Sinistra Anticapitalista vota no.

di Checchino Antonini

No. Lo diciamo subito: voteremo No, il 20 e 21 settembre, al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Il taglio della rappresentanza non è affatto di sinistra come è stato sostenuto dal vicedirettore del giornale, il Fatto, che più di ogni altro organo di stampa ha cavalcato l’onda dell’antipolitica in un decennio in cui anche le alchimie elettorali hanno svolto la loro parte alla deformazione del paesaggio politico. Un paesaggio dal quale è stata cancellata la sinistra radicale non solo per le scelte sconsiderate della sua burocrazia di assecondare i governi di centrosinistra e dare la stura all’ascesa del dipietrismo prima e del grillismo poi.

Senza alcuna idolatria acritica per la Costituzione del ’48, peraltro mai pienamente applicata, va detto che questo taglio dei parlamentari si inserisce nell’attacco di lunga durata alle costituzioni nate dalle resistenze ai fascismi guidato da banche come Jp Morgan e dagli organismi protagonisti della governance liberista.

L’attacco alla rappresentanza prosegue da almeno trent’anni grazie alla costruzione di campagne contro le preferenze multiple, contro i privilegi degli eletti, contro il proporzionale, contro la stampa di partito e in favore della stabilità dei governi e con l’ossessione del risparmio. Stavolta il risparmio sarebbe dello 0,007 del bilancio statale ovvero 1,35 euro per cittadino: poco più un caffè all’anno. Un taglio della rappresentanza è stato già messo in atto nelle Regioni e negli enti locali con l’introduzione di soglie di sbarramento altissime. L’esito è paradossale: alla semplificazione del paesaggio politico, quasi una desertificazione, corrisponde la frammentazione estrema della composizione sociale delle classi subalterne tipica di altri meccanismi del neoliberismo, in primo luogo la moltiplicazione esponenziale delle tipologie contrattuali, l’indebolimento dei contratti nazionali collettivi, la precarizzazione del lavoro e della vita. La composizione degli organismi elettivi non è, dunque, che lo specchio deformato di un paesaggio sociale privo di punti di riferimento collettivo capaci di unificare le lotte e arginare un senso comune dominato dal rancore e dallo spaesamento indotti dalla crisi economica e sociale. E la democrazia diretta, evocata dai promotori principali di questo taglio, i cinquestelle, è una chimera anzi, una distopia insidiosa come dimostra l’opacità della vita interna di quella formazione politica incentrata sulla partecipazione digitale della base e l’intoccabilità del vertice proprietario della piattaforma elettronica.

Per tutte queste ragioni il nostro No allude alla necessità della ricostruzione di spazi e temi unificanti delle classi popolari, delle loro istanze e del conflitto sociale (è quello che intendiamo come democrazia diretta) come leva per ribaltare i rapporti di forza. Non ci sfiora ogni possibile critica su temi come la difesa dell’esistente perché è proprio la “casta” a pilotare tutte le campagne che restringono le già anguste libertà costituzionali. La casta dei padroni, dell’industria e della finanza, ha bisogno come il pane di non avere un’opposizione reale, organizzata, ai suoi progetti di ristrutturazione e disciplinamento sociale. Un parlamento meno rappresentativo e scelto da pochi è assolutamente funzionale alle elite in questo scorcio di crisi che esige, dal punto di vista della borghesia, la riscrittura dei già favorevolissimi rapporti di forza.

Essendo un referendum costituzionale non c’è il quorum quindi nessun voto andrà disperso e potrà determinare la vittoria del No come già nei referendum del 2006 e del 2016 quando un’ampia maggioranza di cittadini impedì, tra le altre cose, la riduzione dei parlamentari e la liquidazione del Senato. Due occasioni che non sono state seguite dallo sforzo di ricostruzione degli spazi sociali e politici autonomi del movimento operaio. Se vincessero i Sì l’Italia scenderebbe all’ultimo posto dei 27 Stati membri dell’Unione europea nel rapporto fra deputati e abitanti e non è vero che in pochi si lavora meglio; riducendo del 37% i parlamentari si consegna il lavoro delle commissioni a pochissimi membri di pochi partiti. Deve essere chiaro: non è un taglio dei parlamentari ma del parlamento sempre più debole e incapace di qualsiasi controllo sull’operato del governo. Le prossime stazioni saranno una nuova legge elettorale, senza scelta dei candidati e con una elevata soglia di accesso che impedirebbe a milioni di cittadini di essere rappresentati in Parlamento, l’autonomia differenziata delle regioni del Nord, la “secessione dei ricchi”, l’elezione diretta del Presidente del Consiglio ossia dell’uomo solo al comando che piaceva a Gelli e ora piace a Renzi, Meloni e Salvini.

Voteremo No al taglio del Parlamento, lotteremo per il taglio dei privilegi padronali e per il rilancio dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.