Un libro edito da Mimesis in libreria dal prossimo 11 febbraio,

introdotto da Roberto Biorcio e Matteo Pucciarelli, racconta la nascita e la fine di quella che fu una parte importante della cosiddetta sinistra extraparlamentare di quegli anni, Avanguardia Operaia, senza trionfalismi o piaggeria ma al contrario mettendo spesso in risalto gli errori, le velleità e le ingenuità di un folto gruppo di compagni che come dice il titolo “volevano cambiare il mondo”. 

scritto da PIER LUIGI SCOLARI

Pubblichiamo questa interessante recensione del libro “Volevamo cambiare il mondo” pubblicato dal sito veneziano di sinistra molto riformista ytali.com. Alcune considerazioni del recensore sono discutibili, come quella che la fine di AO sia stata dovuta anche all’irrompere del femminismo. AO si è sciolta per fondare Democrazia Proletaria (la cui storia è durata fino alla confluenza in Rifondazione Comunista) alla quale ha dato vita con altri pezzi della sinistra “rivoluzionaria” nella crisi politica del 76/77 e di cui è stata ”l’anima”.

Alcuni dei redattori di Brescia anticapitalista si sono formati, come me, in Avaguardia Operaia e ancora oggi rivendichiamo criticamente quella esperienza. Tutti i 28 maggio da diversi anni portiamo in piazza Loggia lo striscione “Quelli di Avanguardia Operaia” che ricordano l’assassinio stragista dei militanti bresciani di AO, Giulietta Banzi e Luigi Pinto, e che la strage del 1974 fu fascista e di stato. (sauro)

Volevano cambiare il mondo. Storia di Avanguardia operaia 1968-1977

Il meritorio e proficuo lavoro di Giovanna Moruzzi (più di cento interviste) ha permesso di riempire una lacuna nella storia della sinistra italiana del periodo post 68.  In questo libro edito da Mimesis in libreria dal prossimo 11 febbraio, introdotto da Roberto Biorcio e Matteo Pucciarelli, si racconta la nascita e la fine di quella che fu una parte importante della cosiddetta sinistra extraparlamentare di quegli anni, Avanguardia Operaia, senza trionfalismi o piaggeria ma al contrario mettendo spesso in risalto gli errori, le velleità e le ingenuità di un folto gruppo di compagni che come dice il titolo “volevano cambiare il mondo”.

Anche se forse non tutti – e io tra questi – si ponevano obiettivi tanto ambiziosi, ma si sarebbero accontentati di cambiare qualcosa nella scuola, nell’università, nelle fabbriche, nella vita di tutti i giorni. Nel 68 le masse di giovani che scesero in campo soprattutto a questo ambivano, cominciare una nuova vita, l’ambizione politica e una certa visione del mondo vennero dopo. 

La prima cosa che mi colpisce leggendo il titolo è quanto poco tempo sia durata l’esperienza di AO: nove anni, otto di fatto, che corrispondono, per dare un’idea, al tempo passato dalle elezioni del 2013, quelle “pareggiate” da Bersani con il primo exploit del M5S, a oggi. E il 2013 sembra ieri mentre quegli otto/nove anni sono stati densissimi.

Il libro ha raggiunto il suo obiettivo? Ha colmato la lacuna? Credo in gran parte di sì anche se rimangano questioni o sottovalutate o al contrario eccessivamente esaltate come dopo dirò.

Si racconta anzitutto la storia dei Cub di fabbrica perché questa è stata non solo l’elemento fondante ma anche la peculiarità di AO che, a differenza di altre formazioni della sinistra che ebbero origine nelle università o per distacco dai vecchi partiti della sinistra, nacque dall’incontro tra un gruppo di intellettuali e i lavoratori di alcune fabbriche milanesi. Franco Calamida racconta le esperienze, dalla Pirelli alla Borletti e via via l’espansione nelle altre città soprattutto nel nord.

I Cub non sono stati e non volevano essere il quarto sindacato, ma il luogo di aggregazione, di confronto e di elaborazione degli obiettivi di lotta nelle fabbriche e di stimolo verso i sindacati confederali. AO ne stimolava la nascita e la crescita, ma la partecipazione andava molto al di là delle appartenenze politiche.

Roberto Biorcio ricostruisce invece, grazie alle decine di interviste, la storia della nascita di AO e del rapporto con le altre formazioni della sinistra a suo tempo definita extraparlamentare. È stato un rapporto spesso conflittuale, come da tradizione, in cui AO si è caratterizzata soprattutto rispetto a Lotta Continua e Potere Operaio per una riflessività e un bagaglio culturale a volte fin troppo esibito tanto da farci definire “i professorini” anche se spesso di trattava semplicemente di maggior cautela nell’immaginare il futuro delle lotte.

Ricordo, per rendere l’idea, un dirigente di Potere Operaio che nel giugno del 1970 alla libreria Sapere di Milano in via Molino delle Armi mi spiegava che era inutile discutere di organizzazione e di riforme tanto da qui a sei mesi ci sarebbe stata la rivoluzione. 

Ora quel dirigente fa il tuttologo televisivo, abbastanza di destra.

Oppure una differenza significativa con LC nelle parole d’ordine nella lotta per la casa raccontata da Claudio Madricardo: noi dicevamo “Vogliamo una casa a un fitto proletario: il dieci per cento del salario”, mentre lo slogan di LC era: “La casa si prende, l’affitto non si paga. Questa è la nostra riforma della casa”. Forse eravamo un po’ gradualisti, ma con i piedi per terra, gli slogan di Lotta Continua erano solo slogan se pur efficaci.

Marco Paolini ci porta nelle scuole e nelle università. Fu una stagione straordinaria di cambiamenti: chi dice che il 68 è finito in nulla non ha idea di cosa fossero la scuola e l’università prima e come cambiarono dopo.

Ma parlando della scuola e non solo vengono a galla i limiti dell’azione politica di AO. Si scrive nell’opuscolo Lotta di classe nella scuola e movimento studentesco:

…abbiamo individuato come asse centrale delle lotte del movimento studentesco contro la scuola di classe quelle contro la selezione meritocratica e contro la selezione sociale. 

Una battaglia importante ma difensiva, nessuna o poca riflessione approfondita sui contenuti dello studio, nessuna proposta organica di riforma del modo di studiare, nessuna elaborazione sul rapporto tra materie scientifiche e umanistiche la cui separazione era funzionale a una riproduzione della divisione tra lavoro manuale e intellettuale.

Eppure nel merito della didattica ricordo una mia esperienza nel 68 al Molinari, un istituto tecnico per periti chimici, allora avanguardia del movimento: una delle battaglie più sentite fu quella per la soppressione del laboratorio di officina e soffieria, materie per le quali si poteva essere bocciati. Nel primo caso veniva consegnato un cubo di ferro grezzo che doveva essere piallato per renderlo un perfetto parallelepipedo. Lavoro totalmente inutile e di fronte alle nostre obiezioni ci veniva spiegato che poiché saremmo diventati caporeparto nelle fabbriche dovevamo essere in grado di spiegare all’operaio come si limava il ferro!!. Nel secondo caso – la soffieria – era anche divertente imparare a soffiare il vetro per fare oggettini del tutto inutili e l’unico risultato concreto era il gran consumo di Foille per le bruciature.

Non ho idea se questi corsi si facciano ancora. È un esempio estremo ma significativo che vale anche per l’esperienza dei Cub: noi sapevano bene cosa dire e fare nei movimenti ma non sapevamo o sapevamo poco raccontare per quale tipo di società lottavamo. Mancava la capacità di legare i movimenti con la politica, individuare un percorso che non fosse la presa del Palazzo d’Inverno che tutti noi negavamo, come metodo, ma al quale però faticavamo a contrapporre un progetto credibile. Potremmo dire troppo Lenin e poco Gramsci il che ci impediva di capire la portata storica e progressiva di riforme come quella dello statuto dei lavoratori, da noi osteggiata e francamente fatico a ricordare perché.

Ma per tornare al libro credo che il contributo di Grazia Longoni “Dal germe del femminismo all’esplosione del movimento delle donne” sia il più gustoso tra tutti per come mette a nudo lo sbigottimento e l’incredulità del gruppo dirigente maschile di AO di fronte all’esplodere del femminismo e soprattutto del separatismo. Leggendo oggi la cronaca di quei giorni, delle assemblee e delle manifestazioni femministe un po’ viene da sorridere pensando all’ingenuità di chi non riusciva proprio a capire perché “il personale è politico” ma anche a come fosse radicata tra molti (tutti?) compagni l’idea che prima veniva la politica e la lotta di classe da fare insieme e poi la discussione sui ruoli nelle vicende private e familiari. La rottura in AO fu verticale e anche se piano piano maturò tra i maschi la consapevolezza delle ragioni del femminismo, la ferita non fu più rimarginata e fu una delle (tante) cause della fine di AO.

Un discorso a parte merita il saggio di Vincenzo Vita: “Avanguardia Operaia e la politica nella cultura” che, oltre a raccontare la storia della “Commissione culturale” forse più di altri narra un pezzo di storia d’Italia pur da un particolare punto di vista.

Scrive Vita:

La “linea” di Ao si potrebbe riassumere così: non cultura, bensì lavoro culturale; riforme del cinema, della musica e del teatro con una forte presenza della sfera pubblica; circuiti statali e regionali per rendere possibili la distribuzione e la diffusione dei “prototipi” altrimenti condannati alla marginalità; valorizzazione della cultura proletaria e operaia piuttosto che di una generica cultura popolare; pieno appoggio alle esperienze alternative.

Fu una stagione ricca e di passaggio, per dirne una segnò la fine del monopolio radiotelevisivo con il fiorire delle radio e poi delle televisioni private. Fu un periodo di grandi festival (Licola, Parco Lambro, Villa Borghese) dove centinaia di artisti, oggi tutti famosi, salivano sui palchi gratuitamente di fronte a migliaia di giovani, e di grandi esperimenti cinematografici:

Il cinema – scrive ancora Vita – era attraversato profondamente dal movimento del biennio rosso ’68/’69. Tra le istituzioni formali oggetto della contestazione vi fu la Biennale di Venezia. Nel 1972 e nel 1973 la gran parte delle autrici e degli autori diede vita a una Mostra del cinema alternativa (le Giornate del cinema italiano in Campo Santa Margherita). La promozione fu dell’Associazione degli autori, insieme a più di trenta sigle, tra le quali la federazione della stampa, il sindacato scrittori, magistratura democratica. Insieme a pressoché tutto il cinema italiano. La contestazione non passò invano: per diversi anni, fino al 1980, fu abolito il premio (il Leone d’Oro) e fu rivoluzionata la struttura della manifestazione, che divenne aperta e impegnata, in luogo di una tradizione cerimoniosa e festivaliera. Fu riformato finalmente il vecchio ente e varato il nuovo statuto, che risalivano all’epoca fascista.

Ancora Vita:

Ci fu un’ampia riflessione sui concetti di ideologia e di cultura: più assolutoria – in base alle analisi del filosofo francese Louis Althusser – verso la prima categoria; guardinga nei riguardi della seconda, intrisa di un’impostazione obliqua legata alle classi dominanti. Che decidono cosa sia o non sia “cultura”. Del resto, Althusser (con Étienne Balibar e Nicos Poulantzas) era un architrave dell’elaborazione sulla funzione dello Stato “forte” e sull’organizzazione di massa, con la sua lettura strutturalista e antihegeliana del marxismo. Il segretario di Ao Oskian Vanghelis (Aurelio Campi) fu il traduttore dell’edizione italiana del 1971 (Feltrinelli, Milano) di “Leggere il Capitale”.

Molto meno convincente il pezzo su “Antifascismo e servizio d’ordine” di Paolo Miggiano, che mi è sembrato un’esaltazione un po’ infantile di quello che fu il Servizio d’ordine di AO. Sappiamo tutti che quello fu un periodo di lotta anche violenta contro il neofascismo e che le aggressioni erano all’ordine del giorno e, ancora, che l’autodifesa per i militanti e i cortei era una questione vitale. Ma un conto è ricordare e storicizzare questo altra cosa è indulgere a qualche compiacimento di troppo per gli scontri con la polizia o per aver “spazzolato” qualche bar punto di ritrovo fascista in Piazza San Babila, la lotta contro il neofascismo – è bene ricordarlo – fu innanzitutto una mobilitazione di massa di giovani, meno giovani ed ex partigiani. Il movimento del 68 ha duramente pagato per una deriva violenta spesso fine a sé stessa che spesso ha snaturato il valore politico di lotte e manifestazioni. Anche se – e va ricordato – per quanto riguarda AO non c’è mai stata alcuna indulgenza verso la lotta armata e la deriva terrorista.

È stata invece per me una scoperta leggere il pezzo di Alberto Madricardo: “Avanguardia Operaia e l’intervento politico nelle forze armate” la storia appassionata di un’esperienza che io non ho conosciuto, forse perché in quel periodo vivevo a Roma e gran parte dell’intervento avveniva nel nord est del paese.

Scrive Madricardo:

Gli obiettivi generali dell’intervento di Ao si potevano così riassumere: a) estendere la cultura e la pratica della democrazia e dei diritti democratici all’interno degli ambienti militari, ampliando le alleanze della classe operaia in contesti sociali che tradizionalmente le erano stati ostili; b) ridurre e rendere impraticabile un colpo di stato in Italia, del tipo di quello dei colonnelli in Grecia, che in quegli anni non si poteva per niente escludere, alleggerendo la pressione che anche solo la sua minaccia esercitava sulla vita politica nazionale.

Da qui il racconto delle manifestazioni e delle assemblee che hanno visto la partecipazione di centinaia e anche migliaia di aderenti a tutte le forze armate con l’esclusione del corpo dei Carabinieri.

In conclusione dobbiamo dire di quello che manca: non c’è un capitolo sulla visione internazionale di AO, sui rapporti con i partiti comunisti e con i “partiti fratelli”, i paesi del socialismo reale, i movimenti di liberazione di quegli anni che non erano solo il Vietnam. AO sulle “questioni internazionali” – come si chiamavano – ha spesso discusso e si è divisa (soprattutto sull’esperienza cinese). Anche se, a parziale scusante degli autori del libro, non c’è stata una trattazione sistematica a cui far riferimento oggi.

E poi manca la politica “alta”, come ho accennato in precedenza, sapevamo cosa dire e cosa proporre nelle lotte, ma mancavamo di un orizzonte definito.

Scrive Vittorio Rieser:

La mia lotta, ma potrei dire la nostra, senza tema di essere smentito, era tesa a dimostrare che non solo un altro mondo, ma anche un altro socialismo era possibile.

Già, ma quale? Alla domanda sul perché del fallimento di tutte le società del socialismo reale pur diverse tra loro non è mai stata data risposta. Non bastava certo la critica alle degenerazioni dello stalinismo occorreva, come occorre oggi, ripensare il marxismo per coniugarlo con la libertà, depurato da ogni visione leninista di dittatura del proletariato, e ripensare alla forma partito com’era inteso a quel tempo. Invece il dibattito, pur molto ricco, si è spesso trincerato dietro a slogan o citazioni, anzi ricordo i lunghi dazebao alla Statale di Milano con citazioni opposte di Marx, Lenin o Mao uno di AO e l’altro del Movimento Studentesco per corroborare ciascuno la propria tesi spesso su questioni di poco conto.

Il bilancio di quegli anni, allora, con le luci e le ombre che ho raccontato resta di gran lunga positivo. AO insieme a tante altre forze, organizzate e non, ha contribuito a cambiare il paese in meglio, alcune conquiste raccontate nel libro dalle fabbriche alle scuole alla società (non dimentichiamo che quelli sono gli anni delle leggi sul divorzio e sull’aborto) vengono oggi rimesse in discussione e andranno caparbiamente difese.

L’esperienza personale e umana è stata straordinaria e penso che si possa morettianamente parafrasare che abbiamo visto tanta gente e fatto tante cose.

Dal sito ytali.com