Bosnia centrale, 19931994

La guerra bosniaca, ben più della precedente guerra croato-serba durata meno di sei mesi, mise a dura prova i rapporti internazionali europei e scosse le coscienze in profondità a livello di massa. Il problema non fu solo quello di una “guerra alle porte di casa”, ma delle modalità di questa guerra, particolarmente atroci e con un livello di violenza contro i civili che lasciava sbigottiti; il massacro di Srebrenica di più di 8.000 uomini disarmati e inermi da parte delle forze serbe nel luglio 1995, senza ragioni apparenti, ne fu l’emblema finale. All’interno del conflitto che opponeva, in prima considerazione, serbi da un lato e croati e musulmani dall’altro, si sviluppò per quattordici o sedici mesi (a seconda delle interpretazioni su quanto avvenne alla fine del 1992 a Prozor) una guerra che opponeva, ancora in prima approssimazione, croati e musulmani. Questa guerra nella guerra terminò nel febbraio 1994 e produsse anch’essa, oltre a ovvie dinamiche militari e diplomatiche, una serie di tutto rispetto di crimini ai danni dei civili.

Questi crimini di guerra vennero ovviamente denunciati dalle parti interessate. Da parte musulmana la Commissione di Stato sui crimini di guerra diffuse cinque bollettini in inglese tra l’ottobre 1992 e l’agosto 1993: per quanto attiene la guerra croato-musulmana riprese un rapporto commissionato dalle Nazioni unite sulla situazione a Vitez, Ahmići e Mostar. Ben più intenso fu lo sforzo da parte croata. Il Centro d’Informazione Croato di Zagabria pubblicò in inglese 57 bollettini dall’agosto 1993 al novembre 1994, dando un significativo spazio ai crimini di guerra, veri o presunti, sofferti dalla popolazione croata per mano musulmana. Le Nazioni unite fecero uno sforzo eccezionale per far luce sulle violenze inflitte ai civili, commissionando una serie di rapporti sulla situazione dei diritti dell’uomo nell’ex Jugoslavia a Tadeusz Mazowiecki, che stilò 18 rapporti dall’agosto 1992 all’agosto 1995, e istituendo nell’ottobre 1992 una Commissione d’esperti presieduta da Cherif Bassiouni, che concluse i suoi lavori nell’aprile 1994. Il rapporto finale di questa Commissione fu impressionante, con più di 3.300 pagine inclusi dodici annessi speciali, e costituisce ancora oggi un fondamentale testo di riferimento per lo studio delle dinamiche della guerra bosniaca. Altri soggetti terzi, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America, Amnesty International, Human Rights Watch, il Ludwig Boltzmann Institute of Human Rights e l’International Crisis Groupeffettuarono proprie ricerche e indagini e pubblicarono una serie di rapporti. Il massacro di Srebrenica fu oggetto di molteplici, specifiche indagini e rapporti. Infine, anche il Governo della Repubblica Federale di Jugoslavia produsse sette rapporti, diffusi in inglese, tra il novembre 1992 e il 1996 sui veri o presunti crimini di guerra subiti dai civili serbi; non vi è traccia della guerra croato-musulmana per il semplice motivo che la caratteristica fondamentale dei rapporti di tutte le parti in causa fu di indagare solo ed esclusivamente sulle “proprie” vittime.

Comunque nessuna di queste fonti, per quanto importanti possano essere considerate per la ricostruzione storica di quanto avvenne in Bosnia Erzegovina, può essere paragonata ai lavori compiuti dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, con sede all’Aja, sia per la ricchezza documentale e testimoniale, sia per l’equilibrio e l’onestà intellettuale dimostrato dai giudici, interessati non esclusivamente agli specifici casi penali strictu sensu, ma alla loro contestualizzazione e logica storica. I processi celebrati all’Aja, relativi alla guerra croato-bosniaca e con imputati croati sono stati:

1. Anto Furundžija, sentenza di primo grado del dicembre 1998
2. Zoran Kupreškić, Mirjan Kupreškić, Vlatko Kupreškić, Drago Josipović, Dragan Papić e Vladimir “Vlado” Šantić, sentenza di primo grado del gennaio 2000
3. Tihomir Blaškić, sentenza di primo grado del marzo 2000
4. Dario Kordić e Mario Čerkez, sentenza di primo grado del febbraio 2001
5. Mladen “Tuta” Naletilic e Vinko ŠtelaMartinovic, sentenza di primo grado del marzo 2003
6. Miroslav Bralo, sentenza di primo grado del dicembre 2005
7. Ivica Rajić (“Viktor Andrić”), sentenza di primo grado del maggio 2006
8. Jadranko Prlić, Bruno Stojić, Slobodan Praljak, Milivoj Petković, Valentin Ćorić e Berislav Pušić, sentenza di primo grado del maggio 2013

Invece i processi celebrati all’Aja, relativi alla guerra croato-bosniaca e con imputati musulmani sono stati:

1. Sefer Halilović, sentenza di primo grado del novembre 2005
2. Enver Hadžihasanović e Amir Kubura, sentenza di primo grado del marzo 2006
3. Rasim Delić, sentenza di primo grado del settembre 2008

Che gli imputati croati siano stati ben più numerosi di quelli musulmani è, in parte, un risultato del cambio di orientamento del Tribunale internazionale all’inizio degli anni 2000: mentre precedentemente venivano incriminati persone anche di livello operativo, successivamente venne concentrata l’attenzione solo sui più alti vertici militari e politici; i quattro imputati musulmani appartengono esclusivamente a quest’ultima categoria. Gli imputati di questi processi sono stati tutti riconosciuti colpevoli per qualche capo d’accusa, con l’unica eccezione di Sefer Halilović, comandante in capo dell’Esercito bosniaco fino al giugno 1993, e nei mesi successivi a capo dello staff centrale.

Considerando l’insieme delle fonti i crimini di guerra, perpetrati sia dalle forze croate, sia da quelle musulmane, appare impressionante, circa cinquanta – sessanta casi. In questo insieme non sono inclusi i non pochi “falsi crimini di guerra”, denunciati al momento e poi rivelatisi al di là di ogni dubbio delle bufale, inventate dal nulla per scopi propagandistici oppure trasformando soldati uccisi in scontri militari in civili massacrati; talvolta giunsero fino a qualche aula giudiziaria in primo grado, salvo essere silenziosamente cancellati nei gradi successivi. Sono invece inclusi una decina di casi denunciati solo da fonte croata, su cui non vi sono informazioni da parte indipendente e che non sono mai stati affrontati in aule giudiziarie.

Questi crimini di guerra si possono suddividere in varie categorie, di cui la più importante e ovvia è quella caratterizzata dalla finalità militare. In questa categoria rientrano le uccisioni da uno o cinque civili durante le operazioni di pulizia etnica: in questi casi le forze militari (per lo più croate) espellevano con la forza un gran numero di civili (per lo più musulmani) da villaggi e piccole cittàverso l’altra parte del fronte, o portandoli verso centri di detenzione, dove rimanevano per un numero di mesi variabile fino all’espulsione finale nei territori sotto controllo musulmano, oppure all’estero. L’uccisione di alcune persone in questi casi era funzionale all’obbedienza agli ordini da parte del gruppo di civili, che poteva essere anche molto numeroso; maggiore era il rapporto tra civili e militari, maggiore era la possibilità che alcuni civili venissero uccisi. Se tra 200-300 civili vi era l’insubordinazione di alcune persone (fuga, spari, incitazione a non eseguire gli ordini, ecc.), la loro uccisione immediata permetteva alle forze militari di continuare l’operazione di pulizia etnica in modo ordinato ed efficiente. In particolari situazioni non fu necessario uccidere nessuno, come nella municipalità di Ljubuški, dove furono “sufficienti” arresti, deportazioni, incendi delle case e dei luoghi di culto, furti generalizzati, maltrattamenti e pestaggi, anche pesanti, ma nessun morto civile, per ridurre la popolazione musulmana da 2.381 a 826 persone, dal settembre al 10 novembre 1993. La finalità militare è chiara anche per le uccisioni di civili, mediante bombardamenti su zone residenziali, attentati, uso di “baby bombs” e cecchinaggio, combinati a iniziative più o meno rigide di strangolamento umanitario, in situazioni di assedio di città o porzioni di città. Questo è il caso dell’assedio da parte croata di Stari Vitez e di Mostar est. I risultati di queste attività sono stati devastanti per i civili, con un altissimo numero di vittime, ma la finalità militare è manifesta: creare una molteplicità di problemi umanitari al fronte nemico rendendo l’assedio insostenibile per il complesso degli assediati. Nella realtà dei fatti queste misure terroristiche non sono riuscite a spezzare la resistenza degli assediati: sia Stari Vitez sia Mostar est nel febbraio 1994 non si erano ancora arrese. Vi è un caso particolare in cui la finalità per così dire logistica è pure chiara. Si tratta dell’uccisione di 8 autisti arabi del convoglio per Tuzla (“Convoy of Joy”) il 7 giugno 1993 presso Novi Travnik ad opera di forze croate: a fronte di un convoglio di quasi cinquecento camion queste uccisioni servirono a gettare nel caos il convoglio, disarticolandolo e bloccandolo, e permisero il sequestro della grande maggioranza dei camion stessi.

In altri casi i crimini di guerra non avevano finalità militari o di tipo logistico, ma erano interne a un mondo, a un universo particolare, nettamente separato dal mondo reale e retto da leggi proprie. Mi riferisco all’universo concentrazionario dei centri di detenzione. I crimini ai danni dei prigionieri di guerra sono stati non solo particolarmente odiosi, ma anche i più efferati, manifestando spesso una esuberante fantasia sadica come nel caso dell’esecuzione di 23 prigionieri musulmani a Makljen (Prozor) il 31 luglio 1993.

Un’altra categoria è invece quella di crimini di guerra in cui l’insufficienza e/o l’affidabilità delle informazioni disponibili non consentono di precisare dinamiche, responsabilità, logiche. Si tratta di crimini commessi da parte croata in alcuni piccoli villaggi per lo più della municipalità di Kiseljak, che per quanto siano avvenuti nel quadro di operazioni di pulizia etnica, hanno dimensioni tali da essere incongruenti con questa finalità.

Vi sono inoltre alcuni casi di crimini con una logica di ritorsione, come l’uccisione di quattro civili croati a Miletići il 24 aprile 1993 ad opera dei “mujahedin” dopo l’uccisione di uno dei loro. Rientra probabilmente in una logica di ritorsione anche l’uccisione di un autista inglese a Zenica, nel gennaio 1994, ad opera di un gruppo di mujahedin insieme a un alto rappresentante saudita. È plausibileche quell’esecuzione fosse un atto di intimidazione o di ritorsione da parte saudita nei confronti dell’intelligence e dell’esercito inglese; e tutti gli attori, inglesi, sauditi e bosniaci ebbero interesse a mantenere il riserbo sui dettagli dell’affaire. Questo caso fu l’unico, insieme a quello degli italiani a Gornji Vakuf, di uccisione a sangue freddo di operatori umanitari. Tuttavia se ne differenzia sotto molteplici aspetti, a partire dalla effettiva natura di operatori umanitari degli inglesi coinvolti, oltre a tutta la logica di quanto avvenne.

La categoria residuale include sei massacri, i più importanti per numero di vittime (civili o prigionieri di guerra disarmati) insieme all’uccisione dei prigionieri di Prozor, o di bombardamenti e attentati a città sotto assedio. In tutti questi casi la razionalità strumentale del massacro è problematica da stabilire.

1) 16 aprile 1993: Ahmići (Vitez), 103 vittime musulmane, quasi tutte civili

2) 16 aprile 1993: Trusina(Konjic), 21 vittime croate, di cui 15 civili

3) 8 giugno 1993: Maline (Travnik), 24 vittime croate

4) 8 settembre 1993: Grabovica (Mostar), 33 vittime croate

5) 14 settembre 1993: Uzdol (Prozor), 30 vittime croate, di cui 29 civili

6) 23 ottobre 1993: Stupni Do (Vareš), 31 vittime musulmane di cui 24-26 civili.

I villaggi coinvolti erano di dimensioni limitate, con una popolazione mista croata e musulmana, e in due casi erano minuscoli, abitati da soli croati. Questi villaggi coprono due aree limitate della Bosnia centrale, l’una che gravita su Vitez, nella vallata della Lašva, e in un’otttica più ampia su Zenica; l’altra che gravita invece su Jablanica. Cinque di questi casi sono stati esaminati dal Tribunale dell’Aja, nelle cui sentenze si possono ritrovare le ricostruzioni dettagliate dello svolgimento dei fatti (una vera discesa nell’orrore),mentre il processo dedicato ai fatti di Trusina si è svolto in Bosnia ed è durato cinque anni, il più lungo della storia giudiziaria bosniaca.

Dal punto di vista militare queste stragi furono commesse in connessione a operazioni militari, eseguite da reparti speciali coadiuvate da pezzi provenienti da svariate unità dell’Esercito, e ordinate dai vertici. In un caso il massacro avvenne nel corso della preparazione di una operazione militare (Grabovica), in un altro nell’immediato termine di una simile operazione (Maline), mentre negli altri quattro nel corso stesso di una operazione militare – ma la natura dell’operazione militare a Stupni Do è indefinita, dato che una volta compiuto il massacro le truppe croate si ritirarono, pur in assenza di truppe nemiche in zona. In cinque casi operarono “unità speciali”, non in modo esclusivo, ma sempre insieme a reparti provenienti da una molteplicità di Brigate, Battaglioni e Compagnie; a Uzdol, secondo le informazioni disponibili, avrebbe operatoesclusivamente un reparto di Brigata, il “Battaglione indipendente di Prozor”. In quattro casi sono attestati precisi ordini di uccidere i civili, eccetto Maline, dove tuttavia vi fu una evidente connivenza tra l’unità autonoma responsabile della strage (i “mujahedin”) e i reparti regolari dell’Esercito bosniaco, ed eccetto Stupni Do, dove tuttavia la dinamica dei fatti indica che il solo obiettivo militare era proprio l’uccisione dei civili. Questi massacri furono opera degli eserciti, non di civili armati o di sbandati fuori qualsiasi controllo. Furono eseguiti in situazioni sotto controllo, da parte di truppe fresche, non vi era nessun elemento di stress psicologico o fisico tale da far cadere ogni tipo di freno inibitorio, ogni cognizione di quello che veniva fatto. Furono opera di truppe specificatamente addestrate per questi compiti, con unità speciali come fulcro dell’operazione, ma integrate con “squadre” apposite, provenienti da svariate unità militari, già preparate e “pronte all’uso” quando necessario. Massacrare a sangue freddo e in modo del tutto gratuito uomini, donne, anziani, bambini, in gran quantità e con modalità atroci, non è lavoro per tutti – può essere un talento di pochi psicopatici, ma per gli altri vi si arriva solo dopo un duro apprendistato. Senza alcun dubbio in questi massacri gli psicopatici sadici non mancarono, e le loro gesta si ritrovano sotto i nomi di “Geler”, “Kum”, “Ramadan”, Hota, e talvolta il loro naturale talento venne talmente apprezzato da portare a una promozione, come “Geler”, che dopo aver giustiziato sette prigionieri disarmati dell’HVO nel gennaio 1993 venne rimosso dalla linea del fronte e messo a fare l’aguzzino nella prigione privata della 7a Brigata musulmana a Zenica, l’uomo giusto nel giusto posto. Ma a parte questi pochi casi la realtà umana è diversa, ed è da sottolineare che pur tra uomini appositamente trasformati in strumenti di macelleria ve furono alcuni che, a rischio immediato della propria vita, rifiutarononei fatti di eseguire gli ordini, operando per la salvezza delle vittime predestinate. Sia ad Ahmići sia a Grabovica vi sono testimonianze in questo senso: sia reso loro onore.

Molti imputati, per lo più comandanti militari di medio o di alto livello, per negare le proprie responsabilità hanno sostenuto che i massacri furono opera di civili, o di militari che operavano al di fuori di ogni logica militare. Una linea di difesa particolarmente debole, che rischiava di cadere nel ridicolo e nel grottesco. Una caduta ben illustrata dal Generale Blaškic, che giunse a dichiarare che le truppe croate in Bosnia erano per lo più bande di ‘contadini armati’ sotto l’influenza di legami e alleanze locali. La mancanza di ufficiali qualificati, di equipaggiamento e di addestramento delle truppe, come anche un inadeguato sistema di comunicazione, spiega perché tali crimini siano potuti accadere”. Ma il ridicolo e il grottesco non costituivano gli unici rischi; talvolta la caduta era molto meno divertente, e diventava ripugnante, come nel caso del Generale Halilović, che insinuò che fossero stati i rifugiati musulmani ad aver ucciso i civili croati a Grabovica. In realtà i molti rifugiati musulmani presenti, provenienti da esperienze terribili nei campi di detenzione dell’HVO, avevano un rapporto eccezionalmente buono con gli abitanti croati di Grabovica, che erano solo anziani, donne e bambini, e furono questi rifugiati musulmani a denunciare per primi i crimini commessi dai soldati dell’Esercito bosniaco contro i civili croati, recandosi a piedi il giorno stesso a Jablanica presso i comandi militari e di polizia. Una semplice variante di questa linea di difesa era quella per cui le stragi furono opera di criminali, civili o militari, che non erano di fatto sotto il controllo dell’esercito. Mutatis mutandis questo approccio è affine alla versione di un Paraga la cui unica logica d’azione sarebbe stata il banditismo; ma nessuno dei superiori di Paraga è mai stato né inquisito, né ovviamente processato per l’eccidio degli italiani, e quindi questo argomento non fu usato come difesa da parte di qualcuno. Fu un argomento di mancanza d’accusa, per giustificare in via preventiva il non coinvolgimento di qualsiasi superiore di Paraga. Il Tribunale dell’Aja operò in modo diverso. Indagò vertici, cercò quante più prove, elementi e testimoni, approfondì aspetti e dettagli, contestualizzò e ipotizzò le logiche operative e politiche. In questo modo ebbe facile gioco a smontare tutte le sciocchezze sui “banditi” sostenute pro domo loro dai grandi Generali.

L’ultima linea difensiva, da parte degli imputati di medio livello, fu di sostenere che le stragi furono opera di unità speciali che non rispondevano alla normale gerarchia militare, ma direttamente a dirigenti di livello nazionale. Ad onor del vero questo argomento non venne fatto proprio solo da imputati di medio livello, ma anche da qualcuno piazzato molto in alto, per il banale motivo che c’è sempre qualcuno sopra chiunque, e così anche il comandante in capo di un Esercito potrebbe far appello all’autorità di un Presidente, e un Presidente all’autorità del Presidente del paese fratello, molto più grande e potente del suo, e così via. Questa linea difensiva puntava a un elemento chiave: chi ordinò queste stragi? Il coinvolgimento dei massimi vertici è in effetti innegabile.

Il comando croato, pur non negando le stragi di Ahmići e Stupni Do, cercò di occultare quanto avvenuto impedendo in entrambi i casi l’accesso delle agenzie internazionali. Per quanto riguarda il primo caso tentò di rigettarne la responsabilità sui musulmani stessi, e nel secondo pur dichiarando di aver iniziato uninchiesta sulla stragecon la rimozione formale dal suo incarico del comandante responsabile dell’eccidio (Ivica Rajić), glielo riaffidò lo stesso giorno sotto altro nome (“Victor Andrić”). Questo signore visse dopo la guerra in Croazia, a spese del Ministero della Difesa di Zagabria, e sotto molteplici false identità fornitegli dallo stesso Ministero. Il comando dell’Esercito bosniaco sostanzialmente ignorò le altre quattro stragi. Nel caso di Maline e di Uzdol affermò pubblicamente che le vittime erano militari o civili armati morti in battaglia. In generale la doppiezza e il cinismo dei comandi dell’HVO e dell’Esercito bosniaco è patente, considerando quanto era di loro conoscenza e quanto invece dichiaravano pubblicamente. Così per esempio si legge nella sentenza a Blaškic, relativamente al massacro di Ahmići: “C’è una discrepanza sorprendente tra quanto l’accusato dice agli osservatori internazionali e alla comunità internazionale e quanto invece dice al pubblico croato. Il 22 aprile rispose immediatamente a una lettera del Colonnello Stewart, scrivendo che era ‘pronto a inviare immediatamente una commissione d’inchiesta nel villaggio di Ahmići’. Quando incontrò il Colonnello Stewart il 24 aprile alle ore 13.00 riconobbe che i crimini erano stati commessi in una zona sotto la sua responsabilità, e secondo il testimone Stewart appariva sconvolto dalle dimensioni del massacro. Invece, nel suo rapporto alle autorità croate datato lo stesso giorno, l’accusato non mostrava alcun rammarico, rimorso o collera per i crimini commessi il 16 aprile. Al contrario, l’accusato si lamentava che la comunità internazionale avesse fornito una presentazione degli eventi influenzata da pregiudizi, provando in tal modo la propria attitudine anti-croata. Inoltre, in una intervista a Danas apparsa il 5 ottobre 1993, il Generale Blaškic affermò… che i crimini erano di responsabilità dell’HOS, le cui truppe erano in larga maggioranza musulmane, e delle forze armate del MOS [truppe musulmane], e che i massacri ad Ahmići furono ‘inscenati e abilmente mostrati alla missione degli osservatori della Comunità Europea e a Bob Stewart’”. Così, ad esempio, relativamente al massacro di Maline, il comando del 3o Corpo dell’Esercito bosniaco ebbe fin da subito tutte le informazioni riguardo a quanto avvenuto, grazie a investigazioni condotte dalla 17a Brigata dell’Esercito bosniaco, di stanza a Travnik, ma nonostante questo “il 21 ottobre 1993, Džemal Merdan, vicecomandante del 3o Corpo, inviò un rapporto al Comando supremo in cui negava che fossero stati giustiziati soldati dell’HVO o civili croati, e sostenendo invece che 25 soldati e civili erano morti combattendo”. Così, ad esempio, nel caso della decapitazione rituale da parte di un gruppo di mujahedin di un civile serbo presso Tranik il 20 ottobre 1993, il comando bosniaco, pur essendo stato immediatamente messo a conoscenza di quanto avvenuto, rispose a fine dicembre per il tramite di ufficiali inglesi alla moglie del civile serbo che cercava disperatamente notizie sulla sorte del marito, che non avevano informazioni, e che avrebbero fatto tutto quanto era in loro potere per scoprire cosa fosse successo. La sentenza contro Hadžihasanović nota come l’Esercito bosniaco, nonostante le roboanti dichiarazioni pubbliche, non ebbe mai nessuna intenzione di attaccare i mujahedin, lasciandoli fare, coprendoli nei fatti e utilizzandoli per propri fini.

Il processo contro Enver Hadžihasanović e Amir Kubura ha rivelato quanto capillare fosse il sistema di giustizia militare nell’Esercito bosniaco, confrontato a seri problemi di diserzione e di indisciplina. “Dal 14 settembre 1992 al 1° marzo 1994, il Battaglione della Polizia Militare del 3o Corpo d’Armata compilò 377 rapporti su vari crimini, coinvolgendo 804 persone identificate, e 20 non identificate. La 17a Brigata [di Travnik] compilò 30 rapporti per crimini commessi dai propri membri. Questi rapporti sono relativi a diversi reati, dal furto, al furto aggravato, al furto di identità, all’omicidio non premeditato, all’omicidio premeditato, allo stupro, all’insubordinazione, alla falsificazione di documenti ufficiali, all’abuso di potere, alla truffa e alla diserzione […] I rapporti sottomessi al pubblico ministero del distretto militare potevano provenire da varie fonti: polizia militare, polizia civile, semplici civili o membri dei comandi di Brigata dell’Esercito bosniaco […] vi fu anche la creazione di speciali corti militari durante lo stato di guerra, conosciute come ‘corti marziali’, per prevenire e punire saccheggi o distruzione di case, per assicurare il rispetto delle Convenzioni di Ginevra da parte dei soldati dell’Esercito bosniaco, sia nel trattamento della popolazione civile che in quello dei prigionieri di guerra”. Il singolo ladro di polli veniva gettato in gattabuia, ma se era un reparto militare nel suo insieme che rubava polli, non era più furto, ma sequestro a fini militari. Il singolo omicida era giustamente punito, ma il massacro di civili era un’operazione militare, e se il singolo militare si rifiutava era insubordinazione, e finiva, nel migliore dei casi, in galera. In questa situazione è semplice capire perché non venne mai denunciato nessun massacro di civili, e di conseguenza non venne mai aperto alcun procedimento a questo proposito.

Ma colpevolizzare i vertici nazionali e assolvere i generali che operavano sul terreno è per lo più implausibile. Come si è visto i massacri non vennero effettuati esclusivamente da unità speciali, soggette forse a gerarchie militari separate, ma videro tra gli esecutori numerose squadre di soldati provenienti da varie unità militari “normali”, sotto il comando dei generali locali – il loro spostamento doveva essere autorizzato dai propri diretti superiori, e potevano operare solo sotto il loro comando. Solo nel caso in cui il comandante locale si fosse opposto attivamente all’esecuzione di crimini da parte dei propri uomini si può allora concludere per una sua “assoluzione”. Sembra che un caso del genere ci sia stato, e nello specifico proprio da parte di un comandante che è l’ultimo a cui si sarebbe potuto pensare in questo ruolo. Si tratta di Ramiz “Ćelo” Delalić, a capo della 9aBrigata, nel corso del massacro di Grabovica nel settembre 1993. Il comandante Ćelo” era conosciuto, oltre che per i suoi indubitabili exploit militari nella difesa di Sarajevo, anche per traffici d’ogni tipo e attività criminali; la sua carriera si interruppe nell’ottobre 1993 quando venne posto agli arresti. Nel maggio 2005, nel processo contro Halilović, sostenne che lui a Grabovica aveva difeso strenuamente i diritti e la vita dei civili croati, attivandosi per giustiziare immediatamente i suoi uomini che si erano macchiati di questi crimini; queste sue dichiarazioni vennero inequivocabilmente confermate da diversi testimoni terzi. Inoltre accusò molto pesantemente Zulfikar Ališpago e incidentalmente anche Sefer Halilović, un passo che dimostrò un non comune coraggio. Come un “tenero omicida” alla Graham Greene, pare che Ćelo” considerasse ammissibili le attività criminali “normali”, ma avesse un codice d’onore privato che gli faceva rifiutare la macelleria umana insensata, degli scrupoli che presumibilmente i suoi superiori non avevano. Ćelo” venne ucciso a Sarajevo due anni dopo la sua testimonianza, nel giugno 2007; gli esecutori erano killer di una potente rete mafiosa, ma il delitto fu effettuato su commissione, e non si è mai saputo di chi.

Ma perché ordinare queste stragi? Di certo non vi fu alcuna razionalità strumentale di tipo militare. Nel caso di Grabovica la strage fu commessa nella fase immediatamente precedente un attacco dell’Esercito bosniaco, e creò confusione e problemi, con comandanti di unità militari che chiedevano di ritirarsi dal fronte “per non essere coinvolti in questi sporchi giochi”. A Uzdol l’offensiva dell’Esercito bosniaco fallì miseramente. A Vareš-Stupni Do l’HVO aveva mandato truppe per “rafforzare la difesa”: appena arrivate a Vareš venneroarrestati i dirigenti locali dell’HVO, vennero incarcerati 250 musulmani, venne fatta la strage a Stupni Do e venne organizzata l’evacuazione dei civili croati della municipalità di Vareš – null’altro.Un “rafforzamento della difesa” ben particolare. A Maline colpisce la totale gratuità della strage – il corso degli avvenimenti, anche nel più piccolo dettaglio, non ne ha minimamente risentito. Ahmići, pur con i patetici tentativi di addossarne la colpa ad altri, è stata più che altro fonte di imbarazzo per l’HVO. Le stragi di civili possono avere una strumentalità militare se l’esercito che le compie ha un insufficiente controllo dello spazio, e cerca in questo modo di isolare dei nemici che operano esclusivamente a livello locale nel rispetto della regola d’oro che la guerra sucia non deve avere l’effetto opposto a quello desiderato, creando più nemici di quanti già ve ne siano. Questa logica fu all’opera, ad esempio, nell’Italia fascista e nazista contro la Resistenza, nell’America latina e nell’America centrale negli anni ’70 e ’80, nell’Asia sudorientale, e così via. Il quadro bosniaco è totalmente diverso. Gli Eserciti croato e bosniaco avevano un ottimo controllo dello spazio e si confrontavano l’un l’altro, non vi era alcuna guerriglia, o soggetto militare qualsiasi, che operasse solo localmente. Questi sei casi, se furono guerra sucia, non lo furono in senso militare.

Questi sei casi non possono essere rubricati come pulizia etnica. Nei casi di pulizia etnica la violenza necessaria deve non solo essere in qualche modo proporzionale all’obiettivo, ma deve essere anche esibita, deve essere vista dai vivi, per essere efficace. Nei sei casi in esame non vi è alcuna proporzionalità e nessuna esibizione – anzi, vi è esattamente l’opposto, l’occultamento della strage, con i corpi bruciati, talvolta sotterrati, nascosti alla vista (con l’eccezione di Uzdol, dove l’Esercito bosniaco non ebbe il tempo di farlo, dovendosi ritirare). Il che non ha impedito che si sapesse che la strage era comunque avvenuta. Il massacro indiscriminato e sistematico di civili di una particolare etnia non è pulizia etnica, è genocidio. Ma non vi è stato nessun genocidio di musulmani o croati nella guerra croato musulmana del 1993-1994. Vi sono stati “solo” i sei casi in esame.

A prima vista queste sei stragi sembrano solo macelleria indiscriminata, senza alcun senso.

Mentre nei quattro casi ad opera dell’Esercito bosniaco i tribunali non hanno cercato di trovare una razionalità a quanto avvenuto, limitandosi a registrare i fatti, nei due casi commessi dalle truppe croate il Tribunale dell’Aja ha ipotizzato il perché di queste stragi. Nel caso di Ahmići ha ipotizzato che l’obiettivo fosse di colpire un villaggio che era un simbolo religioso per tutti i musulmani bosniaci, colpendo al cuore uno dei fondamenti della loro cultura: tuttavia non è chiara la funzionalità della strage in quest’ottica, essendo più che sufficiente a tal fine la totale distruzione fisica del villaggio stesso, senza il coinvolgimento dei suoi abitanti. Nel caso di Stupni Do il Tribunale ha ipotizzato che la strage venne fatta per convincere gli abitanti croati di Vareš a scappare in Erzegovina, a fronte dell’imminente arrivo dell’Esercito bosniaco e delle ritorsioni che avrebbe effettuato dopo la strage di Stupni Do. Tuttavia la ritorsione dell’Esercito bosniaco non era certa, considerando che la prima cosa che fece l’HVO nazionale appena arrivato a Vareš fu di arrestare i dirigenti dell’HVO locale, colpevoli di essere stati troppo concilianti con il nemico musulmano, e gli stessi abitanti croati di Vareš, più che essere convinti da questo ragionamento, per abbandonare la loro città dovettero essere convinti” dalle armi automatiche puntate su di loro dall’HVO nazionale.

A mio avviso la lettura della guerra croato-musulmana come una guerra finalizzata alla pulizia etnica è riduttiva e semplicistica. Questa guerra si sviluppò secondo logiche diverse a seconda dell’ambito strettamente militare, diplomatico, politico, sociale, logistico. Sul terreno militare fu una guerra vera, che aveva come posta in gioco la conquista di territori, strade, risorse strategiche industriali e geografiche. L’Esercito bosniaco si battè a Mostar, e l’HVO non riuscì a conquistarla; in generale la posizione dell’HVO nel gennaio 1994 divenne militarmente insostenibile in Bosnia centrale, e questo convinse Tudjman a terminare la guerra. Sul terreno sociale veniva condivisa l’idea che nei territori sotto proprio controllo vi dovessero essere solo (o quasi) persone della propria “etnia”: così Esercito bosniaco e HVO si trovarono in perfetto accordo quando la seconda svuotò di propria iniziativa, e talvolta sotto la minaccia delle armi, la “propria” popolazione croata del circondario di Travnik nel giugno 1993 (17.000 persone) e di Vareš nell’ottobre 1993. A livello logistico vi fu accordo tra croati e musulmani a Gornji Vakuf, la “porta della Bosnia centrale”: dopo il fallito tentativo dell’HVO di conquistare il potere nel gennaio 1993, quando giunse il Generale Praljiak in persona direttamente da Zagabria per dare l’ultimatum all’Esercito bosniaco, e un altro generale croato diresse le operazioni militari, non vi furono scontri maggiori, e la “porta della Bosnia centrale” funzionò proficuamente per entrambi, sia a livello umanitario, sia a livello militare, con scambi di cortesie e di favori. Nulla di strano: i confini militari corrispondevano a enclave inserite in altre enclave, a loro volta collocate in altre enclave. Un eventuale blocco di prodotti umanitari e militari da parte musulmana a Gornji Vakuf contro la vallata della Lašva avrebbe comportato lo strangolamento dell’enclave musulmana di Stari Vitez. Un eventuale blocco di prodotti umanitari e militari da parte croata a Prozor contro Gornji Vakuf avrebbe comportato lo strangolamento dell’enclave croata della vallata della Lašva. La “guerra dei convogli” fu una boutade dell’HVO del luglio 1993 senza alcun seguito, perché il primo a pagarne il prezzo sarebbe stato proprio l’HVO; non vi fu alcuna guerra a questo proposito, ma tante trattative, sia pubbliche (sugli aiuti umanitari) che clandestine (sugli aiuti militari). La discrepanza tra discorso pubblico e attività concreta creò problemi a entrambi. I croati, nel modo più riservato possibile, cercarono e ottennero aiuto dai serbi, ufficialmente i loro principali nemici. Imusulmani erano divisi tra un centro di potere che a parole era per una Bosnia Erzegovina multietnica ma nei fatti cercava anch’esso uno “Stato normale” compatto e omogeneo etnicamente, pur non potendosi permettere una vera politica attiva di pulizia etnica troppo in contrasto con la propaganda, e settori non marginali all’interno dell’esercito e del potere civile per cui la prospettiva di una Bosnia Erzegovina multietnica era davvero da ricercare, un obiettivo a cui tendere, non un vuoto slogan propagandistico. Il loro centro di potere politico e militare fu Tuzla, e non casualmente l’unica vera “guerra dei convogli” fu fatta esclusivamente contro i convogli diretti a questa città (si veda il destino del già citato “Convoy of Joy”). Sul terreno si combattevano due guerre: una contro l’esercito nemico a cui strappare terre e risorse e l’altra contro i civili dell’ “etnia sbagliata”. All’interno del campo musulmano il centro di potere combatteva una terza guerra, quella contro gli inguaribili “internazionalisti”, gli attivi sostenitori di una Bosnia Erzegovina unita e multietnica. In queste tre guerre i centri di potere croato e musulmano (l’HVO e l’SDA) erano uniti nella seconda e nella terza guerra, contro civili e “internazionalisti”; si scontravano tra loro solo nella prima guerra, ma anche in questa cum grano salis, garantendo comunque i rifornimenti essenziali dell’una e dell’altra parte.

Da parte croata l’HVO, nel suo ruolo di direzione politica e militare della popolazione croata, traeva solo benefici quanto più si diffondeva un clima di insicurezza e paura nella propria popolazione, sia per giustificare agli occhi della propria base la politica di pulizia etnica contro i musulmani (ciascuno di loro era un nemico reale o potenziale), sia per convincere i croati che non vivevano in Erzegovina a trasferirvisi. La propaganda sui crimini commessi dai musulmani era essenziale a questo fine, talvolta inventando di sana pianta, talvolta ingigantendo il numero delle vittime, talvolta modificando qualche dettaglio (come antedatare la strage di Trusina al 23 marzo 1993, creando così un precedente di responsabilità musulmana alla guerra), talvolta riportando la verità.

Se da parte croata vi fu una pratica di pulizia etnica sans fard,non così da parte musulmana, la cui direzione tuttavia non fece nulla per ostacolare la pulizia etnica altrui: in un certo senso partecipò a questa politica “per procura”. L’HVO scacciava allegramente i musulmani di qui e i croati di là, pensava a tutto lei. Senza muovere un dito le autorità musulmane si ritrovarono tutto il circondario di Travnik e Vareš senza più un solo croato, e di certo non mossero un dito neppure per impedirlo. A livello pubblico naturalmente la pulizia etnica era per definizione, sempre e comunque, fatta dagli altri. A questa semplice regola di comunicazione non sfuggì nessuno degli attori bosniaci.

L’HVO aveva inutilmente tentato di trasformare il piano “di pace” Vance-Owen in un piano per la tri-ripartizione della Bosnia, scatenando un’offensiva militare il 16 aprile 1993 per creare una situazione di fatto corrispondente ai piani diplomatici. Una settimana dopo si tenne un incontro riservato tra Tudjman e Izetbegović, a cui presenziava anche Mate Boban, a capo dell’HVO. L’incontro venne ovviamente registrato, e la sua trascrizione è agli atti del Tribunale dell’Aja. Vale la pena citare le parole di Izetbegović a Tudjman, che si sviluppano su un sottile filo di ambiguità: “Se vogliamo il Piano Vance-Owen, allora non c’è nessuna confederazione, Sig. Presidente. Dico, la confederazione non è possibile. Lo sarebbe se ci fossero territori Serbi, Musulmani e Croati ragionevolmente omogenei. Allora avremmo uno Stato normale, ma [nella] Bosnia Erzegovina, nella situazione in cui è oggi […] questo non è possibile senza ridurre in minoranza un popolo […] Naturalmente l’omogeneità si potrebbe raggiungere con la pulizia etnica […] Spero che Lei non farà questo. Questo è l’unico modo per arrivare a una confederazione. Ma allora Lei dovrebbe espellere la popolazione musulmana da Mostar dove, secondo l’ultimo censimento, ci sono più del 52% di musulmani. E così anche a Jablanica, Konjic, Gornji Vakuf, Bugojno, ecc. È così, Lei dovrebbe fare la pulizia etnica. Spero che Lei, come popolo civilizzato, non farà questo”. Izetbegović esprime un timore, un invito o una minaccia? In un certo senso vi sono tutte queste tre componenti nelle sue parole. Ma nell’atmosfera ovattata del luogo di questo incontro al vertice vi è qualcosa che suona stonato. Quando dice “Lei, come popolo civilizzato” si sta rivolgendo a qualcuno che solo una settimana prima aveva ordinato la strage di Ahmići. Il numero preciso delle vittime ancora oggi non si sa, si sa solo che vi furono almeno 103 morti. Donne, anziani, bambini, neonati, amputati, torturati, bruciati vivi, uccisi nei più atroci modi. Le vittime facevano parte del “popolo di Izetbegović”. E lui, la loro guida? “Lei, come popolo civilizzato”? Totale assenza di personale dignità, o espressione della misura in cui teneva in considerazione il proprio “popolo”? Oppure la sua era una risposta adeguata, quella che riteneva corretta, a fronte precisamente della strage di Ahmići, pur mai nominata? Izetbegović afferma che una “confederazione”, cioè la tri-ripartizione della Bosnia Erzegovina tra serbi, croati e musulmani era possibile solo costituendo degli “Stati normali”, e non facendo forzature, come l’HVO aveva tentato di fare a partire dal 16 aprile, del piano “di pace” Vance-Owen. Gli “Stati normali” erano Stati senza più minoranze, etnicamente omogenei, e questo lo si poteva raggiungere solo con una precisa politica di pulizia etnica. Senza questa, niente “Stati normali”, la via del Paradiso è evidentemente lastricata di peccati. La strada non doveva essere dalla diplomazia alla realtà sul terreno, ma dalla realtà sul terreno alla diplomazia. In questa lettura il discorso di Izetbegović è un “via libera” a Tudjman.

La prima strage, prima anche in senso cronologico, quella di Ahmići, non fu un’operazione di pulizia etnica, ma fu il preludio alle vere operazioni di pulizia etnica. Fino ad allora l’HVO aveva cercato di assumere il potere nelle varie municipalità, ma senza espulsioni ed arresti di massa, voleva il potere e la sottomissione dei musulmani. Solo dopo Ahmići inizia la politica di arresti in massa dei soldati musulmani dell’HVO, seguita poi dagli arresti in massa di tutti gli uomini musulmani dai 18 ai 60 anni, seguita infine dall’arresto e dalla deportazione di anziani, donne e bambini musulmani. La strage di Ahmići fu probabilmente il segnale di questa svolta, inviato ai vertici musulmani, perché accettassero questa politica sotto la minaccia di azioni ascrivibili solo a una politica genocidaria – perché a quest’ultima logica apparteneva l’azione condotta ad Ahmići. La risposta musulmana non si fece attendere, e solo qualche ora dopo vi fu la strage di Trusina, non una mera ritorsione come potrebbe apparire, ma un segnale inviato di accettazione, di comprensione di quello che l’Esercito bosniaco poteva fare per cooperare con l’HVO nella comune guerra contro i civili. L’incontro del 24 aprile tra Tudjman e Izetbegović sancì l’accordo. Da parte musulmana iniziò un ciclo di massacri di civili croati che confermavano appieno tutta la propaganda della direzione nazionalista croata. Queste stragi permisero stabilità interna alla compagine croata e legittimità alla sua politica di pulizia etnica, pubblicamente denunciata da parte dei nazionalisti musulmani dell’SDA, ma nei fatti ben accolta. In questo quadro, i massacri di civili non furono altro che un gentile scambio di cortesie e favori tra le due direzioni nazionaliste.

È d’obbligo riconoscere che la strage di Trusina non fu la prima da parte musulmana. Il 26 gennaio 1993 il già citato “Geler”, membro della 7a Brigata musulmana, uccise a Dusine (Zenica) sette prigionieri dell’HVO. Ma fu un caso tutto sommato limitato e senza seguito, anche perché l’HVO in quel periodo non aveva ancora scelto la sua strada. È interessante notare un dettaglio avant coureur: l’Esercito bosniaco non riconobbe che i morti erano dei prigionieri, disse che vennero uccisi in combattimento, e non punirono “Geler” (che anzi venne promosso). Il Generale Blaškić fu particolarmente soddisfatto di questa presa di posizione, come riferito dalle fonti internazionali dell’epoca. Ne aveva buon diritto, in quanto permetteva di dare un po’ di benzina alla propaganda croata, intenta a denunciare (ingigantendole) le atrocità di Dusine. Questo meccanismo venne replicato, su ben altra scala, tra l’aprile e il settembre 1993.

L’ultima strage in senso cronologico è quella di Stupni Do. È il saldo di un debito, un impegno mantenuto. Vareš era l’unico punto di ingresso per Tuzla, caposaldo degli “internazionalisti” bosniaci, e ricadeva sotto la competenza del suo 2o Corpo d’armata; la conquista di Vareš era stata programmata dall’Esercito bosniaco mediante un’azione congiunta tra il 2o Corpo e il 6o Corpo, un’accozzaglia diunità speciali con base a Konjic formalmente sotto il comando di Salko Gušić, ma in cui il comando de facto era esercitato da Zulfikar Ališpago, de iure a capo del solo reparto che portava il suo nome. La strage di Stupni Do e la successiva evacuazione della popolazione croata fece precipitare la situazione militare, portando all’occupazione di Vareš da parte del solo 6o Corpo, che esautorò completamente il Corpo di Tuzla. I nazionalisti musulmani, l’SDA, riuscirono così ad avere il controllo di Vareš. Gli “internazionalisti” di Tuzla persero, da quel momento, qualsiasi autonomia decisionale, politica e militare.

Questi sei casi furono espressione di una guerra sucia, non con finalità militari, ma con finalità politiche.

In questa ricostruzione la responsabilità di queste stragi ricade sui massimi vertici bosniaci, croati e musulmani, sia politici che militari. Ma le loro affinità elettive portarono a una effettiva unione, o si limitarono a scambi di reciproche attenzioni a distanza? Ritengo sia plausibile pensare a qualcosa di più di un amore platonico. Nel caso di Uzdol la giornalista Kate Adie della Bbc era sul posto, e visitò Uzdol la mattina del 15 settembre 1993: il servizio che girò fece il giro del mondo. Tuttavia le forze croate le impedirono di incontrare anche solo un testimone. L’HVO denunciò la strage di Trusina accusando una serie di militari musulmani di aver perpetrato l’eccidio. Il problema è che queste persone erano del tutto estranee ai fatti. La strage venne effettuata da un nucleo dell’unità speciale “Zulfikar”, con l’apporto di militari di altre unità. Un problema di intelligence?  Non è da escludere, ma è da rilevare che sul terreno non vi erano esclusivamente persone di basso livello, come Rasema Handanović, ma era presente anche il vice di Zulfikar Ališpago, Nihad Bojadžić. Non solo Rasema Handanović nel periodo del conflitto bosniaco non venne mai denunciata da parte croata, ma nessuna informativa pubblica fu mai rilasciata anche a carico di Nihad Bojadžić, nonostante il ruolo che lo esponeva a un sicuro interesse. Una attenzione e una cura possibile solo per esclusione: solo sapendo chi fosse e come operava si potevano prendere queste precauzioni. E questo implica un effettivo scambio di informazioni tra i due vertici, croato e musulmano.

Questa attenzione nel trattare con certe persone l’HVO la ebbe anche con un altro militare musulmano: Paraga. Dalle carte processuali di Brescia emerge come, tra le persone che ebbero cura di testimoniare subito la propria solidarietà con Paraga, vi fu il comandante HVO di Travnik, lo stesso che pochi giorni dopo organizzò la pulizia etnica della zona sotto suo controllo, trasferendo tutti gli abitanti croati verso Vitez e Mostar. Questo nonostante l’HVO di Gornji Vakuf e di Bugojno fosse perfettamente al corrente che quando vennero trovati i corpi dei tre italiani a Radovan venne ritrovato anche il cadavere di un soldato dell’HVO, Mijo Milić, scomparso qualche settimana prima. L’HVO comunicò telefonicamente con il consolato italiano di Spalato all’inizio del luglio 1993, fornendo un ritratto puramente banditesco di Paraga; e nel gennaio 1994 un rapporto dei servizi di intelligence croati ne fornisce un altro simile. Sia il resoconto della telefonata (comunicato dal console al Ministero degli Esteri solo nel luglio 1994), sia il rapporto di intelligence rimasero riservati per molti anni. A livello pubblico da parte croata non si fece mai il nome di Paraga, fino alla primavera 1997, quando una pubblicazione di Sarajevo che denunciava i crimini di guerra ai danni dei croati (Ratni zlocini muslimanskih vojnih postrojbi nad hrvatima Bosne i Hercegovine) fece per la prima volta il suo nome come criminale di guerra.

Paraga aveva una parte operativa nella collaborazione tra le parti croata e musulmana nella comune guerra contro i civili? Era una di quelle persone addestrate per le operazioni specifiche a questa guerra? Se così fosse stato allora molte cose si chiarirebbero. Si capirebbe perché da parte croata vi sia stato un silenzio pubblico di copertura, esattamente come nel caso di Nihad Bojadžić, mentre nelle pochissime comunicazioni interne veniva ritratto meramente come bandito. Si capirebbe l’esistenza di una catena di comando a fianco di quella che portava a Gornji Vakuf, e che si sarebbe snodata fino a Sarajevo. Conosceva Rasema Handanović, ed era quindi collegato al “reparto Zulfikar” (coinvolto nelle stragi di Trusina e di Grabovica) oppure come afferma perentoriamente un rapporto del 1999 dei Carabinieri del MSU, Paraga faceva parte dei servizi segreti bosniaci, diretti nel 1993 da Mustafa “Talijan” Hajrulahović, morto d’infarto nel marzo 1998? Dettagli, che possono essere in fin dei conti tralasciati.

Si capirebbe l’immagine di Paraga come bandito, una copertura quando non si poteva tacere di lui, e per lui un’occasione grazie all’impunità garantita. Si capirebbe perché nella primavera 1997, dopo quattro anni di coperture, da parte croata si decise di denunciarlo, e perché nel 1999 doveva essere a tutti i costi punito con una condanna penale e l’isolamento in prigione per un significativo numero di anni. Perché avrebbe commesso un affronto imperdonabile. Il suo posto dopo la guerra sarebbe dovuto essere il più lontano possibile dalla vita pubblica bosniaca, per evitare che qualsiasi informazione del suo passato potesse filtrare. Meglio all’estero, come Rasema Handanović e Edin Dzeko, anch’esso dopo molti anni imputato per la strage di Trusina. Paraga non solo rifiutò di recarsi all’estero, come gli fu consigliato o ordinato, ma entrò nel partito di Haris Silajdžić (Partito per la Bosnia Erzegovina) e si candidò alle elezioni cantonali proprio nel 1997. Una decisione arrogante, in sfida agli ordini superiori. Paraga non si sarebbe rassegnato a una vita grigia e ripiegata, e per questo punito e isolato. Si capirebbe perché Paraga abbia potuto usare il nome di Meho “Četnik” come avvertimento per gli estensori della versione ufficiale recitata al processo di Travnik: Meho “Četnik”, il successore di Paraga alla testa della Polizia militare di Gornji Vakuf, venne ucciso perché collaborava con l’HVO. Ma in quale, specifica, guerra? Paraga ricordando il suo nome faceva capire che, se lo avesse voluto, avrebbe potuto raccontare cose molto imbarazzanti per i centri di potere di Sarajevo? Pura arroganza, perché Paraga ben sapeva che se avesse detto qualcosa il suo destino gli avrebbe riservato qualcosa di diverso, e di peggiore, del carcere.

Alcune domande in questo modo ottengono una risposta, ma se ne creano delle altre. La narrazione degli eventi e delle logiche non è sufficiente, è necessario capire perché queste logiche abbiano preso forma, e abbiano potuto realizzarsi. È necessario capire in ambito più vasto, a livello europeo, cosa successe nei quattro anni in cui tutto cambiò, dal 1989 al 1993. Solo così si potrà dare la risposta finale alle domande ancora lasciate in sospeso. Perché tanto accanimento per occultare qualsiasi aspetto di quanto avvenne il 29 maggio 1993, anche nei minimi dettagli? Cosa successe davvero quel 29 maggio 1993? Perché tutto quanto era così importante da far scomodare addirittura le autorità italiane in senso opposto a quanto ci si sarebbe potuto aspettare?

 

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