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Alla Masjed-e-Shah («Moschea dello Scià») è ora di preghiera, il muezzin ha appena cantato, uomini e donne si precipitano a fare abluzioni rituali per poi pregare. Mi aggiro per il grande cortile e sto per fotografare il cumulo di scarpe di fronte all’ingresso di una delle sale di preghiera, quando un giovane uomo esce e mi chiede da che Paese io provenga, per poi dirmi di tornare dopo le sei, «che a quest’ora la moschea è chiusa aituristi».

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Passeggio per il bazar e lo vedo rispuntare da dietro una colonna, mi fa segno di seguirlo e mi fa sedere di fianco a lui su una panchina. Tira fuori del pesce di fiume e del riso con i datteri e li divide con me. Si chiama Ghayoor Abbas, avrà una trentina d’anni, è di Qom, ha mollato i suoi studi di economia e management per darsi agli studi religiosi. Ha una giovane moglie e un figlio di otto anni, spera che possano raggiungerlo a Esfahan tra qualche tempo.

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«Anche lei vorrebbe fare studi religiosi, ma senza nessuna pressione da parte mia, eh», specifica. Mi chiede se sono sposato. «No? E come fai con i tuoi desideri?» dice protendendosi in avanti con fare complice. Rispondo che mi piacciono le donne, ma che le circostanze della vita non sono uguali per tutti. Ognuno è figlio della propria storia. Dalle nostre parti, il desiderio è autonomo dall’istituto coniugale.

«Credi in Dio?» chiede. «No? E come è possibile che si siano create tutte le cose?»
Ormai sono abituato a questa domanda senza senso. Una volta me la fece un giovane mongolo convertito da missionari battisti coreani, mentre, a cavallo, da una collina, contemplavamo una valle sconfinata, di una bellezza mozzafiato, di cui non si vedeva la fine, sia a destra, sia a sinistra. Cercai di comunicargli che mi bastava la pienezza reale, materiale, di tutto quello. Perché smettere di sentirne le bellezza facendola risalire a un essere immaginario con la bacchetta magica?
Ma Ghayoor Abbas è deciso a convertirmi con la sua visione del divino: «Pensa a un’azienda. C’è una gerarchia e qualcuno di sopra che fa in modo che le cose funzionino». Sì, per lui Allah è un super amministratore delegato.

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«Come può esserci la vita?», insiste. Tralascio la risposta sul caos e le reazioni chimiche, qualche miliardo di anni dopo il Big Bang, e azzardo che a volte tendiamo a costruirci un dio a nostra immagine e somiglianza. E che il suo mi sembra bizzarramente manageriale. Ride, ma non molla il colpo: «Tutti i grandi profeti nati in tempi diversi hanno parlato di un solo dio. Tra ebrei, cristiani e musulmani ci sono solo piccole differenze». Contraerea: gli indù hanno quintali di dei, i buddhisti vivono diverse vite prima di svanire (e per loro è il massimo), mentre i taoisti rientrano subito in natura (riciclo ecologico), come il sospiro del vento. Niente, evidentemente per lui tutti quei tipi che stanno a Oriente dell’Islam sono dei «compagni che sbagliano».

Scusa Ghayoor, ma i grandi filosofi dell’antichità credevano in diversi dei o forse non ci credevano per niente.

«Platone, Aristotele, quelli lì dici? Ah sì, erano dei grandi. Voglio studiare anch’io filosofia. Lo sapevi che l’Imam Khomeini era un filosofo?»
Arriva un vecchio con il bastone, sta su per miracolo ed è pure stanco. Ghayoor Abbas si alza, lo acchiappa per le spalle e lo fa sedere, gli offre del cibo, è proprio una giovane marmotta di Allah. Quello lo guarda stranito e un po’ spaventato, non ne vuole sapere, ma alla fine trangugia un dattero per le insistenze del ragazzo.
«Mia moglie non va in giro con quel tovagliolo striminzito – dice indicando due turiste francesi che indossano il foulard d’ordinanza – bensì con un vero hijab che si chiude anche davanti». Chiedo se sua moglie si copra anche la faccia. Nelle città iraniane ho visto solo una donna completamente velata, nulla in confronto alle migliaia di giovani che tengono svogliatamente il fazzoletto a metà del cranio, lasciando uscire tutta la frangia. «No – risponde – solo qualche volta, quando la guardano così», e per spiegarlo mima uno che si protende in avanti con gli occhi sgranati. «Ma non la obbligo mica io, eh».

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Ormai ha rinunciato a convertirmi, lui è l’ultimo di sei fratelli: tutti maschi, tutti con ottimi lavori. I genitori sono morti. Crede che la capitale sia piena di spie a libro paga degli Usa.
«A Tehran c’è troppa gente che farebbe di tutto per realizzare i propri desideri».
«Ma come – replico – prima mi hai detto che i desideri sono buoni».
«Sono buoni, sì, ma solo se non fanno male a nessuno».

Non beve acqua durante il pasto «perché fa male, soprattutto con il pesce», in compenso trangugia Coca Cola. Così a disagio nel proprio corpo e nei propri desideri, da negare quello e quelli altrui.
«Tu fai palestra?», chiede. Ha le braccia muscolose, non è alto ma è ben messo. È un bel ragazzo che potrebbe ricordare vagamente Johnny Depp, prima che diventasse bolso. In Iran il culturismo e i muscoli pompati vanno terribilmente. «Sì, ogni tanto uso dei pesi». Gli chiedo cosa dica la religione in materia. «È assolutamente d’accordo, dobbiamo essere forti fisicamente per difendere la nostra fede».
Su una panchina di Esfahan stavo chiacchierando, dividendo pesce e riso, con un giovane fanatico che crede in Allah, il grande CEO, e che tira su il bilancere. Vive della tassa che i musulmani facoltosi si autoinfliggono per sovvenzionare le congregazioni religiose e non sa bene come prendere i desideri. Stavamo bene insieme, così amo pensare.

[Scritto per The Towner]

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