Interessante le indicazioni di rischio che gli analisti del capitalismo mondiale danno per il 2016.

Non vedono nessuna possibilità di rilancio dell’economia capitalista mondiale….. le politiche indicate sono sempre le stesse……

1)Uno dei rischi maggiori, secondo gli analisti di Amundi, è quello di un rallentamento della crescita mondiale al 2% o addirittura al di sotto di questo livello. Una più accentuata frenata dei Paesi emergenti avrebbe un pesante impatto anche sulle economie sviluppate, con cadute dei mercati azionari, elevata volatilità e un ulteriore deterioramento della situazione finanziaria dei Paesi già pesantemente indebitati (come l’Italia). A mettere sotto pressione i debiti pubblici contribuirebbe una deflazione sempre più pesante, dovuta al calo del commercio globale, dei prezzi delle materie prime e dei beni industriali.

2) Un altro rischio non indifferente è quello di un’ulteriore discesa dei prezzi delle commodities, in particolare del greggio, che già ha sfondato al ribasso la soglia psicologica dei 40 dollari. A provocarlo sarebbe da una parte l’eccesso di offerta, reso possibile dalle nuove tecniche di estrazione “shale”, dall’altra il calo della domanda dovuto al rallentamento dell’economia mondiale. Un nuovo crollo dei prezzi porterebbe a una situazione insostenibile per i Paesi produttori, con un’ulteriore frenata della crescita mondiale in un meccanismo di “crisi a catena”.
3) È lo scenario che nessuno vorrebbe rivivere: quello della crisi Lehman del 2008, con la liquidità che improvvisamente si è prosciugata su tutti i mercati. Eppure, a indicarlo come possibile “bomba a orologeria” non è solo il report di Amundi. Marko Kolanovic, capo degli analisti quantitativi di Jp Morgan, è stato ribattezzato da Bloomberg “Gandalf” perché – con una vena predittiva degna del mago di Tolkien – ha previsto millimetricamente i crash di Borsa di quest’estate. La sua è quindi un’opinione da tenere in considerazione. In un report recente, Kolanovic ha espresso serie preoccupazioni per un mercato sempre meno liquido (anche per l’azione dei “robotrader”, gli algoritmi di Borsa). «La profondità del mercato è scesa di oltre il 60% negli ultimi due anni – spiega Kolanovic – e questo non dà alle Borse la capacità di assorbire grandi shock, esattamente come avvenuto il 24 agosto scorso», il giorno del crollo dei mercati legato alla Cina.
4) Restiamo alla Cina per il quarto rischio che corrono i mercati nel 2016: una brusca frenata del Dragone, con il Pil che nei prossimi due anni riesce a crescere appena del 3% (o addirittura meno). A provocarla potrebbe essere il collasso della domanda interna, una serie di default di grandi aziende o altre cause. Del resto, come nota Amundi, la composizione del Pil cinese è cambiata e ciò rappresenta in realtà un mutamento dell’attuale modello di crescita. Come ogni Paese che si sviluppa, il tasso di risparmio e la crescita economica possono modificarsi. «Dal momento che la crescita della produttività e l’evoluzione demografica (crescita della popolazione in età lavorativa) non sono favorevoli, il potenziale di crescita si è ridotto – sottolineano gli analisti della società francese di asset management – : è diminuito probabilmente del 50% nell’arco di dieci anni, ed è ora pari a circa il 5%». La Cina insomma non è ancora un Paese ricco, ma ne ha già le caratteristiche demografiche: è un Paese vecchio prima ancora di essere ricco, il che rende più complessa la transizione verso una crescita equilibrata.
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6) Torniamo alla Cina: un rischio relativo come probabilità – ma rilevante come possibile impatto – è che Pechino, in difficoltà per la brusca frenata della sua economia, decida di effettuare una brusca svalutazione dello yuan di almeno il 10%, modificando radicalmente la politica di cambio cinese. Una riedizione su scala ridotta di quanto avvenne nel 1994, quando lo yuan venne svalutato del 33% in un colpo solo.
7) La lenta ripresa economica in Europa, con il depotenziamento di alcuni dei movimenti più radicali o la loro trasformazione in partiti di governo (come avvenuto per Syriza in Grecia) fa assegnare ad Amundi una probabilità di appena il 5% a una nuova crisi in Europa. Il pericolo, nondimeno, è che un rallentamento della crescita ridia vigore a derive populistiche o protezionistiche, innescando una nuova crisi dei debiti sovrani, che naturalmente colpirebbe i Paesi super indebitati e a bassa crescita dell’eurozona (a partire da Grecia e Italia). Come ha ricordato un recente report di Credit Suisse, la nuova sfida per partiti tradizionali e movimenti anti sistema è rappresentata dalle due emergenze che stanno scuotendo il Vecchio Continente: immigrazione e terrorismo.


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