Alle origini del cosiddetto “Europeismo”. (parte prima)
Ultimamente (soprattutto dall’inizio della crisi, nel 2008) si parla molto di “Europa”, nel senso di Unione Europea contrapposta ad una rimpianta “sovranità nazionale” perduta in seguito alla nascita prima del MEC-CEE (1957) e poi dell’Unione Europea (1992). Il malcontento rispetto alle politiche dettate dalla Troika (identificata non solo con l’Unione Europea, ma addirittura con “l’Europa” tout court) ha dato ali ad una ripresa del nazionalismo (spesso ribattezzato “euroscetticismo”), in particolare cavalcato (e pour cause!) dalla destra e dall’estrema destra, ma che ha fatto breccia anche nelle file della sinistra (vedi il PCP e il KKE) e persino dell’estrema sinistra (magari sotto le spoglie di un non ben chiarito “sovranismo”). Per questo mi sembra utile dare un’occhiata alla storia dell’idea federalista ed “europeista”. In questo primo articolo mi limiterò ad una rapida disamina della nascita e dello sviluppo di queste idee nell’epoca contemporanea, tra il XIX secolo e la II guerra mondiale, riservandomi, in un secondo articolo, di parlare dei tentativi concreti di (parziale) realizzazione di questi progetti, sia da parte borghese (CECA, MEC, CEE, UE), sia da parte della burocrazia stalinista (COMECON).
La “preistoria”
Il punto di partenza dal quale iniziare a cercare le orígini di un pensiero federalista europeo in senso moderno è senza dubbio l‘Illuminismo. È nel secolo XVIII, di fatto, che inizia a svilupparsi una riflessione europeista che non persegua intenti egemónici. Europa, quindi, non come dominio di un Impero sul continente, ma libera unióne tra nazioni e popoli liberi. A un‘idea di unióne di tipo, diciamo così, monárchico-costituzionale, si contrappone Rosseau, che vede nei monarchi un elemento destabilizzante. Solo una rivoluzióne democrática potrebbe, a suo avviso, assicurare una unióne salda e una pace perpetua. Jeremy Bentham, nel suo “Piano per una pace universale e perpetua” prevede una Assemblea internazionale, un tribunale che abbia il potere di arbitrare le contese tra le nazioni, lo sviluppo del libero scambio. Idee riprese da Kant, che, nel suo quasi omónimo “Per la pace perpetua” del 1795, costata la propensióne alla guerra di tutti gli stati. Per fuoruscire da questo stato di guerra permanente – è la tesi del filosofo tedesco – bisogna sottomettersi a leggi e istituzioni comuni, create da “uno Stato nazionale che crescerebbe sempre e comprenderebbe allla fine tutti i popoli della terra“: è un sistema federale mondiale la soluzióne proposta. La contrapposizióne tra coloro che propongono una federazióne, una unióne tra gli stati ( e che si autodefiniscono “realisti”) e coloro che vedono, come precondizióne per una vera unióne, la necessità di un cambiamento più o meno rivoluzionario della situazione socio-política degli stati interessati, sará destinata a percorrere tutta la storia del pensiero “federalista” fino ad oggi. L’aumento dell’interésse in Europa verso le idee federaliste è legato strettamente all‘influenza della corrente federalista nata nella guerra di indipendenza nordamericana. La pubblicazione in Francia, in piena rivoluzióne (1792) del Federalist americano, aveva lo scopo di fornire un modello istituzionale per l’Europa. E la scelta della federazióne come modello per la Francia repubblicana, anche se abbandonata in seguito all‘aggresióne esterna e alle rivolte controrivoluzionarie all’interno, si inserisce in questo contesto. Può sembrare una coincidenza curiosa. Quando, con la Rivoluzióne francese, il principio nazionale moderno si afferma concretamente nei fatti, inizia anche la storia delle idee di natura federalista, per quanto confusa. Credo che la causa di questa coincidenza sia la seguente: lo stato nazionale era un nuovo principio di organizzazióne sociale, política ed económica. Era, inoltre, la formula che consentíva l‘immissióne della democrazia nelle vecchie strutture dello stato assoluto. Però, giustamente per questo, e poiché pretendeva portare gli interessi di tutti i cittadini nel quadro della política di governo, rendeva automaticamente precario il funzionamiento del vecchio meccanismo internazionale, che si basava sulla formula dello stato dinástico, sull‘aristocrazia come fenómeno sociale europeo, sul caráttere autoritario, però limitato, del potere, caratteristiche che rendevano possible un certo equilibrio internazionale grazie ai límiti stessi delle pretese degli stati. Con la nuova formula dello stato nazionale diventava quindi necessaria anche la ricostruzióne della convivenza internazionale. Dopo il fallimento dell’epopea napoleónica (che, nonostante non fosse né federalista, né democrática, contribuì notevolmente all‘espansióne di idee e istituzioni fondamentali nella “costruzióne europea”), ricomincia e si approfondisce la riflessióne federalista. Nel 1814 Saint-Simon (uno dei padri del cosiddetto “socialismo utopistico”) scrive “Della riorganizzazióne della Società europea o della necessità e dei mezzi per riunire i popoli d‘Europa in un unico corpo político, conservando per ciascuno la propria indipendenza nazionale”, un progetto di confederazióne europea monárchico-costituzionale. In questa prima metà del secolo XIX il pensiero federalista è presente nella letteratura clássica liberale, democrática e socialista, che vedeva nella realizzazióne del modello ideale di società propugnata, la possibilità di espansióne a tutto il mondo della sua concezióne della società e dello Stato. Comúne a questa letteratura è la fede nella spontánea convergenza federale degli stati come inevitabile conseguenza del realizzarsi del modello ideale di società. Il liberale Constant, per esempio, prevede che le “magnifiche sorti e progressive” dell‘espansióne commerciale e del libero scambio condurranno alla pacifica composizióne dei conflitti “tra le nazioni”, così come i democrátici Paine o Mazzini credevano che con l‘abolizióne delle monarchíe e l‘istaurazióne della vera sovranità nazionale (repubblicana) la fraternità tra i popoli europei e la loro unióne sarebbero state assicurate. Il progetto mazziniano della “Giovane Europa” (1834), que riúnisce la Giovine Polonia, la Giovin Germania e la Giovine Italia è un progetto repubblicano e federale di una unióne assolutamente democrática tra popoli liberi e uguali. Nell’ambito di questa corrente se situa il famoso appello di Victor Hugo per gli Stati Uniti d‘Europa, pacífici e democrátici, lanciato in occasióne del Congresso per la Pace di Parigi, nell’agosto del 1849. Anche il memorandum “alle potenze d‘Europa” di Garibaldi, nel 1860, per la creazióne di un único stato federale europeo, appartiene alla stessa prospettiva, democratico-radicale. Anche il socialismo di Marx e Engels condivide, soprattutto al principio, questo “ottimismo evoluzionistico”: nel famoso Manifesto del ’48 si prevéde che il superamento degli antagonismi nazionali, già molto avanzato, secondo loro, grazie all‘espansióne dell‘economía borghese, arriverà a compimento con il “potere del proletariato”, che, organizzándosi internazionalmente, instaurerà una libera unióne “delle nazioni civili”(1). La fondazióne stessa della A.I.T. o Prima Internazionale, nel 1864, è un primo tentativo di prefigurare la futura federazióne europea (e, in prospettiva, mondiale) sulle basi del “predominio del proletariato”. In ogni caso tutte queste proposte, ereditate dal “cosmopolitismo” liberale di matrice illuministica, rimarranno più o meno sul terreno delle “petizioni di principio”, non riuscendo a prendere le dimensioni di un progetto político concreto. Anzi, l‘aggravarsi della conflittualità, sul terreno económico e político, tra gli stati europei nella seconda metà del secolo XIX (in particolare dopo la guerra franco-prussiana del 1870-71) parve ridurre ulteriormente lo spazio per queste concezioni.. (continua)
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Sia detto en passant, questo concetto di nazioni “civili”, mai chiaramente esplicitato dai due fondatori del cosiddetto “socialismo scientifico”, sembrerebbe adattarsi (in particolare in Engels) soprattutto ai paesi che avevano già intrapreso il cammino dello sviluppo capitalistico (all’epoca praticamente la sola Europa nordoccidentale e, in misura molto minore, gli USA). In altri scritti il concetto sembra estendersi all’insieme delle “nazioni” di cultura “europea” (o “euroamericana”). Sarebbe interessante approfondire una riflessione sulle aporìe del pensiero “marxista” novecentesco (in particolare quello influenzato dal “terzomondismo” post anni ’60) e sull’evoluzione di queste ultime correnti, sempre più lontane, a mio avviso, dai “padri fondatori”.
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