di Eric Toussaint

La Comune di Parigi, la banca ed il debito

In questo centocinquantesimo anniversario della Comune di Parigi é fondamentale trarne un certo numero di insegnamenti. Le misure che un governo prende in materia di controllo della Banca centrale, dell’indebitamento delle classi popolari, del debito pubblico e di quello delle banche private sono decisive. In assenza di misure finanziarie radicali, un governo popolare si prende la responsabilità di una sconfitta che può avere conseguenze drammatiche per la popolazione. La Comune ne é un esempio emblematico. Ecco il perché della necessità di un’analisi di quest’esperienza straordinaria e drammatica da questo punto di vista.

Il ruolo del debito nella nascita della Comune di Parigi 

Fu la volontà del governo reazionario di saldare il debito reclamato dalla Prussia e di continuare a rimborsare i debiti più vecchi a far precipitare l’esperienza della Comune. Non dimentichiamo che la guerra contro la Prussia proclamata da Luigi Bonaparte (Napoleone III) nel luglio del 1870 fu un fiasco totale. La vittoria prussiana sugli eserciti francesi all’inizio del mese di settembre del 1870 e la cattura e il conseguente imprigionamento di Napoleone III a Sedan provocarono la caduta del Secondo Impero e la proclamazione della repubblica. Il pagamento di un riscatto di cinque miliardi di franchi fu la condizione fissata da Bismarck per la firma di un accordo di pace ed il ritiro delle forze di occupazione.

In un documento dell’AIT [Associazione Internazionale dei Lavoratori conosciuta come Prima internazionale] in solidarietà con la Comune datato del 30 maggio del 1871, Carlo Marx sottolineava l’enorme portata del debito pubblico di cui traeva beneficio la borghesia francese e pesava sul governo “repubblicano” di Thiers, che aveva sostituito quello di Napoleone III. “Il Secondo Impero aveva più che raddoppiato il debito pubblico nazionale e gravemente indebitato le grandi città del paese. La guerra aveva fatto scoppiare le spese in modo stravolgente e distrutto senza pietà le risorse della nazione”. A questo si aggiungevano i costi, a carico della Francia, della presenza di mezzo milione di soldati prussiani sul suolo francese, l’indennità di 5 miliardi reclamata da Bismarck e l’interesse del 5% su questa somma in caso di un ritardo nel pagamento.

E chi paga?

Marx, poneva la domanda “e chi pagherà il conto”? E rispondeva che dal punto di vista della borghesia e dello stesso Thiers era possibile solo schiacciando il popolo con la violenza “che quanti s’appropriano la ricchezza potevano sperare di far portare a quanti la ricchezza la producono i costi di una guerra che avevano loro stessi provocata”. Secondo Marx, Thiers era convinto di dover provocare una guerra civile che gli avrebbe permesso di prendere il sopravvento sulla resistenza del popolo obbligandolo ad assumere la fattura e a dissanguarsi per farlo.

Il suo punto di vista era condiviso da Bismarck, convinto che schiacciare il popolo, a cominciare da quello di Parigi, era una necessità al fine di disporre di una Francia docile e pronta a rispettare le condizioni impostele dalla Prussia vittoriosa. Allo scopo, malgrado i tentativi di Thiers in questo senso, non voleva però far ricorso all’esercito prussiano esausto: voleva che Thiers s’incaricasse del lavoro sporco.

Durante le settimane che precedettero la Comune, Thiers aumentò il debito pubblico di due miliardi di franchi per potere continuare a pagare il debito nazionale ed incominciare a rimborsare il debito di guerra.

Allo scopo di poter schiacciare il popolo in armi di Parigi Thiers organizza un’operazione il 18 marzo del 1871 per impossessarsi di 400 cannoni e di molte mitragliatrici. La mobilitazione popolare fece fallire questo tentativo ed il governo di Thiers dovette fuggire e rifugiarsi a Versailles. L’errore dei comunardi fu di non inseguirli: si sarebbe dovuto andare ad arrestarli a Versailles in modo tale da impedirgli di ricostituire le forze da lanciare successivamente contro il popolo di Parigi e delle altre città insorte.

Durante le settimane seguenti, é da Versailles che Thiers organizzò la repressione delle Comuni che sbocciarono, oltre a Parigi, a Lione, Marsiglia, Narbona, Tolosa, Saint-Etienne, Le Creusot, Limoges. E mentre faceva ricorso a parte delle truppe per soffocare le Comuni del Sud del paese, fingeva di negoziare con quella di Parigi allo scopo di temporeggiare e riunire le forze per lanciare un’offensiva finale contro di essa.

A inizio maggio, una delegazione governativa francese si recò a Francoforte per ottenere da Bismarck i mezzi materiali per schiacciare la Comune di Parigi. La risposta del Cancelliere fu chiara: che la Francia incominci a pagare le prime scadenze del debito di guerra se vuole ottenere il diritto di ricorrere alle truppe francesi allora prigioniere dei Prussiani al fine di ottenere una vittoria definitiva sulla Comune. A questo si aggiungeva l’autorizzazione di Bismarck all’intervento delle truppe prussiane in appoggio di quelle di Thiers senza però che queste potessero entrare dentro Parigi. Alla fine dei conti, dopo aspri negoziati, il Cancelliere accettò di ritardare il primo pagamento all’indomani della fine violenta della Comune  E’ questo piano, concepito insieme dal governo francese ed il leader prussiano che permise poi di schiacciare la Comune di Parigi.

Le misure positive della Comune in materia di affitti ed altri debiti

Il 29 marzo 1871 la Comune decide di sospendere il pagamento degli affitti, compresi quelli dovuti dal mese di ottobre dell’autunno precedente. Lo stesso giorno decide pure di proibire ai monti di pietà di vendere gli oggetti messi in pegno. Nel caso in cui la persona contraente il prestito non fosse in grado di riscattare l’oggetto messo in pegno con un interesse variabile tra il 12 ed il 15%, l’oggetto poteva essere messo in vendita. Nel 1871, circa un milione di oggetti si accumulavano nei magazzini dei Monti di Pietà di Parigi; in quell’inverno particolarmente rigoroso, le famiglie povere avevano messo in pegno ottantamila coperte per potersi comperare di che nutrirsi. Il 73% degli oggetti messi in pegno appartenevano a degli operai e sul milione e mezzo di prestiti di quell’anno, i due terzi, cioè un milione, riguardavano dei prestiti compresi tra i 3 e i 10 franchi.

A fine aprile, dopo lunghissimi dibattiti fra moderati e radicali, la Comune decide la restituzione gratuita dei loro beni alle persone a beneficio di crediti inferiori ai 20 franchi. Degli elementi più radicali considerano dal canto loro che la Comune avrebbe potuto fare di più e più in fretta in materia di Monti di pietà e d’altre scelte che concernono le condizioni di vita delle classi popolari.

Fra i sostenitori di una linea più moderata in materia del debito delle classi popolari e medie – fra le quali una grande massa di piccoli commercianti ed artigiani – ritroviamo invece il decano dei membri della Comune, Charles Beslay, discepolo ed amico intimo di Proudhon che ha sistematicamente preso difesa e causa della Finanza e dei creditori. Ne riparleremo non senza però aver rammentato che il 25 aprile la Comune decide la requisizione degli alloggi vuoti per metterli a disposizione dei senzatetto vittime dei bombardamenti delle truppe di Versailles e che il 28 aprile la Comune proibisce al padronato di imporre delle multe e di praticare delle ritenute sui salari.

L’errore fatale della Comune di Parigi fu di non prendere il controllo della Banque de France

La sede centrale della Banque de France, le sue principali riserve così come i suoi organi di governo si trovavano sul territorio della città di Parigi. A torto, la direzione della Comune di Parigi rinunciò a prenderne il controllo malgrado il fatto che tale misura fosse più che necessaria.

Nel suo libro “La Comune di Parigi”, pubblicato nel 1876, Prosper-Olivier Lissagaray, un intellettuale militante che aveva preso parte alla lotta dei comunardi, riferendosi alla Banque de France, denuncia l’atteggiamento della direzione della Comune “rimasta in estasi di fronte alla cassaforte della grande borghesia che stava li a portata di mano”.

La sola esigenza espressa dalla Comune nei confronti della Banque de France fu quella di ottenere degli anticipi per poter mantenere l’equilibrio finanziario senza dover interrompere il versamento delle paghe alle guardie nazionali.

E’ di fatto con il contagocce che la Banque de France ha risposto ai bisogni finanziari della Comune mentre finanziava massicciamente quanti volevano letteralmente schiacciare il popolo di Parigi e mettere fine il più in fretta possibile alla rivoluzione sociale in corso. Durante i due mesi dell’esperienza della Comune, le somme ricevute dal governo di Thiers, complice dell’occupante prussiano, furono venti volte superiori a quelle di cui beneficiò la Comune.

Carlo Marx considera un errore il fatto che la Comune non si impossessò della Banque de France. Scriveva infatti il 22 febbraio del 1882 a F. Domela Nieuwenhuis “La sola requisizione della Banque de France avrebbe messo fine allo sbraitare dei Versagliesi” ed aggiungeva che “con un pizzico di buon senso (…) [la requisizione] avrebbe permesso di raggiungere un compromesso favorevole alle masse popolari, solo obiettivo possibile in quei tempi”.

Secondo Lissagaray, “la Comune non vedeva i veri ostaggi che deteneva, cioè la Banque de France, il catasto, l’erario ecc.

Analisi condivisa da Engels che nel 1891 scriveva che “ciò che é più difficile capire é sicuramente il santo rispetto in virtù del quale ci si fermò davanti ai portoni della Banque de France. Fu peraltro un grosso errore politico. Nelle mani della Comune, la Banque valeva ben più di diecimila ostaggi perché tutta la borghesia francese avrebbe fatto pressione sul governo di Versailles per concludere la pace con la Comune”.

Riassumendo, i dirigenti della Comune hanno permesso alla Banque de France di finanziare i suoi nemici, il governo Thiers installato a Versailles ed il suo esercito, strumento dello sterminio della Comune.  Vedremo più in là che durante lo stesso periodo, la Banque de France finanziò anche l’esercito prussiano stazionato alle porte di Parigi.

La cronaca dei fatti ed un tentativo di spiegazione

Per formarmi un’opinione sull’atteggiamento della Comune nei confronti della Banque de France ho fatto ricorso principalmente a due narrazioni, quella già citata di Lissagaray, fervente partigiano della Comune, e quella di un autore oppositore della Comune, Maxime du Camp, poi ricompensato, nel 1880 per le sue pubblicazioni a contenuto reazionario con l’entrata all’Académie française. Malgrado le loro concezioni radicalmente opposte, i dettagli forniti dai due autori sui comportamenti dei protagonisti concordano.

Riprendiamo quindi il filo degli avvenimenti.

Il 18 marzo, Thiers e il suo governo fuggono a Versailles dove li raggiungerà pochi giorni dopo il governatore della Banque de France, Gustave Rouland. Venuto a mettersi a loro disposizione, ha lasciato a Parigi il vice-governatore della Banque de France, il marchese Alexandre de Ploeuc e tutta l’amministrazione. Si é però circondato a Versailles dei reggenti della Banque de France fra i quali figura il proprietario del suo principale azionista, la banca Rotschild, il barone Alphonse de Rotschild.

Gustave Rouland vorrebbe convincere Thiers ad attaccare rapidamente la Comune mentre questi preferisce temporeggiare.

Nel frattempo, il 30 marzo, la Comune aveva delegato il proudhoniano Charles Breslay per rappresentarla presso la Banque de France. In una lettera pubblicata il 13 marzo del 1873 dal quotidiano di destra Le Figaro, Breslay riassume la sua attività nel modo seguente : “Sono andato alla Banque de France con la ferma intenzione di proteggerla dalle violenze della parte più radicale della Comune e son convinto di aver permesso al nostro paese di conservare l’istituto bancario, ultima nostra risorsa finanziaria”.

Charles Beslay era stato eletto alla Comune il 26 marzo 1871 e ne era il decano. Dal 1866 era anche membro dell’Associazione internazionale dei lavoratori ed era molto influente nella Comune. Aveva però anche un passato di capitalista, da padrone di una fabbrica di 200 operai, il che, nel bel mezzo del 19esimo secolo non era poco, anzi. Lissagaray, attivista e attento osservatore della Comune scrive che sin dall’inizio Beslay aveva fatta propria la posizione del marchese de Ploeuc secondo la quale la Comune non poteva nominare il governatore della Banque de France. Essa non doveva avere che un delegato, Beslay stesso. Lissagaray racconta che Beslay “molto commosso venne una sera alla Comune per ripetere l’argomento del quale era convintissimo e cioè che “la Banque de France é il patrimonio del paese, senza di lei, niente più commercio, niente più industria; se la violate tutte le sue banconote saranno carta straccia”.

Scrive Georges Beisson che “durante i suoi 72 giorni di esistenza, la Comune ricevette 16,7 milioni di franchi vale a dire i 9,4 milioni che la città aveva in cassa e 7,3 milioni realmente prestati dalla Banque de France. Durante lo stesso periodo, i Versagliesi ricevettero 315 milioni di franchi (…) dalla Banque de France”, cioè più di venti volte quanto ricevuto dalla Comune.

Il reazionario Maxime Du Camp concorda quando scrive che “mentre la Comune assillava la Banque de France per qualche banconota da mille franchi, la Banque de France versava milioni al governo della Legalità. Le truppe affluivano, si ricomponevano, si rafforzavano e la paga non mancava”. Le truppe di cui parla Du Camp sono quelle che Thiers sta concentrando con l’aiuto di Bismarck per distruggere il popolo di Parigi. Come scrive ancora Du Camp, “quando il signor Thiers aveva bisogno di soldi, informava il signor Rouland il quale spediva a chi di diritto un telegramma e i soldi arrivavano.”

Mentre la Comune aveva un bisogno urgente di soldi, per rispondere ai bisogni della popolazione e rafforzare le sue difese contro un attacco imminente ed i suoi rappresentanti Beslay e Jourde s’accontentavano dell’elemosina, nelle casseforti della Banque de France c’erano banconote, monete, titoli finanziari e lingotti per circa tre miliardi di franchi.

Fino alla fine, la Comune ha autorizzato la direzione della Banque de France a disporre della sua propria milizia fortemente armata. Il marchese de Ploeuc aveva ai suoi ordini centinaia di persone armate che disponevano all’interno della Banque de France di centinaia di fucili e di quantità di munizioni tali da permettergli di resistere ad un assedio. L’avesse voluto, la Comune avrebbe potuto disarmare questa milizia senza colpo ferire, ma Beslay era fondamentalmente opposto a tale misura.

Maxime Du Camp segnala anche che il governatore Rouland aveva mandato a tutti gli impiegati della Banque il messaggio seguente: “che delle istruzioni precise siano date perché una grande quantità di banconote siano messe a disposizione delle truppe tedesche per il pagamento del soldo ai militari” .

Spiega, Du Camp, che il marchese de Ploeuc mentiva sfacciatamente a Jourde, l’altro delegato della Comune e ricostituisce, tramite le testimonianze raccolte, un dialogo fra i due. “Ci credete ricchi, dice de Ploeuc, ma vi sbagliate. Lei sa bene che nel momento in cui i tedeschi marciavano su Parigi, abbiamo messo al sicuro tutti i nostri beni… Il problema però é che non son più tornati. E non La prendo in giro, guardi, le tracce di questo trasferimento sono facili da trovare (…) Si convincerà anche Lei del fatto che la maggior parte del nostro patrimonio non é a Parigi, ma in provincia”. “Oddio, signor marchese, lo so’ benissimo, rispose Jourde, ma prestandomi i soldi, la Banque proteggerà se stessa aiutandomi a salvarla, ciò che senza quei prestiti mi sarebbe impossibile”.

In seno alla Comune, i seguaci di Auguste Blanqui (imprigionato da Thiers), fra i quali Raoul Rigault erano sempre meno soddisfatti dalla politica seguita da Beslay assecondato da Joudre e approvata dalla maggioranza. Il 12 maggio osarono l’impensabile ed attaccarono la Banque de France con due compagnie di Guardie nazionali, ma Beslay intervenne in extremis per proteggere la Banque e impedirne la perquisizione. Maxime Du Camp commenta i fatti in questi termini “Sotto questo punto di vista, nonno Beslay s’é rivelato assolutamente ineccepibile” . Questo tentativo blanquista era stato concepito come un’azione in se, dissociata da una visione coerente capace di permettere alla Comune di servirsi della Banque de France per organizzare la difesa e dei piani di sviluppo. L’azione militare per prendere la Banque era certamente necessaria, ma se la si prendeva era per farne qualche cosa e su questo i blanquisti erano completamente … disarmati. Mai proposero nell’ambito della direzione della Comune – nella quale avevano dei rappresentanti – di prendere il controllo della Banque per metterla al servizio di un piano di resistenza e di sviluppo. Si accontentarono del tentativo del 12 maggio sventato grazie a Beslay e non seppero trovare gli argomenti in favore della presa della Banque de France. Tutto ciò s’é dunque trasformato in fiasco. Vorrei comunque precisare che il concetto di presa militare non significa prendere possesso della Banque a cannonate e sotto il fuoco delle mitragliatrici e dei fucili. Si trattava piuttosto di decretare nell’ambito della direzione della Comune la presa di controllo della Banque, di dimetterne il direttore ed il vice-direttore e di farla circondare da un numero conseguente di battaglioni e costringere le sue linee di difesa alla resa. La disparità delle forze presenti e la certezza per le truppe della Banque di perdere la battaglia in caso di resistenza avrebbero garantito la loro arrendevolezza, anche perché, almeno sino all’inizio, il 21 maggio, della semaine sanglante, non potevano contare sull’arrivo di rinforzi. La Comune avrebbe dovuto prendere il controllo della Banque de France già dai primi giorni.

Ci fu, certo, la volontà della Comune di battere moneta: ne fece fabbricare all’Hôtel des Monnaies, ma le mancavano i lingotti d’oro e d’argento necessari, che erano rinchiusi nei sottosuoli della Banque de France. Anche in quel caso, la direzione della Banque de France poté contare sulla cooperazione di Beslay nel fornire solo infime quantità delle materie preziose necessarie alla fabbricazione della moneta.

Maxime Du Camp spiega che la direzione della Banque de France aveva talmente paura di una vittoria dei radicali della Comune sul moderato Beslay che fece sotterrare nelle cantine della sede parigina tutto quanto poteva essere sotterrato. L’operazione ebbe luogo il 20 maggio e durò una quindicina d’ore. Tutto quanto aveva valore e poteva esserlo fu portato in cantina. Tutto fu rinchiuso in due cantine protette da dodici serrature ed i cui accessi furono letteralmente insabbiati, cioè, riempiti di sabbia.

L’indomani, 21 maggio, iniziava la semaine sanglante, settimana che si chiuse con la sconfitta del popolo di Parigi, il 28 maggio 1871.

Dopo la sconfitta della Comune, Beslay fu uno dei pochi suoi dirigenti, forse il solo, a non essere passato per le armi, condannato in contumacia o confinato. Chi assassinò la Comune gli permise di recarsi in Svizzera per liquidare l’eredità di una sua sorella morta nell’agosto del 1870. Il 9 dicembre del 1872, il 17esimo Consiglio di guerra pronunciò un non luogo a procedere contro di lui. Finì poi la sua vita in Svizzera dove svolse il ruolo di esecutore testamentario di Proudhon.

L’atteggiamento della Comune verso la Banque de France si spiega con i limiti della strategia dei settori maggioritari nella Comune, i seguaci di Proudhon (generalmente membri dell’Associazione Internazionale dei lavoratori) e quelli di Blanqui. Morto nel 1865, Proudhon non poté intervenire direttamente nelle scelte della Comune, ma i suoi seguaci vi erano influenti e Beslay non era il solo. Proudhon dapprima, ed i suoi seguaci poi, si opponevano al fatto che un governo popolare prendesse il controllo della Banque de France: rifiutavano l’espropriazione delle banche capitaliste preferendo la creazione di banche mutualiste. Il loro ruolo, nella persona di Beslay fu francamente nefasto.

Quanto ai seguaci dell’irriducibile Auguste Blanqui, anch’essi numerosi nei ranghi della Comune, non avevano un’idea precisa di cosa si dovesse fare della Banque de France e del ruolo che avrebbe dovuto giocare in favore del governo rivoluzionario.

Poco numerosi invece erano i-le militanti ispirati dalle idee proposte da Carlo Marx. Fra di loro, quanti ebbero delle responsabilità, alcuni, come Leo Frankel erano in contatto con Marx che, in quel momento, era a Londra. Oltre a Frankel citiamo Charles Longuet e Auguste Serraillier che come Frankel erano membri della commissione “lavoro e scambi” e Elisabeth Dmitrieff, co-fondatrice dell’Unione delle donne per la difesa di Parigi e l’assistenza ai feriti.

Un governo del popolo deve prendere misure radicali in materia di Banca centrale, debito pubblico e banche private

La politica difesa da Beslay é oggi di grande attualità. Infatti, non ci saranno cambiamenti strutturali fintanto che ci si accontenterà di proporre ed aprire banche di credito mutualizzato (o banche cooperative) preservando la Banca centrale, senza una socializzazione del settore bancario tramite l’esproprio dei proprietari di capitali.

E senza una riduzione drastica del debito pubblico, il nuovo governo non disporrà dei margini di manovra sufficienti per finanziare grandi cambiamenti.

Lezioni della Comune di Parigi

Fra le tante lezioni della Comune tracciate da Marx e Engels, figurava in primo luogo la necessità di distruggere lo Stato capitalista seguita da misure di funzionamento democratico del governo e della rappresentazione popolare basata sulla revocabilità dei mandati. Insistevano pure sull’importanza di non restare in estasi davanti alla finanza: un governo popolare deve obbligatoriamente impossessarsi della banca centrale e cambiare i rapporti di proprietà in tutto il settore finanziario, ciò che implica l’espropriazione dei capitalisti. La necessità dell’annullamento del debito pubblico costituisce poi un’altra lezione; d’altronde, pochi anni dopo la Comune, al momento di collaborare alla redazione del programma del Parti Ouvrier français, Marx si era chiaramente pronunciato in favore della soppressione del debito pubblico.

L’azione risoluta della Russia dei Soviet e della rivoluzione cubana contro la banca centrale, le banche ed il debito

I bolscevichi in Russia e i rivoluzionari cubani hanno capito queste lezioni e preso, nel 1917-18 per i primi e nel 1959-60 per i secondi, le misure necessarie. Appoggiato dai socialisti rivoluzionari di sinistra e dai Soviet, i Consigli di operai, soldati e contadini, il governo bolscevico prese il controllo della Banca centrale, emise una nuova moneta, espropriò i banchieri, annullò i debiti dei contadini e ripudiò tutto il debito contratto dal regime zarista. I rivoluzionari cubani per parte loro presero il controllo della Banca centrale mettendovi alla testa Che Guevara, emisero la loro nuova moneta e annullarono il debito pubblico. In materia di diritto all’alloggio, i cubani fecero molto più della Comune decretando il diritto degli inquilini di continuare ad alloggiare nel loro appartamento senza pagare l’affitto.

Più generalmente però, gli insegnamenti della Comune sono stati dimenticati. Sono stati dimenticati dapprima da parte della socialdemocrazia che, dopo aver tradito l’internazionalismo all’inizio della prima guerra mondiale é diventata uno strumento della dominazione capitalista e imperialista. Li hanno scordati poi i regimi dittatoriali burocratici e staliniani perpetuando forme brutali di coercizione e di sfruttamento. E li hanno scordati più recentemente i governi progressisti in America latina che, all’inizio di questo secolo non hanno rotto con il quadro capitalista approfondendo un modello di sviluppo basato sulle esportazioni, sullo sfruttamento delle risorse naturali e su salari tenuti volontariamente bassi per assicurare la competitività sul piano internazionale e questo malgrado una politica di assistenza durante i loro primi anni che aveva permesso di ridurre la poverà. Sottolineamo comunque un fatto positivo: le nuove Costituzioni del Venezuela (1999), dell’Ecuador (2008) e della Bolivia (2009) comportano la revocabilità dei mandati.

E’ invece da constatare un impoverimento programmatico gravissimo in materia di Banca centrale, banche private e settore finanziario, da parte delle organizzazioni che rivendicano un orientamento radicalmente socialista. Nel 2019, il Manifesto del partito laburista – presieduto allora da Jeremy Corbin – seppur estremamente radicale su di una serie di questioni quali la rinazionalizzazione e l’annullamento dei debiti degli studenti, taceva sulla City di Londra e sulla Banca d’Inghilterra. Radicale in merito di fiscalità e di debiti contratti dagli studenti, il programma di Bernie Sanders restava pure lui perfettamente silenzioso a proposito della Banca centrale, la FED, e delle grandi banche private. Quanto a Podemos, al movimento paneuropeo DiEM25, a Die Linke, i loro programmi restano muti o perlomeno evasivi e estremamente moderati e inappropriati in materia di Banca centrale, banche private, moneta e debito pubblico.

Grecia 2015: il fallimento del moderatismo

L’azione sulle banche sarebbe stata necessaria sin dall’indomani dell’insediamento del governo di Alexis Tsipras che fece seguito alla vittoria elettorale di Syriza, la coalizione della sinistra radicale. Era indispensabile, al momento in cui la BCE prendeva l’iniziativa di aggravare la crisi greca, agire su questo piano e di applicare il programma di Salonicco sulla base del quale il governo Syriza fu eletto il 25 gennaio del 2015 e che stipulava che “Con Syriza al governo, il settore pubblico riprende il controllo del Fondo ellenico di stabilità finanziaria ed esercita l’insieme delle sue prerogative sulle banche ricapitalizzate, che significa che prende tutte le decisioni concernenti la loro amministrazione”.

E’ da ricordare il fatto che lo Stato greco, tramite il Fondo ellenico di stabilità finanziaria, era, nel 2015 il principale azionista delle quattro principali banche del paese e che rappresentavano l’85% dell’intero settore bancario greco. Il problema é che, malgrado le innumerevoli ricapitalizzazioni che si son succedute dal 2008, lo Stato greco non aveva nessun peso reale nelle decisioni prese dalle banche nella misura in cui le azioni di cui era proprietario non comportavano il diritto di voto, in virtù di decisioni mai prese dai precedenti governi. Il Parlamento avrebbe dunque dovuto, conformemente agli impegni presi da Syriza, trasformare le azioni dette “preferenziali” (cioè senza diritto di voto) di proprietà dei poteri pubblici in azioni ordinarie comportanti il diritto di voto. In tal modo, lo Stato avrebbe potuto esercitare in modo perfettamente legale le sue prerogative e trovare una soluzione alla crisi bancaria.

Inoltre, cinque altre misure sarebbero state indispensabili.

Prima di tutto, per far fronte alla crisi bancaria e finanziaria aggravata dalla Troika (Commissione europea, BCE e FMI) dal dicembre del 2014 e che faceva aleggiare prospettive di fallimento delle banche, il governo avrebbe dovuto decretare un controllo dei movimenti di capitali per mettere termine alla loro fuga all’estero.

In secondo luogo, bisognava sospendere il pagamento del debito estero pubblico e attribuire la necessaria importanza  all’auditing del debito con la partecipazione della popolazione.

Quale terza misura si sarebbe dovuto nominare un nuovo direttore della banca centrale greca e prenderne il controllo in nome del popolo.

La quarta consisteva nel fatto di creare una moneta complementare e preparare l’uscita dall’euro.

E la quinta misura indispensabile sarebbe stato l’annullamento dei debiti delle classi popolari contratti presso le banche private e lo Stato.

La decisione del primo ministro Tsipras e del suo ministro delle finanze Varoufakis di non toccare alle banche private, di lasciare in funzione la vecchia direzione della banca centrale, di non controllare i movimenti di capitali e di non sospendere il pagamento del debito ha avuto effetti funesti per il popolo greco.

Parafrasando Engels a proposito della Comune di Parigi, Tsipras e Varoufakis fecero prova  di un santo rispetto di fronte alla finanza: si son fermati davanti alle porte della Banca centrale e delle banche private sciupando in tal modo un’occasione storica. Bisogna dunque evitare che ciò si possa riprodurre altrove.

… e per concludere

Un governo popolare non può starsene con le braccia incrociate di fronte al mondo della finanza: deve prendere delle misure radicali per quel che concerne la Banca centrale, le banche private ed i debiti. Se non lo fa, é condannato al fiasco totale.

L’autore ringrazia Virginie de Romanet, Yvette Krolikowski, Brigitte Ponet, Claude Quémar e Patrick Surin per la rilettura, così come Hans-Peter Renk e Claude Quémar per la ricerca bibliografica e Rémi Vilain per la pubblicazione on-line.

Traduzione dal francese: Paolo Gilardi