Oggi, 99 anni fa, migliaia di operai e di soldati, a Pietrogrado, tentavano l’assalto al cielo. Tra di loro moltissimi erano bolscevichi, molti erano anarchici, molti socialisti rivoluzionari, e la maggioranza, probabilmente, non aderiva e forse nemmeno simpatizzava per alcun partito. Semplicemente voleva farla finita con la guerra, la fame, la paura, l’oppressione, l’ingiustizia. Anche molti intellettuali parteciparono a quella rivoluzione ed alla successiva guerra civile, imposta dai “bianchi” filozaristi e finanziata da quasi tutti i paesi imperialisti. Uno di loro era Isaak Emmanuilovic Babel, scrittore di talento, autore, tra l’altro, della famosa “Armata a cavallo”, in cui parla, in veste anche autobiografica, della sua partecipazione, nelle file della Cavalleria Rossa di Budennyi, alla guerra civile. Babel verrà assassinato dagli stalinisti nella prigione di Butyrki, a Mosca, il 27 gennaio 1940, durante il periodo di collaborazione tra Stalin ed Hitler.

Stasera, in via Duranti, brinderemo e festeggeremo la grande rivoluzione. Ma ora preferisco ricordare uno dei milioni di rivoluzionari assassinato dal becchino della rivoluzione russa, il mancato prete georgiano Giuseppe Stalin. Fortini scrisse questa poesia dopo la “riabilitazione” di Babel, avvenuto durante la cosiddetta “destalinizzazione” post 1956, polemizzando con gli ipocriti riconoscimenti postumi di moltissimi intellettuali “di sinistra” che avevano taciuto durante i massacri staliniani.

di Franco Fortini

Se non sapete punire
se non sapete incenerire,
quella parte di voi,
quella parte di noi
stessi, che è stata muta;

se non sapete dire
perché abbiamo fatto morire
Bàbel e gli altri; e chi ha in noi premuta,
vent’anni, la sua bocca;

non parlate, non scrivete
prefazioni, non dorate
quei nomi per la pietà.
Lasciateci la nostra verità
imperfetta, umiliata

tra la Rivoluzione – che è passata
e quella che verrà.


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