Come mai gli orrori dell’imperialismo italiano ancora non trovano spazio nei manuali di storia e nel senso comune? Intervista alla studiosa Neelam Srivastava 

Ancora oggi, il rimosso coloniale italiano è un problema non risolto. Non solo l’imperialismo italiano non è ancora riuscito a farsi lo spazio necessario nei manuali di storia scolastici e nel senso comune, ma addirittura chi è coscientemente antirazzista e anticolonialista, spesso manca di una conoscenza storica del colonialismo italiano e di una coscienza dei movimenti e del pensiero anticoloniale in Italia. Nelle righe che seguono, ho provato a parlare di queste cose con Neelam Srivastava, studiosa di letterature comparate e postcoloniali all’università di Newcastle, che ha lavorato sulla letteratura postcoloniale inglese (specialmente quella non canonica), sul colonialismo italiano liberale e fascista e sulla tradizione anticolonialista che si sviluppa in Italia a partire da Antonio Gramsci.

È noto il ritardo col quale l’accademia italiana si è aperta agli studi postcoloniali sbocciati a partire dagli anni Ottanta nel mondo universitario angloamericano: un ritardo causato da un lato dal conservatorismo delle facoltà di Lettere (e infatti le cattedre postcoloniali sono tuttora nelle facoltà di Lingue e Scienze politiche) e dall’altro dalla rimozione della questione coloniale italiana dal dibattito culturale, che determinava una scarsa sensibilità intellettuale alle voci delle ex colonie europee. Tuttavia, c’è una storia di produzione e ricezione «pre-postcoloniale» dei testi anticolonialisti in Italia: una storia di traduzioni a distanza brevissima dalla pubblicazione originale, grazie al lavoro editoriale di alcuni intellettuali italiani. Per esempio, come ricostruisci in Frantz Fanon in Italy: or, Historicizing Fanon, Frantz Fanon venne tradotto e letto in Italia da subito, ben prima della canonizzazione accademica attraverso Homi Bhabha e addirittura senza l’intercessione di Jean-Paul Sartre, che introdusse Fanon al pubblico francese, spiegando di fatto come leggere un testo che era stato scritto per i fratelli colonizzati. 

Nella mia ricerca, ho studiato come si sviluppa in Italia un pensiero anticoloniale: il punto di partenza sono le riflessioni nate in seno al Partito Comunista d’Italia (come si chiamò dal 1921 al 1943, quando divenne Partito comunista italiano) sulla questione coloniale e Gramsci, che affronta nei Quaderni la questione meridionale in relazione al colonialismo e all’imperialismo. Negli anni Sessanta e Settanta vediamo emergere molto più chiaramente un pensiero postcoloniale ante litteram: è in atto una riflessione sulla posizione dell’Europa rispetto alle colonie, sulla necessità di cambiare la propria mentalità mettendosi a confronto con i movimenti di decolonizzazione. Per esempio, con il terzomondismo si ha un grandissimo impegno degli intellettuali (e non solo) italiani a sostegno dei movimenti di liberazione. Il terzomondismo cambiò la mentalità europea, e questo ci mostra che il pensiero non si muove solo dalla metropoli alle colonie, ma segue anche la direttiva inversa. Pensatori anticoloniali come Frantz Fanon, Ernesto Che Guevara, Amilcar Cabral ma anche lo stesso Mao sono pensatori anticoloniali rivoluzionari che influenzarono il pensiero e la cultura europea, la letteratura e il cinema, e anche la nuova sinistra italiana nata dopo il ’68 e l’operaismo.

Un esempio concreto di questa influenza è la produzione cinematografica; si prenda La battaglia di Algeri (1966) di Gillo Pontecorvo: si tratta di uno dei più grandi film anticoloniali mai prodotti, una riflessione profonda sulla nascita e lo sviluppo di un movimento anticoloniale come lotta di popolo e di resistenza. Però ci si dimentica che La battaglia di Algeri è stato girato da un regista italiano: è come se non venisse mai riconosciuto l’apporto degli intellettuali italiani al pensiero postcoloniale, inteso nel senso di uno sguardo e di un’analisi critica della violenza occidentale che struttura il rapporto fra colonizzatore e colonizzato. Pontecorvo tuttavia dimostra come in quegli anni in Italia, su influenza dei movimenti anticoloniali, avvenne un rinnovamento non solo intellettuale, ma anche artistico. 

Un altro esempio è I dannati della terra (1969) di Valentino Orsini, film pressoché dimenticato e completamente diverso dalla Battaglia di Algeri che invece è un film con un forte sentore di neorealismo: I dannati della terra è improntato alla nouvelle vague, alla frammentarietà della narrazione e alla meta-cinematografia. La riflessione di fondo è su sé stessi: come possiamo rinnovare le nostre correnti di pensiero, effettuare la nostra liberazione, sconfiggere il capitalismo guardando agli esempi extraeuropei e cercando di costruire ponti di solidarietà con le nazionalità oppresse dall’imperialismo? Se la portata innovativa del pensiero postcoloniale è che aiuta a decentrare il pensiero europeo come fonte di universalità, qui vediamo come quel processo di provincializzazione aveva avuto un’importante preistoria negli anni Sessanta in Italia, cioè prima dell’importazione degli studi postcoloniali, che vennero presentati negli anni Ottanta e Novanta come una teoria innovativa tutta angloamericana.

Qui non si tratta di fare un discorso nazionalista, ma di ricostruire quali sono le nostre radici anticoloniali, perché solo così si può immaginare un Paese/una Nazione che non sia imperialista e realmente democratico. Per me è importante tracciare una genealogia del discorso anticoloniale in Italia per dire che esiste una vena parallela [a quella angloamericana degli studi postcoloniali, ndr] di critica del colonialismo e dell’imperialismo, e quindi del fascismo.

Questa storia affonda le sue radici in realtà molto prima, nel legame tra anticolonialismo e Resistenza, che è un legame che è stato spesso nascosto nella narrazione di una resistenza fatta da giovani maschi bianchi e che alcune realtà, spesso extra-accademiche, come Resistenze in Cirenaica, hanno contribuito a far emergere. In che modo si dipana questa relazione, che parte dall’anticolonialismo dei socialisti come Napoleone Colajanni e poi di Antonio Gramsci, si sviluppa con la partecipazione internazionalista di alcuni italiani alla resistenza contro l’invasione dell’Etiopia e proseguirà nella Resistenza italiana al nazifascismo, che fu meticcia e internazionalista

Negli anni Trenta, il Partito Comunista d’Italia adotta un atteggiamento anticolonialista, a partire dal pensiero gramsciano e dalla solidarietà globale con gli oppressi e con la manodopera migrante di tutto il mondo. Presto, il PCd’I lancia una campagna anticoloniale contro l’invasione dell’Etiopia, cercando di influenzare anche le comunità italiane all’estero, augurandosi ottimisticamente che possa fare da leva per la caduta del regime (la si dipingeva come una guerra dispendiosa per l’Italia che avrebbe mietuto molte vittime fra gli arruolati che provenivano dalle classi povere), quando invece la guerra d’Etiopia fu, come è noto, il momento di maggior popolarità del Fascismo e del suo capo.

Nel 1938, il PCd’I invia una sua «missione» in Etiopia, composta da tre membri, Ilio Barontini (già antifascista in Spagna e futuro partigiano), Domenico Rolla e Anton Ukmar; secondo lo storico Angelo Del Boca, dietro la missione c’era anche lo zampino dell’intelligence britannica che voleva raccogliere informazioni sulle forze ribelli etiopi, tanto che infatti un ufficiale inglese accompagnò i tre compagni nel loro viaggio verso l’Etiopia. In ogni caso, l’obiettivo della missione era coadiuvare l’organizzazione dei partigiani locali in piccoli gruppi di guerriglia, per contrastare più efficacemente gli italiani. Nella testimonianza pubblicata nel 1966 su Rinascita, emerge come ai tre fu chiesto di presentarsi ai loro compagni etiopici non come membri del Partito, né come italiani, ma come militanti internazionalisti.

Nel tuo libro Italian Colonialism and Resistances to Empire, 1930-1970 (Palgrave, 2018) proponi una nuova storia culturale dell’imperialismo italiano. Sostieni che l’Impero fascista permetta di disintegrare un’idea di colonialismo e di resistenza anticoloniale tutta influenzata dai modelli inglese e francese. Non si tratta tanto di una specificità del colonialismo italiano (che venne rivendicata a scopo legittimante fin dalla guerra di Libia e che viene ancora utilizzata a scopo giustificativo da chi continua a pensare che «italiani = brava gente»), ma piuttosto di una specificità della Resistenza anticoloniale in Etiopia, che fu molto sostenuta, fuori dal paese, da un’internazionale nera, mossa dal significato simbolico e politico che l’Impero etiope aveva agli occhi della diaspora nera nel mondo. Gli stessi giacobini neriai quali è intitolata questa rivista vennero raccontati dall’intellettuale caraibico C.R.L. James proprio su spinta della resistenza in Etiopia: Black Jacobins uscì nel 1938.

Il colonialismo italiano si ammanta di alcune caratteristiche di eccezionalità: per esempio, un’anomalia sta nel suo essere un colonialismo tardivo, anche se ebbe inizio molto poco dopo l’Unità d’Italia (le prime concessioni territoriali italiane nel Corno d’Africa risalgono agli anni 1870-1880 e la prima colonia italiana è l’Eritrea, nel 1890). Come è noto, l’Italia si interessa alla questione delle colonie quando il continente africano è già stato spartito con il Congresso di Berlino e presto riceve lo «smacco» della sconfitta contro un esercito africano (con la Battaglia di Adua del 1896); di conseguenza l’espansione territoriale italiana subisce un rallentamento, anche a causa dell’opposizione interna, soprattutto da parte dei socialisti ma che coinvolge anche ambienti conservatori, per poi riprendere con l’invasione della Libia nel 1911. Con l’invasione dell’Etiopia nel 1935 si ha una guerra coloniale anomala a livello temporale e a livello storico: si pensi che nel frattempo si erano già sviluppati molti movimenti anticoloniali in tutto il mondo e soprattutto che l’Etiopia era una nazione sovrana, membro della Società delle Nazioni. La reazione globale che ebbe questa guerra fu in un certo senso, sproporzionata alla guerra stessa, considerando che l’Italia e l’Etiopia erano paesi marginali nella Società delle Nazioni: eppure il conflitto in Africa Orientale divenne simbolico, come è oggi per esempio la causa palestinese. Ci fu un moto internazionale e transnazionale di sostegno dell’Etiopia, che coinvolse popolazioni nei Caraibi, i ghetti neri ad Harlem e a Chicago e fu un evento molto importante nell’internazionalismo nero, contribuendo a consolidare una coscienza della razza, proprio perché è il momento della resistenza che spesso crea senso nazionale e identitario. La guerra in Etiopia divenne simbolica dell’imperialismo europeo, anche perché quello italiano era un imperialismo brutale. L’invasione dell’Etiopia non fu solo illecita ma anche illegale (perché l’Etiopia era membro della Società delle Nazioni) e nella guerra l’Italia usò mezzi e armi illegali, come l’uso dei gas nervini contro la popolazione civile: tutto questo faceva risaltare ancora di più l’inciviltà dell’imperialismo europeo.

Si può dire quindi che la vera portata anomala dell’imperialismo italiano sia stata nella resistenza che suscitò a livello globale – e la reazione si vide sul piano politico ma anche nella produzione culturale.

Per esempio, l’invasione italiana dell’Etiopia funzionò da spinta per il movimento panafricanista: l’autore di Black Jacobins, C.R.L. James, e George Padmore (entrambi del Trinidad) fondarono – appena dopo l’invasione italiana dell’Etiopia – un periodico panafricanista, International African Opinion (1938-40), che cercava di sollevare la coscienza nera, sottolineare l’aspetto razziale del colonialismo e anche del fascismo e di fare dei paralleli espliciti tra colonialismo britannico e francese e il fascismo. L’International African Opinion insieme al lavoro politico di James e Padmoreponeva le basi della Pan-African Association, che venne poi fondata a Londra nel 1945 da quegli stessi futuri leader africani che accolsero il negus Hailé Selassié, in fuga in Inghilterra dopo l’invasione dell’Etiopia nel 1935. 

Solo tre anni dopo l’invasione, C.R.L. James scrisse Black Jacobins, la prima storia della rivoluzione di Haiti narrata in chiave afrocentrica, nel quale ci sono chiari riferimenti al fascismo: la società schiavistica stabilita dai francesi ad Haiti viene descritta da James in termini fascisti e quindi Black Jacobins si può leggere in chiave coeva, cioè interpretando la colonia di Haiti di cui parla James anche come una rappresentazione dell’Etiopia, cioè della colonia della quale più si parla a metà degli anni Trenta: in un passo del libro, James paragona la restaurazione della schiavitù ad Haiti dopo che i francesi ripresero per un periodo il controllo sull’isola al tradimento dell’Etiopia da parte delle nazioni europee che l’abbandonarono al suo destino dopo la conquista italiana. 

Mi interessava capire come la dinamica di scambio tra antifascismo e anticolonialismo si evolvette poi nel Dopoguerra italiano, soprattutto all’interno del Pci. Tra i partiti comunisti europei, il Pci, sulla scorta dell’anticolonialismo marxiano, fu il più attivo ideologicamente nelle guerre anticoloniali e soprattutto nella guerra d’Algeria, tuttavia era allo stesso tempo favorevole al mantenimento di un piede italiano in Somalia, attraverso un Protettorato (di fatto, in mano ai fascisti amnistiati fino al 1960). Del resto, gli stessi panafricanisti sottolineavano le contraddizioni dell’internazionalismo dei partiti comunisti europei, che non seppero mai superare il proprio eurocentrismo.

Quel George Padmore al quale si accennava fu espulso dal Comintern nel 1934 perché calcava troppo l’accento sul discorso della razza e dell’unità razziale nei suoi scritti e nelle sue attività politiche, rispetto all’unità di classe. Era il direttore responsabile di un periodico mensile, The Negro Worker (1928-1937), dove cercava di sposare comunismo e panafricanismo. La sua attenzione all’identità panafricana e all’identità diasporica nera fu invisa all’Unione sovietica [che pure prima attraverso il Comintern aveva supportato la formazione dell’International Trade Union Committee for Black Workers, Ndr]. Del resto, l’Urss ben presto si disinteressò completamente dell’invasione dell’Etiopia, per cui molti comunisti neri – non solo Padmore e James – ne furono delusi e accusarono il comunismo internazionale di tradimento. 

Quanto al Partito comunista italiano, è noto che voleva mantenere la Somalia italiana: addirittura l’amministrazione fiduciaria fu un compromesso, perché all’inizio almeno una parte del Pci voleva che la Somalia rimanesse colonia italiana. Il Pci aveva una sede a Mogadiscio, sin da quando la Somalia passò nelle mani degli inglesi. Leggendo i documenti della piccolissima sede del Pci di Mogadiscio (conservati all’Istituto Gramsci) si trova un memoriale scritto all’Onu, nel quale si sostiene – con un linguaggio tutto colonialista – che la Somalia dovesse rimanere italiana per via delle opere italiane, fatte dai lavoratori italiani, senza fare accenno al regime fascista che aveva ordinato tali opere, e si sostiene anche che gli italiani meritassero le colonie, avendo combattuto al fianco degli Alleati nella Seconda guerra mondiale.

Nel 1946-’47, la questione somala viene dibattuta all’Onu, che cerca una soluzione transitoria prima dell’indipendenza completa della Somalia. In quegli anni, il Pci manda parecchie persone a Mogadiscio per cercare di reclutare e tesserare gli ex combattenti che provenivano dai campi di prigionia del Kenya e venivano smistati per Mogadiscio. Colpisce in questi documenti la totale assenza di riferimento ai desideri dei somali stessi riguardo alla forma di governo da loro voluta dopo la caduta del fascismo, anche se in seguito il Pci sostenne il movimento d’indipendenza della Somali Youth League quando emerse come partito guida del Paese. Per cui si può dire che l’atteggiamento del comunismo italiano nei confronti delle nostre colonie è stato quantomeno ambivalente e contraddittorio nel passaggio dal fascismo alla repubblica.

Mi sembra che in generale il tuo lavoro sul colonialismo italiano e sulla resistenza a quel colonialismo sia orientato al recupero di tradizioni di pensiero e di scambi culturali, intellettuali e politici, che permettano di andare più a fondo nella comprensione di un fenomeno che non può essere letto solo attraverso i modelli teorici prodotti a partire dallo studio dell’imperialismo inglese e francese. Ora, a me pare che la questione del colonialismo italiano stia oggi, seppure in modo minoritario, riemergendo nello spazio pubblico, anche grazie a voci provenienti dalle ex colonie che scelgono il writing back: penso all’analisi in termini postcoloniali dello sgombero di piazza Indipendenza a Roma nel 2017 o all’azione contro la statua di Indro Montanelli da parte del nodo milanese di Non una di meno. Tuttavia, mi pare che in generale – anche negli ambienti più politicamente sensibili – a un giustissimo anticolonialismo ideologico non si accompagni una conoscenza profonda di cosa è stato. Che fare?

Secondo me i discorsi anticolonialisti e antirazzisti in Italia avvengono in maniera diversa rispetto agli Stati uniti e all’Inghilterra, dove si fa molta attenzione al linguaggio, al modo in cui si parla del soggetto-altro e c’è stato lo sviluppo di un jargon, di un linguaggio tecnico sul discorso della razza e della differenza, che è ormai un discorso istituzionalizzato. Questo in Italia non è avvenuto e purtroppo, come sappiamo, è un paese razzista; tuttavia, rimane un contributo molto forte di pensatori, pensatrici, attiviste e attivisti in Italia nel costruire un pensiero anticoloniale e, se si vuole, un pensiero debole; come scrive Antonio Negri ne La differenza italiana, parlando di una tradizione che risale a Gramsci, «è la resistenza che produce filosofia». La differenza tra il terzomondismo anticolonialista e i postcolonial studies sta anche nel fatto che il primo nasceva tra i militanti (nel ’68, Fanon si leggeva nelle facoltà occupate!) mentre i secondi sono un prodotto dell’accademia.

La coscienza anticoloniale in Italia deve partire dalla doppia consapevolezza che l’Italia è stata una nazione colonizzatrice e anche una nazione colonizzata, dal Fascismo. In Italia, volere una nazione anticoloniale significa volere una nazione antifascista – come dimostra Pontecorvo, che ricordava la “sua” guerra partigiana immaginando la guerriglia anticoloniale nel suo film La Battaglia di Algeri. Tornano in mente a questo proposito le parole di Giovanni Pirelli, ex-partigiano, amico di Fanon e uno dei fondatori dei Quaderni Rossi, pronunciate all’indomani del ‘68: «Ricordatevi che la Resistenza non è affatto finita con la disfatta del fascismo. È continuata e continua contro tutto ciò che sopravvive di quella mentalità, di quei metodi; contro qualsiasi sistema che dà a pochi il potere di decidere per tutti. Continua nella lotta dei popoli soggetti al colonialismo, all’imperialismo, per la loro effettiva indipendenza. Continua nella lotta contro il razzismo» Lotta anticoloniale è lotta antifascista, e viceversa.

Intervista condotta da Michela Pusterla.

Michela Pusterla è dottoranda in italianistica all’Università di Trieste.

Da Jacobin Italia on-line