Ikea ha annunciato piani di ristrutturazione e quando i padroni parlano di ristrutturazione vogliono dire licenziamenti. La motivazione è data, secondo l’azienda, dalla graduale affermazione, anche nel mercato della holding, delle vendite online a scapito di quelle nei negozi. Così dei 149000 dipendenti a livello planetario il 5% (7500) saranno licenziati. Di contro c’è la promessa di creare 11500 nuovi posti di lavoro proprio nel settore delle vendite on line, anche se nei comunicati non si parla esplicitamente di assunzioni dirette dell’azienda.

Lo scorso anno ikea ha denunciato, nel suo bilancio, un aumento dell’1.7 %  dei ricavi (36.3 miliardi di euro  che divisi per i 149000 lavoratori e lavoratrici fanno 217500 euro per lavoratore). Di questi 3 miliardi sono gli utili netti (18750 euro per lavoratore). In Italia la presenza di Ikea si distribuisce in 21 mastodontici negozi che impiegano circa 6500 lavoratori di cui il 65-70 % donne. I part time sono il 60% (curiosa la quasi sovrapposizione con il dato dell’occupazione femminile) e il salario medio viaggia intorno ai 900 euro mensili contro i 2500 della Svezia

Così anche nella struttura italiana della multinazionale sono stati annunciati esuberi, settanta per ora, cinquanta dei quali nella sede di Carugate e gli altri in quella romana.

La ristrutturazione annunciata, se si incrociano i vari comunicati, dichiarazioni dei dirigenti e articoli comparsi nell’ultimo periodo, in realtà appare più complessa di come presentata e incrocia, all’utilizzo di tecnologie di vendita online, la scelta di invertire, almeno in parte, la logica della concentrazione dell’offerta. Dalle cattedrali dei mobili (i grandi, anzi grandissimi, magazzini solitamente posizionati alla periferia delle città) si passerebbe ad un sistema misto con la riduzione del numero di questi grandi centri di vendita collegata alla apertura di nuovi negozi, più piccoli ma più diffusi nel territorio e collocati soprattutto nei centri urbani e che lavorerebbero più su catalogo digitale che sulla esposizione materiale dei prodotti.

Nel settore alimentare questa “inversione di tendenza” è già operativa da alcuni anni (un esempio per tutti è la catena Carrefour che accompagna oramai da tempo dei piccoli supermercati di quartiere ai grandi magazzini). Questo per quello che riguarda i mobili perché il settore food e le altre merci commercializzate da Ikea, di piccole dimensioni, potrebbero trovare una diffusione più ampia proprio nella distribuzione geografica dei punti vendita.

Questo comporta ovviamente l’apertura di centri logistici organizzati in modo ben differente dai magazzini attuali, che possono essere collocati anche a migliaia di chilometri di distanza dal punto vendita. Si tratta insomma di seguire la modalità operativa di Amazon, con tutto quello che comporta per le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici, partendo dall’attuale struttura che farebbe da base.

E’ in corso quindi, nel progetto del gruppo dirigente di Ikea, un’operazione di lungo respiro che ha già mosso i suoi passi. Chi, come noi, si chiedeva il senso delle strette disciplinari nei confronti di lavoratori e lavoratrici, dei licenziamenti di delegati e lavoratori/trici oggi riesce a capire meglio la logica che sta dietro ad azioni che apparivano in forte contraddizione rispetto a una politica decennale che cercava di presentare Ikea come azienda popolare paladina di diritti e democrazia.

Invece, da tempo, la direzione aziendale si comporta miscelando sapientemente atteggiamenti paternalistici a dure azioni repressive. Il licenziamento in tronco dei delegati SGB Luca e Mauro, avvenuto oramai due anni indietro, nonché quello di Marica e Francesca rientrano proprio in questo quadro.

Anche nell’avvio di questa fase di ristrutturazione il comportamento dei dirigenti Ikea Italia continua a essere quasi provocatorio. Si è ben guardata dal trattare con le organizzazioni sindacali il merito e il metodo con cui affrontare il problema degli esuberi. Ha scelto invece la strada della trattativa individuale proponendo a ognuno/a dei soggetti in causa una buonuscita economica a fronte del ricatto di un trasferimento a centinaia di chilometri di distanza (in alcuni casi addirittura in altri paesi europei).

Per altro Ikea sta agendo in modo intelligente. L’espulsione dal lavoro parte dai piani alti della dirigenza contando su un doppio effetto. Intanto quello di avere a che fare con persone più “morbide” e quindi più convincibili, in secondo luogo il partire a espellere dei dirigenti, magari invisi ai lavoratori e alle lavoratrici, crea difficoltà all’emergere di un sentimento di solidarietà ponendo così le premesse perché anche le espulsioni delle prossime fasi, che colpiranno lavoratori e lavoratrici di più basso livello, possano passare in modo indolore per l’azienda.

In realtà, anche se nessuno è a conoscenza del suo piano industriale che ben si guarda di comunicare, Ikea non si fermerà ai settanta che vuole gettare sulla strada oggi. Solo facendo la proporzione secca tra il numero dei dipendenti italiani e il previsto taglio occupazionale generale, sono almeno altre 300 le persone che dovranno essere cacciate. Tenendo conto anche che il taglio non sarà lineare ma gestito a seconda delle condizioni di ogni paese forse pensiamo male, ma siamo conviti che Ikea Italia andrà giù molto più duramente tenendo anche conto che parte degli attuali occupati potrebbero non riuscire a seguire le nuove modalità operative che verranno attuate.

Di fronte a questa situazione quello che sorprende è il totale immobilismo delle organizzazioni sindacali anche di quelle “di base”. L’impressione è che non si colga la gravità del momento sottovalutando la portata di questi primi licenziamenti. Non si può semplicemente stare a guardare o “invitare i lavoratori… a valutare in assoluta libertà le scelte che si ritengono più opportune dal punto di vista individuale” (comunicato CGIL, CISL e UIL del Lazio del 19 ottobre scorso). Occorre al contrario agire subito per imporre il reintegro dei licenziati “politici” degli ultimi due anni a partire da Luca e Mauro e bloccare tutte le operazioni di licenziamento che Ikea ha avviato e continuerà a tentare nella prossima fase.

Occorre agire mobilitando i lavoratori e le lavoratrici per fare si che la ristrutturazione non sia fatta a discapito degli attuali livelli occupazionali. Occorre lottare e imporre a Ikea una vera trattativa.

Occorre farlo ora prima che sia troppo tardi.

 

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