“Più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio. (…) La realtà sorge nello spettacolo e lo spettacolo è reale. Questa reciproca alienazione è l’essenza e il sostegno della società esistente”.

Guy Debord

Ho scovato nella sede di Sinistra anticapitalista di Brescia un vecchio opuscolo del giugno 1977 dal titolo “Violenza necessaria, inutile e dannosa” dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari, sezione italiana della IV Internazionale. Una presa di posizione forte, per quel periodo, sull’onda del dibattito che avrebbe portato al famoso convegno di Bologna contro la repressione del settembre di quell’anno.
Il marxismo, scriveva Lenin, citato nell’opuscolo, esige categoricamente un esame storico del problema delle forme di lotta che non possono essere avulse dal contesto. Il marxismo è irriducibilmente ostile ad ogni forma astratta o ricetta dottrinale sul tema della violenza. Il marxismo impara dall’esperienza pratica delle masse, e non lega il movimento ad alcuna forma di lotta determinata.
La presa di posizione di Turigliatto all’indomani del 1 maggio a Milano 2015 che potete leggere qui:

Il Primo maggio a Milano e nel paese, una riflessione necessaria


è in linea con l’approccio sopracitato, e il corposo pamphlet “In solidarietà agli arrestati per il primo maggio a Milano e a tutti i detenuti” che gira in rete e che potete scaricare qui: http://www.informaazione.info/files/RP_OPUSCOLO%20web.pdf
non ne è poi così lontano.
Li utilizzo entrambi per provare a fare una sintesi che ha l’intento di limitare rotture evitabili tra compagni, e cito le preoccupazioni del secondo!

La ristrutturazione del sistema è globale e non può che avvenire in senso autoritario. Per questo la J. P. Morgan ha dato indicazione di riscrivere la nostra Costituzione, a suo dire, troppo antifascista. Negli anni Settanta, nonostante si parlasse di fascistizzazione della società, la realtà erano i giovani massicciamente radicati a sinistra, un forte movimento operaio, la cultura egemone della sinistra e per contro la crisi dei valori tradizionali: tutto ciò permetteva allora di non credere al ritorno del fascismo, nonostante lo stragismo e il tentativi di colpo di Stato. Altri mezzi stavano venendo in soccorso al potere, quelli della società dello spettacolo, attraverso il controllo dei mass media. Oggi, che le condizioni si sono ribaltate, ed è la cultura della destra in tutte le sue sfumature a vincere, la costante passivizzazione delle masse e la crisi profonda in cui siamo sprofondati ci porta dritti dritti o ad una sorprendente attivazione politica su base reazionaria della piccola borghesia impoverita e la conseguente sua organizzazione integrata nella struttura dello Stato borghese, con il voto al M5S; oppure alla prosecuzione del governo della sempre verde Democrazia Cristiana alias PD la cui base sociale è sempre più stretta e la cui tenuta è possibile solo attraverso la messa in opera di un’architettura statuale antidemocratica, complici la controriforma costituzionale e la nuova legge elettorale detta Italicum. In entrambi i casi, per questi soggetti politici, l’antifascismo è un gadget scaduto.

Ma torniamo sul pezzo. Nell’intervista che apre il pamphlet in solidarietà agli arrestati del 1°maggio, l’avvocato Fuga dice che lo Stato deve mettere in testa alla gente che la macchina bruciata potrebbe essere la sua e quindi trova alleanze e collaborazioni. Il discorso è quello di arrivare a dire, tu cittadino che sei in pericolo devi aiutarci, quindi se vedi devi riferire ed aiutarci.
(…) Diciamo che la tecnologia rende più deboli gli antagonisti che non hanno la stessa capacità tecnica. A differenza degli anni ’70, dove visto che non c’era questa tecnologia e quindi possibilità di un controllo costante, assiduo, continuo delle persone, han dovuto ricorrere ai pentiti per poter ricostruire gli episodi. Non soltanto un discorso di telecamere, ma anche di intercettazioni, di telefonini. Oggi in 2 minuti sanno dove sei.

In questa situazione bloccata come viene sfruttato dal potere il tema della violenza? La violenza può essere compresa se viene percepita come autodifesa? Abbiamo noi gli strumenti per una narrazione veritiera che arrivi alle masse amorfe assuefatte alle idee dominanti?
Con la manifestazione “C’è chi dice NO” del 27 novembre 2016, a ridosso del quesito referendario sulla Costituzione, il tema della violenza appare più pregnante. Il giorno scelto per sfilare per il NO è troppo vicino al momento del voto e ci lascia poco spazio di manovra nell’eventualità che qualcosa accada durante o dopo il corteo.
Tutto verrà utilizzato contro il NO, anche la rottura di una sola vetrina, anche qualche scritta, qualche tafferuglio, figuriamoci se dovesse accadere ciò che accadde a Milano il 1° maggio 2015 intorno al NO EXPO con vetrine danneggiate, auto incendiate, bancomat distrutti.
La certezza di non avere nessuna sponda mediatica di una certa consistenza ci deve far riflettere; e molto utile è far mente locale su cosa accadde durante quel corteo.
Il movimento NO EXPO si opponeva allo sfruttamento intensivo e gratuito della manodopera schiacciata dalla politiche neoliberiste e abbandonata dalle burocrazie sindacali, e il sostegno alla rete NO EXPO, scriveva Turigliatto, stava crescendo ed alcune brecce nell’efficacia della propaganda ufficiale dell’evento si erano manifestate (…) tutti elementi positivi e potenziali che avrebbero dovuto essere curati nel migliore dei modi da parte di coloro che volevano costruire la mobilitazione.
Anche nel pamphlet in difesa dei denunciati si ammette che: “Con il primo maggio a Milano non abbiamo conquistato nessuna agibilità, né la forza espressa quel giorno è cresciuta. E’ stata un’esplosione di rabbia. E’ stato un riproporre pratiche che appartengono al nostro agire, ma troppo estemporanee, troppo irripetibili ancora”.
Peraltro penso che siamo tutti d’accordo sul fatto che “distruggere una vetrina, per questo Stato, è devastazione e saccheggio, mentre disboscare un’intera valle e espropriare case e terreni per costruire una linea ferroviaria è progresso”.
Lo sappiamo anche noi che la costruzione mediatica descrive “chi resiste a delle cariche della polizia o allo sgombero di casa propria è violento, mentre le operazioni militari cui prendono parte gli eserciti di tanti paesi europei diventano inspiegabilmente missioni di pace”.
Ciò non toglie che ci poniamo alcune domande: “Chi ha deciso le azioni da compiere? Non c’è stata un’assemblea che ha organizzato la forma da dare alla protesta? Un tempo si parlava di “avanguardie della classe”, possiamo pensare oggi che questi gruppi lo siano? Quali i loro legami con le masse? Hanno il polso della situazione per poter decidere cosa sia più utile alla lotta? Lasciamo
perdere i concetti di legalità o illegalità, e pensiamo alla necessità, all’utilità, alla dannosità di certe pratiche per il movimento, ne hanno tenuto conto?”.
L’opuscolo della IV Internazionale ci ricorda che: “Quando le avanguardie hanno il polso delle masse le azioni hanno l’effetto di rinsaldare l’unità e di favorire i processi di autorganizzazione, di aumentare il livello di coscienza, nel caso contrario si arriva ben presto al disorientamento, alla divisione, alla passività, e possiamo dire che la violenza sarà dannosa e inutile”.
La scelta eventuale dello scontro di piazza, condita con la distruzione di un po’ di arredo urbano e magari dei simboli del capitalismo e/o l’accettazione delle provocazioni della polizia, non possono vanificare il percorso che da mesi abbiamo intrapreso per smascherare l’imbroglio di Renzi e dei suoi, il cui scopo è vincere il referendum per conformare la Costituzione Italiana al Piano di Rinascita Nazionale di Licio Gelli. Non dobbiamo arrivare alle soglie del referendum con un paese riunito intorno al focolare televisivo contro i “casseur” come accadde a Milano, dove, scrive Turigliatto, i poteri forti hanno costruito sulle azioni vandaliche la loro rappresentazione politica: e l’Expo è diventato l’evento democratico da difendere insieme a tutta la città minacciata dai nuovi barbari. Domani sarà il pretesto per nuove leggi repressive che colpiranno i lavoratori e le loro mobilitazioni. Un successo pieno per chi ha costruito, sostiene e sponsorizza expo e una sconfitta dura per il movimento che si stava cercando di mettere in piedi.
Ma perché qualcuno nel corteo fece una scelta simile che andava contro gli interessi del movimento di massa dei lavoratori e che quindi va denunciata politicamente e contrastata sul piano della iniziativa sociale? Questo si chiedeva il portavoce di Sinistra Anticapitalista, con una presa di posizione coraggiosa che nero su bianco diceva ciò che molti compagni pensavano e cioè che per questi il movimento reale diventa solo uno strumento della loro affermazione. (…) per portare il movimento nelle secche della smobilitazione e non ledere gli interessi padronali. Per queste ragioni non si deve discutere solo degli obiettivi, ma anche delle forme di lotta e decidere insieme.
E se a qualche compagno prude il naso riprendo la lettura del pamphlet dedicato agli arrestati, e verso il fondo trovo queste sagge parole: “Dobbiamo essere noi per primi a uscire dalla logica del grande evento, dall’eccezionalità che contraddistingue le grandi chiamate e i grandi cortei. Le pratiche che mettiamo in campo quando ci troviamo tutti insieme nello stesso luogo, vanno portate nella quotidianità e viceversa: più un gesto di attacco si ripete, più diviene usuale, meno sarà strumentalizzato e criminalizzato.(…) Bisogna anche trovare il modo di sfuggire alla spettacolarizzazione del conflitto, perché torni ad essere realmente efficace ed imprevedibile(…) come quando ci si batte in difesa di una valle, per proteggere un quartiere da un’ondata di sgomberi, per opporsi all’arrivo di formazioni fasciste in una città o per impedire che una nuova frontiera venga eretta in difesa di un confine (…)”.
E per finire l’avvocato Fuga affronta un tema sempre verde e ci va giù pesante parlando “degli infiltrati che devono entrare in una realtà per gradi, arrivare fino a livelli, non dico dirigenziali, ma quasi, dopodiché, e attenzione è questo il mio monito, a quelli che fanno, pur essendo conosciuti, le proposte più avanzate. Perché l’infiltrato è l’agente provocatore, quello che induce ad alzare il livello di scontro per far sì poi che il suo lavoro venga al meglio remunerato”.
La rabbia espressa da singoli compagni o settori poco politicizzati, che in buona fede si dedicano ad azioni incomprensibili alle masse diseducate al conflitto dalla società dello spettacolo, magari convinti di esprimere una radicalità antisistema tutta da verificare, può prestare il fianco a provocazioni vere e proprie di infiltrati delle forze di sicurezza del regime stesso, di questo dobbiamo tener conto e trovare delle contromisure il prima possibile, il tempo stringe!
Per tutte queste e altre buone ragioni riflettiamo insieme su questo tema spinoso della violenza, e guardiamoci da chi vorrebbe lasciare a Roma il segno indelebile del proprio passaggio il 27 novembre 2016, spacciando per necessaria una violenza mai come in questa occasione del referendum sulla controriforma costituzionale inutile e, soprattutto dannosa per noi e il nostro futuro!


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