Di Mauro Bottarelli

Le cifre cominciano davvero a fare paura. Da qualsiasi angolazione le si guardi. Ma i grafici, nella loro fredda e immediata efficacia, sono ancora più netti e impietosi: questi due fotografano alla perfezione l’ultima settima di trading e il trend generale che da quattro settimane attanaglia i mercati globali.Bank of America

Con lo sprofondo della seduta del 20 marzo, infatti, Wall Street non ha soltanto registrato la peggior settimana dal crollo di Lehman Brothers e la striscia su quattro settimane peggiore addirittura dal novembre 1929 ma, come mostra il grafico sopra, ad oggi il crash in corso è peggiore di quello patito appunto durante la Grande Depressione e appare in ottima condizione per raggiungere quello record del 1987, stando all’elaborazione di Bank of America.

Il secondo grafico, invece, contestualizza ancora più chirurgicamente l’ambiente di mercato in cui si è sostanziato questo primato in negativo: nei sei giorni di trading conclusisi appunto il 20 marzo, la Fed ha iniettato direttamente nel mercato in seno al Qe “rafforzato” – non calcolando il diluvio repo da 1 trilione al giorno – qualcosa come 307 miliardi di dollari, quasi il doppio del suo precedente record al riguardo, registrato però nell’intero mese di marzo del 2009.Federal Reserve/Zerohedge

Oggi parliamo di una settimana.

Insomma, siamo di fronte a qualcosa più di una crisi congiunturale da pandemia. Ma se i risultati degli indici di Borsa appaiono come bandiere rosse di divieto alla balneazione, questo grafico mostra invece quale potrebbe essere il canarino nella miniera di un potenziale peggioramento della situazione, tanto grave a livello finanziario quanto come ricaschi diretti sull’economia reale e l’occupazione Usa.Bloomberg

Stando a calcoli di Bloomberg, nelle sole ultime due settimane il distressed debt o debito eufemisticamente definito “problematico” statunitense ha raddoppiato il proprio controvalore, arrivando a quota 533 miliardi di dollari, sempre su dati di Bank of America e Ubs. 

Anche in questo caso, il grafico rimanda echi del periodo Lehman, visto che il livello toccato il 20 marzo era stato raggiunto l’ultima volta nell’agosto 2009, in piena opera di rimozione delle macerie del crollo della banca d’affari. Un esempio eclatante di tracollo è offerto dalla Occidental Petroleum Corporation, il cui bond con scadenza 2024 a inizio del mese è operativo in trading alla pari, mentre oggi viaggia a 54 centesimi sul dollaro e offre un rendimento del 18,6%: nemmeno a dirlo, il credit default swap a 5 anni è letteralmente esploso, prezzando oggi una possibilità di bancarotta entro il 2025 al 65% delle possibilità. E se il comparto energetico recita la parte del leone nell’aumento esponenziale del debito sotto stress, pagando lo scotto al crollo del prezzo del greggio, il blocco dell’operatività economica dovuto al sempre crescente regime di quarantena sta andando a colpire pesantemente e in fretta anche settori come il commercio retail, l’entertainment e il turismo.

E questi due grafici mostrano chiaramente come anche due mostri sacri, due incarnazioni viventi del mito economico americano come Ford e Boeing oggi viaggino con possibilità di default a 5 anni decisamente inquietanti.Bloomberg/ZerohedgeBloomberg/Zerohedge

Almeno quanto la conclusione cui giunge Bank of America nel suo ultimo report al riguardo, preannunciando prima dell’estate il rischio di una catena di fallimenti corporatecon pochi e illustri precedenti negli Usa: “Se le cose continueranno a evolversi con la velocità fulminea cui stiamo assistendo negli ultimi giorni, i nostri calcoli prevedono che il periodo di ammortizzazione ancora gestibile sia al massimo di un mese e mezzo o due mesi, dopodiché si raggiungerà un punto di non ritorno rispetto alla dinamica del tasso di default storico. Ad oggi, l’ambiente di mercato è già paragonabile a quello del febbraio 2001 o del luglio 2008″.

Ovvero, prima del diluvio. E a confermare ulteriormente il quadro decisamente fosco ci pensa questo ultimo grafico, dal quale si evince come la mossa di Boeing di operare un drawdown completo delle sue linee di credito bancario abbia fatto proseliti a tempo di record.Bloomberg

Nella settimana conclusasi il 20 marzo, il ricorso a drawdown– prosciugamento delle linee di credito attraverso lo spostamento del capitale dai conti al bilancio del beneficiario/creditore, una sorta di mossa difensiva e anticipatoria rispetto a un possibile  credit crunch del sistema bancario – ha toccato un controvalore di 58 miliardi di dollari, 5 volte tanto dagli 11 della settimana precedente e un ammontare che ha portato la cosiddetta utilization ratio al 24%, il doppio dei 12% registrato nel quarto trimestre del 2019 dalle aziende statunitensi con rating investment grade.

Soltanto mercoledì 18 hanno compiuto questo passo estremo sette compagnie – CEC Entertainment, Metropolitan Transportation Authority, Diamondrock Hospitality, Tailored Brands, J Jill, Boyd Gaming e National Vision -, seguite il giorno dopo da Ford (15,4 miliardi), Kohl’s (1 miliardo) e TJX (1 miliardo) per un controvalore di giornata di 21 miliardi di dollari.

Non a caso, proprio giovedì 19 la Fed ha annunciato l’ampliamento anche ai commercial papers (sorta di pagherò emessi dalle aziende con scadenza massima a 270 giorni, uno dei principali canali di finanziamento dell’economia reale Usa) della platea di collaterale valido per accedere a proprie linee di finanziamento diretto e più di un analista avanza già oggi la certezza che nella prossima review del Qe verranno inseriti anche i corporate bonds. E stando a calcoli di Bloombergle prossime a ricorrere al mezzo estremo di copertura dei conti sarebbero AT&T (3 miliardi), Delta Airlines (2-4 miliardi), Edison International (800 milioni) e Pioneer Natural Resources (1 miliardo).

Insomma, la corporate America corre pesantemente ai ripari, prosciugando le linee di credito, nonostante i miliardi della Fed e le rassicurazioni della Casa Bianca. E la cosa inquietante è che si tratta, nella maggior parte dei casi, delle medesime aziende che dopo aver beneficiato del ciclo monetario più lungo e favorevole della storia (2009-2019), aver operato buybacks per miliardi (2016-2019), aver goduto del più ampio taglio fiscale in assoluto (2017) e aver presentato profitti record (2018), oggi chiedono – almeno nel caso eclatante e solo per adesso ancora unico rappresentato da Boeing – addirittura la possibilità di un salvataggio pubblico, in stile Aig.

Diffcile pensare e credere che la pandemia sbarcata ufficialmente nella società e nell’economia Usa da meno di una settimana e subito tramutatasi in “cigno nero” dell’amministrazione Trump possa davvero essere responsabile unica di un trend simile. Le banche creditrici, per ora, tacciono: il timore di una catena di default e quindi di insolvenze di massa è ben maggiore di quella relativo a un drawdown, ancorché da record. Per ora, però.

Da Business Insider Italia