di Brais Fernández e Miguel Urbán

Militanti di Podemos

Il Parlamento è lo scenario privilegiato per la rappresentazioni di ruoli. La politica istituzionale ha in sé molta scenografia e teatralità. Non solo per il ruolo dei suoi attori, ma anche per il ruolo di spettatore assegnato al pubblico. Un esempio perfetto di tutto ciò è quello che sta avvenendo nelle trattative per la formazione del governo.

Pedro Sánchez [il segretario del PSOE] e la sua cerchia stanno tentando di assumere il ruolo di primo attore. Sánchez è quel tipico personaggio che non suscita alcun genere di aspettativa popolare, un prodotto delle circostanze, di risultati elettorali insufficienti per mantenere il vecchio ma non ancora in grado di produrre l’atteso mutamento politico, anche se sta dimostrando una certa intelligenza nelle manovre di breve respiro, che non vanno sottovalutate. Il “progressismo” cui tanto si richiama Pedro Sánchez significa di solito una serie di riforme incapaci di dar luogo a significative trasformazioni: mutamenti cosmetici, senza alterazioni di fondo, che servono, al massimo, a instaurare nuovi equilibri, senza intaccare le strutture. Tuttavia, vi sono due modi diversi di rappresentare questo progressismo. Non si deve far altro che mettere a confronto Pedro Sánchez, un candidato grigiastro mosso da ambizioni personali, con, per esempio, Bernie Sanders. Mentre il primo tratta con la sinistra e con la destra fra l’indifferenza di milioni di persone, scocciate da giochi politici ai quali si sentono estranee, il candidato democratico desta le speranze di milioni di persone con il suo messaggio di cambiamento politico. Messaggi e programmi a parte, la incarnazione del mutamento non può risiedere in una persona, che è solo capace di generare la passività nelle classi popolari.

Tuttavia, può darsi che proprio questo sia il ruolo cui aspira Pedro Sánchez. Un ruolo che è il prodotto di quell’“interregno” di cui parlava Gramsci: il vecchio non è ancora morto, il nuovo non è ancora nato. E nel frattempo? Nel frattempo il Partido Popular (PP) esplode: il susseguirsi dei casi di corruzione genera una situazione di crisi permanente in un partito come questo, che non è tanto pieno di corrotti, quanto che è in se stesso la perfetta incarnazione della marcescenza del sistema [1]. Pertanto, ci permettiamo di fare una proposta alla RAE: che d’ora in poi Partido Popular e corruzione risultino come sinonimi nel suo dizionario [La RAE è la Reale Accademia Spagnola, che cura, tra l’altro la periodica revisione del dizionario che fa testo in tutto il mondo ispanico]. I concetti devono essere compresi mediante esempi concreti, e nel nostro caso non ve ne sono di migliori. Ciononostante, non dobbiamo dare per morta la destra. La destra in questo nostro Paese si regge su una egemonia culturale sul suo segmento sociale costruita nel corso di decenni. Può entrare in crisi l’organizzazione, non l’istituzione. Le dimissioni di Esperanza Aguirre possono essere viste come un successo dell’indignazione contro la corruzione, ma anche come il preludio di una lotta interna per una più che probabile rifondazione della destra.

Nel frattempo, Podemos tenta di recuperare l’iniziativa politica di fronte alle controproposte del PSOE. Le iniziative di grande risonanza mediatica che sono state prese si sono dimostrate capaci di modificare congiunturalmente la situazione, ma non sono in grado di avviare una nuova dinamica che porti il PSOE a svoltare a sinistra. E ciò è del tutto ovvio: il PSOE non è un partito in bilico, è un partito strutturalmente vincolato alle élite, il cui ruolo storico è quello di snaturare le aspirazioni al mutamento, trasformandole in qualcosa di innocuo. Il “nel frattempo” di Podemos non deve ridursi a un’attesa snervante. Podemos è diverso dagli altri partiti perché è il prodotto delle aspirazioni e speranze di milioni di persone. E pertanto non deve “giocare” come gli altri in questo interregno: ha molte alternative. Per non fallire deve coltivare questo rapporto con la sua gente, mantenere una prospettiva aperta a più possibilità. Noi ne proponiamo una: prendere atto del fatto che, vada come vada, il ciclo apertosi il 15 maggio [Data “ufficiale” di nascita del movimento degli Indignados] non si è concluso. In giugno o al più tardi entro due anni si terranno nuove elezioni, poiché i rapporti di forza non si sono cristallizzati e le contraddizioni fra i diversi apparati di dominio di classe sono troppo acute per comporsi in modo permanente.

In questo senso il nostro compito, di Podemos e delle confluencias [2], di tutto il movimento popolare, è quello – ben al di là del momento elettorale -, di prepararci per la lotta con questa prospettiva. Organizzarsi in molti più spazi, elaborare un programma di governo capace di coinvolgere tutti quei settori delle classi lavoratrici e delle classi intermedie che, nel frattempo, continuano a patire la precarietà della vita quotidiana. In questo contesto così mutevole, il tetto elettorale di Podemos è potenzialmente molto superiore a quello degli altri partiti, poiché le forze sociali che può mettere in movimento rappresentano il famoso 99 %: ciò che resta è al servizio della minoranza privilegiata. Ciò è possibile, se si è in grado di andar oltre i limiti di una politica diretta dalle classi medie, che genera una tendenza alla moderazione e alla ricerca della restaurazione di un periodo precedente la crisi e che non può ritornare. Solo l’intervento, l’organizzazione e la centralità dei settori popolari vincolati al mondo del lavoro (il nuovo precariato urbano, la classe operaia delle grandi e medie imprese) può far oltrepassare questi limiti. Per far sì che la “rappresentazione” esca dal teatro e che il pubblico ne diventi il primo attore è necessario un orientamento cosciente e sistematico in questo senso. Questo è il nostro importante compito durante questo “interregno”.

Nel frattempo, sembra che Pedro Sánchez abbia trovato un alleato nella sua lotta per la sopravvivenza. In quanto marxisti è forse arrivato il momento di ricordare quella affermazione tanto spesso usata in modo abusivo: “è l’essere sociale che determina la coscienza”. Nel caso di Izquierda Unida (IU) sembra abbastanza azzeccata. Quantunque Garzón [segretario di IU] abbia fatto, nel corso della scorsa campagna elettorale, un discorso che in più punti era più a sinistra di quello di Podemos, facendo proprie alcune delle rivendicazioni lasciate cadere dal partito viola [Viola (morado) è il colore del simbolo di Podemos], dopo il 20 dicembre non vi è stata sempre coincidenza fra discorso e pratica. Il problema di fondo è che le pressioni esercitate da IU su Podemos affinché in qualche modo consenta al PSOE di governare a qualunque prezzo hanno l’effetto perverso di indirizzare la politica verso una serie di rivendicazioni positive di per sé, ma che però fanno rinunciare, come è già accaduto tante volte nella storia del Partido Comunista de España, a porre in primo piano la rottura con il regime del ’78, rimandandola a un futuro indeterminato stabilito dall’apparato più ristretto di IU. Quel che è chiaro è che in questo modo quel momento non arriverà mai. Chissà invece che non sia già arrivato il momento in cui tutti i militanti e la base sociale radicale che ancora vede in IU il proprio punto di riferimento comincia a porsi la necessità di altri strumenti politico-organizzativi che non li confinino ai margini delle possibilità di questa fase.

Nel frattempo, ci sono dei rischi. Il rischio che, invece di una forma di polarizzazione che vada a vantaggio di Podemos, si formi temporaneamente un centro politico (PSOE-Ciudadanos) che blocchi, cercando di stabilizzarlo, un periodo caratterizzato dall’instabilità. Il PP può cercare di applicare quella massima di Lenin, “fare un passo indietro per guadagnare tempo”, e permettere che si formi un governo di questo tipo. Naturalmente, non diciamo che è questa l’ipotesi che si realizzerà, ma solo che è una possibilità concreta. Tutti noi che vogliamo il mutamento avremo il compito di fare in modo che la famosa finestra di opportunità resti aperta, sfruttando bene il rapporto di tensione con un governo debole, dal quale esigeremo politiche di antiausterità che non può praticare, con l’obiettivo di rafforzarci e sostituirlo. E nel frattempo, la troika, le istituzioni antidemocratiche della UE, sono sempre in agguato, con tagli previsti di miliardi di euro, per continuare a inseguire la loro distopia neoliberale. Se nei conflitti imminenti giocheremo bene le nostre carte, facendo in modo che il pubblico invada il teatro, saremo in grado di aprire un varco talmente largo che nemmeno i migliori “attori” riusciranno a chiudere.
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Note

[1] L’ultimo di una lunga serie di scandali è scoppiato nella Comunità valenzana, vero e proprio “granaio” di voti per il PP, portando all’incriminazione di decine di dirigenti del partito, al commissariamento dello stesso e alle dimissioni della Aguirre, cui il testo si riferisce.

[2] Le “confluenze” (confluencias) sono le alleanze politico-elettorali realizzate da Podemos in Galizia, Catalogna e Comunità valenzana con altre forze politiche di sinistra: Anova, le Mareas e la federazione locale di IU in Galizia; Barcelona en Comú, Iniciativa per Catalunya Verts e la federazione locale di IU in Catalogna; Compromís nella Comunità valenzana.
Testo originale ne «El Diario», 18 febbraio 2016, ripreso dal sito di «Viento Sur». Traduzione e note di Cristiano Dan.

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