Mentre Barcellona (e Madrid) guardano con preoccupazione alle mosse di Rajoy, che ha chiesto al Tribunale Costituzionale di invalidare le dichiarazioni “indipendentiste” del Parlamento Catalano (minacciando anche i deputati catalani schieratisi per il sì all’indipendenza), la gente” de la calle” sembra più preoccupata della crisi economica che, nonostante la propaganda governativa (in stile renziano), sui “grandi progressi” che permetterebbero di intravedere la luce in fondo al tunnel, attanaglia ancora pesantemente le condizioni di vita della grande maggioranza dei cittadini del paese iberico. Dal punto di vista politico (istituzionale) c’è una notevole attenzione (almeno da parte dei mass-media) sia al processo di investitura del nuovo “president” della Catalogna, sia alle elezioni che si terranno tra 40 giorni. Dopo la dichiarazione indipendentista, votata sia dalla coalizione Junts pel sì (costituita soprattutto dai liberali di Convergencia Democratica, guidati dall’ex presidente catalano, Artur Mas, e dai repubblicani di Esquerra Republicana, eredi del partito storico del catalanismo, quello di Companys, fucilato dai franchisti nel 1940), sia dai compagni della CUP (che i giornali definiscono “gli anticapitalisti”), la situazione si sta complicando. La CUP, pur permettendo, coi suoi 10 deputati, che la dichiarazione independista avesse la maggioranza, non appare disposta a permettere la nascita di un governo catalano capeggiato da Mas, l’uomo dell’austerità, espressione della borghesia catalana. Propone in cambio una soluzione di compromesso: lasciar nascere un governo di Junts pel Sì, ma guidato dal capolista Romeva, un indipendente con un passato di sinistra (era eurodeputato di ICV, una specie di SEL catalana). Solo che la coalizione guidata da Mas non vuole accettare questo “diktat”, per cui i 10 deputati della CUP detterebbero “la linea” ai 62 della coalizione JpS. Lo stesso Mas sembra impegnato a vincere le resistenze degli “anticapitalisti”, da un lato dicendo che è stato costretto da Madrid alle politiche d’austerità (che non avrebbe MAI attuato se la Catalogna fosse stata indipendente!) e dall’altro accusando la CUP di fare il gioco degli “spagnolisti”. Qualcuno fa battute sulla nuova facciata di pseudo-sinistra di Mas, dicendo che fra poco lo vedremo con la maglietta di David Fernandez (uno dei compagni più in vista della CUP) e alzando il pugno chiuso! Nei prossimi giorni vedremo come finirà il “braccio di ferro”.
Per quanto riguarda le elezioni politiche del 20 dicembre, c’è maretta a sinistra: sembra che la proposta avanzata da Barcelona en Comù e Ahora Madrid (le due coalizioni che hanno vinto le elezioni di maggio nelle due capitali) di dar vita ad una grande alleanza della sinistra “radicale” (una specie di “Spagna in Comune”) che vada da Podemos a Izquierda Unida, con in più i vari gruppi, movimenti, ecc. che hanno dato vita alle due liste di cui sopra, sia stata bocciata dal “lider maximo” di Podemos, Pablo Iglesias, con la motivazione che IU sarebbe “vecchia” e sottrarrebbe voti. Per cui c’è il rischio che, fra 40 giorni, siano ben tre le liste di sinistra “radicale” (cioè a sinistra del PSOE): Podemos, Ahora en Comun e Izquierda Unida, senza contare la miriade di piccole liste d’estrema sinistra che sono solite presentarsi comunque. Se si presta fede ai sondaggi, lo “sgonfiamento” di Podemos (dovuto, certo, anche alla massiccia campagna dei mass media a favore di Ciudadanos, una specie di “podemos” di centro-destra “spagnolista”) è palese: se un anno fa tutti i sondaggi lo davano oltre il 20% (con punte del 25-26) ora sembra assestarsi sul 14-15 (con IU tra il 4 e il 5%). L’atteggiamento autoreferenziale e lideristico (e abbastanza “populista”, alla Grillo) di Iglesias, i suoi numerosi errori (l’ultimo quello di far votare gli 11 deputati di “Catalogna, sì che si può” insieme alla destra spagnolista e il PSOE contro la mozione indipendentista, invece di, per esempio, astenersi, in coerenza con la posizione favorevole all’autodeterminazione, che avrebbe permesso di differenziarsi sia da Mas che dalle forze centraliste) non sono estranei a questa caduta del consenso, come sottolineato dai compagni della sinistra di Podemos, animata dai nostri compagni di Anticapitalistas.
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