Con il consenso di walter anche se con mio colpevole ritardo di quindici giorni apro un tavolo di discussione che sembra volare su un altro piano rispetto a quello classico tra “compagni”e anche ai dibattiti tra i non – violenti che cercano magari un modo diverso di porsi per incidere sulle coscienze (l’ora di silenzio…) e pongono su un piano quasi spirituale il cambiamento che vorremmo realizzare nel concreto.E’ vero i percorsi della pace sono eretici per i “comunisti” così come alcune teorie ,anche a mio parere avanzate, della decrescita : porci su un altro terreno rispetto a quello del capitale perchè in fondo il capitalismo lo facciamo grande noi………….. ce la sentiamo di aprire su questo tema una discussione che ci può portare a capire come prefigurare nel concreto, quindi nella vita e nell’esperienza, quell’altro mondo possibile?
Ecco la mail di Walter :……. “poche riflessioni sulla guerra : ogni tanto, quando le nostre coscienze non sopportano più il tenore della guerra che vediamo davanti , ricominciamo a ribellarci all’idea che la guerra continui a dettare le regole del mondo.E’ più forte di noi, e nonostante ogni giorno, ogni mese e ogni anno, le guerre nel mondo siano costantemente lo stesso numero, ogni tanto la nostra ribellione cerca di farci urlare contro la peste del mondo.Non ci accorgiamo , nostro malgrado, che non facciamo altro che parafrasare o meglio, paragire, la famosa citazione “ se vuoi la pace prepara la guerra” agendola con “quando c’è la guerra esigi la pace “.Mentre noi dovremmo applicarci intellettualmente e politicamente a dire “ se vuoi la pace prepara la pace” , già la preparazione della pace…. Preparazione che deve avere paradigmi chiari , netti, non compromissori, azioni e teorie rivolte alla costruzione di percorsi contradditori, eretici per comunisti che devono fare i conti con le rivoluzioni che prevedono atti anche violenti per la risoluzione dei rapporti di forza tra capitale e lavoro ecc…
L’applicazione della teoria leninista inscritta in “stato e rivoluzione” è chiara e se vogliamo consolatoria, semplice e rassicurante, semplificativa e redimente di come dobbiamo agire : la violenza è necessaria per abbattere lo stato borghese fonte di ogni guerra , di ogni male… con questa logica si pensa di risolvere il problema della guerra mentre le guerre devastano nazioni e popoli senza tregua alcuna. I compagni non sentono la necessità di indagare altre forme di pensiero e di azione, la diplomazia dal basso è letta come una fastidiosa teoria di preti che hanno sbagliato scelta di vita , lo sforzo di costruire la pace e non fermare la guerra viene vissuto come un fastidioso mantra enunciato da pochi inconcludenti personaggi che di fatto confondono le acque della certezza strategica.
Non ho più voglia di parlare di guerra se il dialogo si ferma disperatamente a come fermarla, le guerre non si fermano le guerre si devono evitare e come farlo è compito nostro anche se noi ci rifiutiamo di attrezzarci a farlo.
Ci snerviamo nel tentativo di fermare le guerre , pensando, erroneamente, che la sperata assenza di guerra sia sinonimo di presenza di pace e non ci snerviamo per costruire strategie e dinamiche affinchè si possano costruire percorsi resistenti di pace, ti sembra logico tutto questo ?
Di ciò e altro mi piacerebbe discutere e poi agire , ma mi rendo conto che ci abbiamo già provato e molti di noi si sono immediatamente tirati indietro per quanto questi ragionamenti sollevavano contradizioni intollerabili che non permettono un quieto vivere delle nostre coscienze. Ma non dispero e aspetto il momento buono….”
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Il problema che pone Walter non è certo di quelli che si possono discutere in poche righe. Voglio solo dire che non è un problema nuovo: da sempre il movimento operaio (e non solo, vedi i dibattiti tra i giacobini rispetto alla pena di morte e alla “guerra rivoluzionaria”) discute e si accapiglia su questa contraddizione. Mi viene in mente quella bellissima e generosissima frase di Rosa Luxemburg sulla lacrima da versare anche di fronte alle sofferenze del nemico di classe. Le risposte che si sono cercate sono molteplici, da un estremo (mi viene in mente Blanqui, ma anche il Trotskij “commissario alla guerra” del 1918-20) all’altro (come l’anarchismo pacifista e “ghandiano” di Tolstoj). Sarebbe interessante rivisitare e attalizzare questa “vexata quaestio”.
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Parto dalla frase “se vuoi la pace prepara la pace”: ma può esistere pace senza giustizia? può esistere pace dove c’è sfruttamento, può esistere pace in un sistema basato proprio sullo sfruttamento e l’ingiustizia?
No. Perciò per parlare di pace si devono mettere in conto le parole della canzone Contessa:
Voi gente per bene che pace cercate
la pace per far quello che voi volete
ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra
vogliamo vedervi finir sotto terra
ma se questo è il prezzo l’abbiamo pagato
nessuno più al mondo deve essere sfruttato.
Queste parole non sono un’opzione, ma una verità che sgomenta.
In un modo di produzione capitalistico, cioè antagonista il conflitto è l’unica possibilità di redenzione, di avanzamento civile, di ristabilimento delle giuste priorità, altrimenti il capitale ci distrugge e distrugge l’umanità intera.
Eugenia
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