscioni della Magneti Marelli e della Sit Siemens.

Anche la formazione politica trotskista dei Gruppi comunisti rivoluzionari, sezione italiana della Quarta Internazionale, che qualche anno dopo assumerà il nome di Lega comunista rivoluzionaria, partecipa alla manifestazione. Io, che in quei giorni mi trovavo a Milano in quanto collaboratore fisso della redazione e della tipografia di “Bandiera rossa”, ero là, assieme a Edgardo Pellegrini, Elettra Deiana, Angelo Pedrini, Rita La Rosa, Sergio D’Amia, Pina Sardella, Enrico Simeone e a una cinquantina di altri militanti (tra i quali anche numerosi operai)

Il corteo vuole dirigersi, come concordato tra tutte le organizzazioni partecipanti, verso via Mancini dove si trova la famigerata sede del Movimento sociale, il partito erede di Mussolini. Si trattava di una villetta di due piani, trasformata dai fascisti in una specie di bunker da cui frequentemente partivano le scorribande delle squadracce. Uno schieramento senza precedenti di carabinieri e polizia impedisce violentemente al corteo di proseguire. Una parte dei compagni, dunque, dispersi dalle cariche, puntano sulla vicina sede del settimanale di estrema destra “Lo Specchio”, che viene devastata.

Noi, insieme al grosso della manifestazione, insistiamo a spingere verso la sede missina che finalmente viene espugnata e data alle fiamme. Nelle strade circostanti via Mancini (Corso 22 marzo, piazza Cinque giornate…) si scatena l’inferno. Un reparto dei carabinieri, lanciando a tutta velocità le autoblindo e i camion lungo le vie e perfino sui marciapiedi, cerca di disperdere i manifestanti. I feriti e i contusi si contano a decine. Ma un altro giovane, il ventisettenne Gianni Zibecchi, militante dei Comitati antifascisti, viene investito da un autocarro lanciato a tutta velocità sul marciapiede gremito di manifestanti. Gianni Zibecchi muore sul colpo, con il cranio schiacciato.

Analoghe manifestazioni si svolgono in quei giorni in altre città: Torino, Pavia, Bergamo, Ancona, Roma, Bologna, Bari, Firenze… Obiettivo dei manifestanti sempre le sedi del Movimento sociale o della Cisnal, covi delle squadracce. A Milano, viene anche distrutto l’atrio della redazione del “Giornale”, il quotidiano di destra fondato appena un anno prima da Indro Montanelli, che in quei mesi si contraddistingueva per sostenere le squadre neofasciste nelle loro aggressioni ai militanti di sinistra.

Durante la manifestazione di Firenze un carabiniere uccide con un colpo di pistola Rodolfo Boschi, operaio dell’Enel e militante del PCI. Ignobile la reazione del partito allora diretto da Enrico Berlinguer, che cerca di incolpare i manifestanti per la morte di Boschi. I manifestanti, nel comunicato emesso dal PC fiorentino, vengono definiti “teppisti” e “provocatori”, responsabili del “sangue innocente di un giovane lavoratore”, e si auspica che la polizia concentri il proprio operato contro questi provocatori per “impedire che si scavi un solco profondo tra i lavoratori fiorentini e le forze di polizia e si crei una contrapposizione”.

In quelle giornate, occorre ricordarlo, inizia però anche una rapida autonomizzazione dei servizi d’ordine dalle organizzazioni politiche. Questo fenomeno investe soprattutto l’organizzazione di Lotta continua, il cui servizio d’ordine comincia a non rispondere più al suo massimo dirigente Erri De Luca. Cresce nelle fila del movimento l’influenza dell’Autonomia operaia e della rivista “Rosso”.

I “gruppi extraparlamentari” che avevano egemonizzato le mobilitazioni dal 1969 in poi, sono al vertice del loro sviluppo e inizia il loro declino e la loro crisi, che culminerà nel 1977. Ma questo è un altro discorso, sul quale torneremo.