di Fabrizio Burattini

Si sono svolte nelle giornate di domenica 15 e di domenica 29 novembre le votazioni per il primo e per il secondo turno per l’elezione dei sindaci di 5.567 municipi brasiliani, e in particolare per tutte le principali città del gigante latinoamericano. Sono stati chiamati alle urne 147,9 milioni di elettori. Ed ovviamente queste elezioni erano unanimemente considerate una prova della tenuta del consenso di Bolsonaro e del “bolsonarismo”, dopo 23 mesi di presidenza, e dopo la prova di una pandemia che è costata al popolo brasiliano (finora) 173.000 morti.

Dei risultati del primo turno abbiamo già detto. Il secondo turno, che ha coinvolto 57 città (per un totale di 38 milioni di elettori) ha visto una certa diminuzione della partecipazione al voto, come avviene di consueto in tutti i ballottaggi, quando sono in gioco solo i due candidati sindaci residui e quando il complesso dei consiglieri comunali è già stato eletto. Si sono comunque presentati ai seggi 26,6 milioni di elettrici e di elettori, pari al 70,5% degli aventi diritto.

Dal punto di vista politico, il secondo turno conferma e, semmai, rafforza quanto già evidenziato durante la prima tornata di due settimane prima. Il primo dato che emerge è l’esaurimento di quella ondata di antipolitica che aveva segnato le precedenti elezioni amministrative del 2016 e che aveva segnato il “trionfo” di Jair Bolsonaro (con il 46% al primo turno e il 55% al secondo) nelle presidenziali dell’ottobre 2018.

Stavolta, al contrario, l’elettorato ha premiato i partiti tradizionali della giovane democrazia brasiliana, i partiti che, utilizzando la terminologia politica “nostrana”, definiremmo di centro o di centrodestra. Il più votato è stato il Movimento Democrático Brasileiro (MDB), che è l’epigone del partito contenitore che fu l’unico legittimato dalla dittatura militare instauratasi nel 1964 a contrapporsi ai golpisti dell’AReNa. Il MDB è riuscito ad eleggere già nel primo turno 772 sindaci e 7.277 consiglieri nei vari comuni.

Segue il Partido Progressista (PP), che è, appunto, l’erede diretto del partito dei militari, ma che oggi (questo è parecchio significativo anche per capire come Bolsonaro non sia affatto nelle corde di buona parte del grande capitale brasiliano) pratica una línea politica molto più moderata. Il PP ha eletto 680 sindaci e 6.292 consiglieri. Ma, se guardiamo non tanto ai numeri, ma al “peso” demografico e politico delle città conquistate, i principali vincitori sono altri due, altrettanto organici con la classe dominante: il Partido da Social Democracia Brasileira (PSDB), che, nonostante il nome è in realtà un partito di centrodestra e che ha eletto il sindaco della megalopoli di São Paulo (12 milioni di abitanti), e i Democratas (DEM), che hanno conquistato la seconda città del paese (Rio de Janeiro, 6,5 milioni) e altre tre capitali (Salvador, Curitiba e Florianópolis).

Non a caso, dei 13 candidati sindaco esplicitamente appoggiati dal presidente Bolsonaro, solo due sono risultati eletti, entrambi in città medio-piccole di 100-200 mila abitanti.

Il voto segnala dunque una evidente stanchezza di una parte importante del popolo brasiliano di fronte alla perdurante polarizzazione politica che il bolsonarismo ha innescato nel paese, e, forse, una ricerca di stabilità, tanto più di fronte al perdurare della pandemia.

D’altra parte, l’exploit centrista non ha penalizzato solo l’estrema destra, ma ha anche sottratto consenso alla sinistra, e, in particolare al Partido dos Trabalhadores (PT), il partito di Lula e della ex presidente Dilma Rousseff.

Il PT, che un tempo dominava la politica brasiliana, costringendo tutti gli altri partiti a rapportarsi a lui, esce molto ridimensionato da questa prova amministrativa, riuscendo a conquistare solo 180 degli oltre 5.000 comuni in lizza: e, tra questi, solo 4 di dimensioni non irrilevanti: Contagem (600.000 abitanti), Juiz de Fora (500.000), Diadema (380.000) e Mauá (400.000). Questi ultimi due, importanti agglomerati operai della cintura di São Paulo.

Il PT, evidentemente, paga il prezzo di una politica inconcludente, incapace di ridefinirsi di fronte alla nuova situazione, capace solo di riproporre un ritorno alla fase precedente, quella del “lulismo”, che per tanti settori sociali non appare affatto come un’età dell’oro, dato che i governi di Lula e, ancora di più quello di Dilma, si sono tutti caratterizzati per la loro politica smaccatamente social-liberista.

Certo, a mettere fine alle “fortune” del PT hanno molto contribuito sia le manovre semi-golpiste che alla metà del 2016 hanno defenestrato Dilma dalla presidenza e che poi, nel 2018, hanno portato in galera Lula, giusto in tempo per impedirgli di partecipare alle presidenziali, ma anche le innegabili corruttele che hanno coinvolto non pochi politici “petisti”.

Il PT, infine, e tutta la sinistra, pagano anche il prezzo della frammentazione, dato che solo in alcune città si è riusciti a costruire un approccio unitario alle candidature, contribuendo così a limitare enormemente il numero di candidati sindaco di sinistra che sono riusciti ad accedere al secondo turno.

Così, domenica 29, il PT è riuscito a perdere anche nella sua roccaforte di Recife, la capitale del Nordeste, dove la prestigiosa candidata Marília Arraes, nipote di Miguel Arraes, eroe nazionale per la sua opposizione al regime militare degli anni 60-70, è dovuta soccombere, con il 46%, nel ballottaggio di fronte al candidato della destra “moderata” João Campos.

Marielle Franco

A sinistra, comunque, si affaccia con decisione il successo del Partido Socialismo e Liberdade (PSoL), frutto di una scissione di sinistra del PT, quando, dopo l’accesso alla presidenza di Lula, risultarono chiare le sue opzioni strategiche. Nasce sull’onda del movimento di resistenza contro la “riforma” della previdenza del 2003. Conosce un processo lento, ma continuo di rafforzamento come opzione di sinistra fino al 2014. Nel 2016 riuscì perfino ad arrivare al secondo turno nelle elezioni per il sindaco di Rio de Janeiro. Fu, tragicamente, al centro delle attenzioni anche dei media, per il barbaro assassinio della sua consigliera municipale Marielle Franco (nella foto), appunto a Rio. 

Taliria Petrone

E del PSoL è Taliria Petrone, deputata nera (nella foto), costretta da mesi a vivere sotto scorta perché oggetto di numerose minacce e concreti tentativi di uccisione da parte delle milizie paramilitari dell’estrema destra bolsonarista.

Un partito capace, dunque, di costituire un punto di riferimento forte per molte delle lotte e dei movimenti che agitano il Brasile, quello dei neri, oppressi dal razzismo delle classi dominanti, quello LGBT, vessato dal machismo e dall’omofobia, e, da ultimo, quello dei “senza casa”, raccolto nel Movimento dos Trabalhadores Sem Teto (MTST).

Guilherme Boulos e Luiza Erundina

Non a caso il principale candidato sindaco del PSoL (nella competizione per São Paulo) è stato proprio il principale dirigente di questo ultimo movimento, Guilherme Boulos, che, con la sua candidata vice sindaco Luiza Erundina (nella foto), è arrivato al secondo turno, dove è stato sconfitto (raccogliendo comunque oltre il 40% dei voti) dal “socialdemocratico” Bruno Covas. Il PSoL è comunque riuscito ad eleggere 5 sindaci, tra cui Edmilson Rodrigues a Belém, capitale dello stato del Pará, nel Nord del paese.