Il cordiale incontro tra la neo-presidente Delcy Rodriguez e il ministro dell’energia statunitense Chris Wright (11 febbraio)
Riprendiamo da “La Izquierda Diario” due articoli che documentano gli ulteriori passi del processo di assoggettamento coloniale agli Stati Uniti del Venezuela presieduto da Delcy Rodriguez.
Anni fa, era ancora in carica Maduro, quando – dinanzi a politiche dal chiaro segno anti-proletario, contestate da dimostrazioni di massa di sfruttati – parlammo di “fallimento del socialismo rentier“, apriti cielo! Eccoli, i soliti “ideologici”, che sognano le impossibili trasformazioni “tutte e subito”, che scambiano le “rivoluzioni colorate” contro un “socialismo del XXI secolo” più che mai vivo per proteste proletarie e popolari, etc. etc.
Senonché i fatti hanno la testa dura, durissima, e ci hanno dato ragione. Proseguendo e radicalizzando (attenzione: non invertendo) la linea di politica neo-liberista inaugurata da Maduro, Delcy Rodriguez la porta ora alle sue estreme conseguenze a favore degli interessi statunitensi (anziché cinesi).
Con queste nuove decisioni oltre il petrolio, anche l’oro, il ferro, la bauxite, le terre rare del Venezuela saranno “aperti” alle multinazionali statunitensi per le quali il paese caraibico ridiventerà un magnifico territorio di caccia.
Spetterà alla classe lavoratrice, alle masse sfruttate del Venezuela opporsi a questa deriva neo-coloniale che promette loro miseria e repressione – come già stanno facendo da mesi. Anche nei giorni scorsi, infatti, ci sono state manifestazioni di protesta a favore della fornitura di petrolio venezuelano a Cuba e dell’introduzione del salario minimo.
Che piaccia o meno a certi spompati allievi di Benedetto Croce travestiti da “compagni”, le classi e la lotta di classe esistono oggi più che mai. In Venezuela come, del resto, ovunque. (Red.)


Delcy Rodríguez e i cambiamenti di governo: qual è il significato della rimozione di Vladimir Padrino López dalla carica di Ministro della Difesa?
Il 18 marzo Delcy Rodríguez ha rimosso Vladimir Padrino López dall’incarico di Ministro della Difesa in Venezuela dopo oltre un decennio, con una mossa politico-militare di alto profilo all’interno della cerchia ristretta del governo. Al suo posto ha nominato Gustavo González López, che ricopriva la carica di comandante della Guardia d’Onore Presidenziale.
“La izquierda Diario”, 18 marzo
Oltre alla rimozione di Padrino López, Delcy Rodríguez ha apportato altri cambiamenti al governo, tra cui la rimozione del Ministro del Lavoro Eduardo Piñate e la nomina del giudice Carlos Alexis Castillo a tale incarico. Ha inoltre nominato al Ministero dei Trasporti Jacqueline Faría al posto di Aníbal Coronado, la professoressa Ana María Sanjuán a Ministro dell’Istruzione Universitaria e l’ex Procuratore Generale Tarek William Saab a capo della Grande Missione Viva Venezuela. Nelle settimane precedenti, aveva già effettuato altri cambiamenti in ministeri e viceministeri. Tuttavia, il caso del generale Vladimir Padrino López assume un significato particolare.
Non si tratta di un semplice rimpasto burocratico ai vertici militari, ma di una mossa che racchiude una crisi organica nel contesto aperto dall’intervento militare statunitense del 3 gennaio. Stiamo assistendo a una riconfigurazione del potere, e Delcy Rodríguez è l’elemento chiave di questa ingegneria che ristruttura il potere secondo il regime neocoloniale imposto dall’imperialismo USA.
Padrino López è stato uno dei pilastri più longevi e stabili del chavismo. E’ stato molto più di un Ministro della Difesa. Dalla sua nomina nel 2014, è diventato il garante fondamentale della coesione delle Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB) e di conseguenza della sopravvivenza del chavismo al potere durante quel periodo di grande sconvolgimento politico. E’ stato anche colui che ha assicurato la lealtà dell’alto comando, e quindi il garante militare dell’ordine istituzionale.
Fu Padrino López, insieme a Maduro, a costruire la dottrina dell’”unione civico-militare” come scudo difensivo che servì a militarizzare sempre più la politica nazionale e persino a prevenire tentativi di colpo di stato negli ultimi anni, come quelli guidati da Juan Guaidó nel gennaio 2019 e successivamente da María Corina Machado, che miravano a disgregare a tutti i costi le Forze Armate. Poi arrivò la “perfetta unione civico-militare-polizia” annunciata da Maduro, soprattutto dopo la repressione delle proteste post-elettorali seguite alle frodi elettorali, che portarono a migliaia di arresti, soprattutto nei quartieri operai, a partire dal 29 luglio 2014. Padrino López ha svolto un ruolo chiave in tutto questo.
La sua rimozione aprirebbe la strada ad una ristrutturazione delle Forze Armate nell’ambito di un tutoraggio esterno. Padrino López è anche Generale in Capo e Comandante in Capo delle Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB), carica dalla quale potrebbe essere rimosso. Durante i suoi quasi 12 anni come Ministro della Difesa, ha consolidato il suo potere come leader della struttura formale delle FANB, comandando l’Esercito, la Marina, l’Aeronautica e la Guardia Nazionale, per un totale di oltre 150.000 effettivi.
Le ragioni della sua rimozione risalgono molto probabilmente alle opache trattative che si svolgono negli uffici dove si decide il futuro delle risorse strategiche del Venezuela. È la Presidente che ha mostrato la volontà di riconfigurare l’apparato statale secondo le nuove condizioni imposte da Washington.
Entro il 26 gennaio, Delcy Rodríguez aveva già rimosso circa 28 ufficiali militari, accelerando la riorganizzazione dell’alto comando, in risposta alle pressioni di Trump. Questi ufficiali, tra cui i capi delle REDI (Regioni di Difesa Integrale), delle ZODI (Zone di Difesa Operativa) e delle basi aeree, non solo avevano legami diretti con Padrino López, ma facevano anche parte della struttura di comando da lui supervisionata. Di fatto, fu lo stesso Padrino López che su ordine di Delcy Rodríguez dovette firmare le delibere di licenziamento dei suoi subordinati. Questo ha segnato l’inizio dell’indebolimento del suo potere.
La permanenza di Padrino López dopo il 3 gennaio potrebbe aver cominciato a essere percepita come un ostacolo sia alla ristrutturazione interna sia ai negoziati esterni che si aprivano nel nuovo scenario. In questo contesto, la mossa di Delcy Rodríguez potrebbe essere dovuta anche alla pressione dell’imperialismo statunitense, che stava chiarendo all’apparato governativo venezuelano che la “transizione” richiedeva una riorganizzazione della leadership militare.
Il profilo del nuovo Ministro della Difesa
Il suo allontanamento non è motivato dalla ricerca di un profilo meno repressivo. Infatti il mandato di Gustavo González López alla guida del SEBIN è contrassegnato da segnalazioni che gli imputano sistematiche violazioni dei diritti umani, torture e detenzioni arbitrarie. Esistono repressori “buoni” e “cattivi” a seconda che si allineino o meno agli obiettivi degli Stati Uniti.
Una differenza significativa tra Gustavo López e Vladimir Padrino López risiede nella minore influenza all’interno delle Forze Armate del primo, concentrata invece nell’apparato di sicurezza e di intelligence (SEBIN, DGCIM e Guardia d’Onore Presidenziale). Il suo profilo è quello di un leader politico e di un esperto di controspionaggio, piuttosto che di un comandante operativo delle forze armate regolari, come nel caso di Padrino López. Ha ricoperto la carica di Direttore del Servizio Nazionale di Intelligence Bolivariano (SEBIN) per due mandati (2014-2018 e 2019-2024), oltre a essere a capo della Direzione Generale del Controspionaggio Militare (DGCIM) e della Guardia d’Onore Presidenziale. Nel 2015 è stato Ministro dell’Interno, della Giustizia e della Pace.
Dal 6 gennaio ricopriva la carica di comandante della Guardia d’Onore Presidenziale, un’istituzione militare d’élite responsabile della protezione del palazzo presidenziale e della cerchia ristretta del potere. Inoltre quest’uomo, ex direttore della DGCIM (Direzione Generale per la Comunicazione e l’Intelligence), ha affinato le sue competenze all’ombra dei servizi segreti. Nell’ottobre del 2024, Maduro lo aveva trasferito a Petróleos de Venezuela (PDVSA) come Sovrintendente agli Affari Strategici. All’epoca alcuni analisti interpretarono la mossa come un allontanamento da Diosdado Cabello, figura a cui era storicamente legato.
La sua nomina è stata probabilmente dettata dalla necessità di Delcy Rodríguez di controllare l’intelligence e il controspionaggio e di avere una figura specializzata nell’individuare situazioni che avrebbero potuto degenerare in seguito all’incursione statunitense e alla fase di “transizione” voluta da Trump.
Almeno dal 2017, l’appello chiaro dell’opposizione di destra era che i militari rimuovessero Maduro dal potere e raggiungessero un accordo con loro. Nel 2019, quando l’offensiva statunitense fu lanciata tentando un governo parallelo con Guaidó, ciò divenne esplicito: gli Stati Uniti e quell’opposizione offrivano l’amnistia ai militari se avessero cambiato schieramento e deposto Maduro. Il problema di fondo non è mai stato che i comandanti fossero responsabili dell’apparato repressivo, ma che si rifiutassero di aderire al piano statunitense.
Quando il direttore della CIA John Ratcliffe visitò il Venezuela, il generale Gustavo González López, allora a capo della Direzione Generale del Controspionaggio Militare (DGCIM) e comandante della Guardia d’Onore Presidenziale, fu visto salutarlo con un cordiale sorriso. Secondo fonti interne al governo statunitense, González López incontrò personalmente Ratcliffe e a quanto pare l’ordine del giorno includeva la cooperazione in materia di intelligence e altre importanti questioni interne venezuelane.
Tuttavia, è ancora presto per comprendere il vero significato della nuova posizione di Gustavo López come Ministro della Difesa, o se si tratti di un incarico temporaneo, per la segretezza che avvolge le sfere del potere, soprattutto in ambito militare. Di fronte alla mutazione in atto nella forma del potere statale, la burocrazia chavista sopravvive, con tutte le sue varie cricche al potere.
In seguito all’aggressione statunitense, la casta dominante ha deciso di preservarsi il più possibile, in cambio di amministrare la consegna del paese. Finora ha barattato la propria sopravvivenza come casta al prezzo di concedere il paese a Trump.
Mentre la classe dominante si assesta in questo suo nuovo ruolo di garante e collaborazione con gli Stati Uniti, il compito urgente della classe lavoratrice è quello di organizzare la resistenza contro questa umiliante tutela, rifiutando sia l’intervento imperialista sia la resa neocoloniale attuata da coloro che intendono continuare a governare nell’interesse del capitale transnazionale.
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Neocolonialismo. Nuova legge mineraria: il governo di Delcy Rodríguez legalizza il saccheggio minerario sotto la lente d’ingrandimento di Trump
L’Assemblea Nazionale ha approvato lunedì 9 marzo, in prima lettura, una nuova bozza di legge organica, promossa dal governo di Delcy Rodríguez, che apre ulteriormente il settore minerario al capitale straniero e al controllo statunitense. L’iniziativa è stata presentata pochi giorni dopo la visita a Caracas del Segretario degli Interni statunitense Doug Burgum, incaricato di promuovere l’accesso delle aziende statunitensi ai minerali strategici all’estero.
“La Izquierda Diario”, 11 marzo
Appena un mese dopo la cessione del petrolio, il governo guidato da Delcy Rodríguez ha votato lunedì in Assemblea Nazionale la nuova Legge Mineraria, una riforma legislativa che rafforza la politica di saccheggio delle risorse naturali e dei beni comuni per soddisfare gli interessi delle multinazionali statunitensi. La votazione si inserisce nel quadro degli impegni presi durante la visita lampo del Segretario degli Interni americano Doug Burgum, giunto a Caracas la scorsa settimana.
La nuova Legge Mineraria segue la stessa logica della recente riforma della Legge sugli Idrocarburi, approvata un mese fa, che ha aperto il settore petrolifero al capitale transnazionale con il pretesto di “rilanciare l’economia”. Oggi il governo sta tentando di fare lo stesso con oro, ferro, bauxite ed elementi delle terre rare, rafforzando un modello estrattivista subordinato agli interessi di Washington.
Questo processo conferma che la nuova legislazione si inserisce in una più ampia strategia geopolitica dell’amministrazione Trump volta a garantire l’accesso ai minerali strategici in America Latina, essenziali per le industrie tecnologiche, energetiche e militari statunitensi.
A seguito della visita di Burgum e con l’impegno di Delcy Rodríguez ad accelerare l’approvazione del Mining Act, gli Stati Uniti hanno rilasciato licenze che autorizzano operazioni relative all’oro venezuelano, inclusa la possibilità di transazioni con la società statale Minerven. Sono state anche segnalate spedizioni di oro venezuelano verso gli Stati Uniti nell’ambito di questi nuovi accordi economici. I proventi derivanti dalla vendita dell’oro saranno controllati e gestiti dall’amministrazione Trump, come avviene attualmente per il petrolio.
Secondo la bozza della nuova Legge Mineraria, verrebbero abrogate due normative: una del 1999 e un’altra relativa all’oro, del 2015. Analogamente alla riforma della Legge sugli Idrocarburi, il disegno di legge approvato introduce l’estensione dei periodi di concessione mineraria, condizioni più flessibili per gli investimenti esteri, la possibilità di ricorrere all’arbitrato internazionale e nuove garanzie legali per le società private. Ciò consentirà alle società straniere e nazionali di sfruttare oro, diamanti ed elementi delle terre rare, e di estendere la durata delle concessioni da 20 a 30 anni.
«Durante gli incontri, abbiamo ricevuto rassicurazioni sul fatto che, se le aziende avessero voluto accedere a queste aree, condurre le dovute verifiche, valutare la riapertura delle miniere, magari anche il ritorno a quelle operative 15 o 20 anni fa, questo governo avrebbe garantito la loro sicurezza», ha dichiarato Burgum ai giornalisti prima di concludere la sua visita a Caracas.
Quella che viene presentata come una politica di «ripresa economica» è in realtà un processo di riconfigurazione neocoloniale del modello estrattivo venezuelano, in cui lo Stato funge da intermediario tra le esigenze geopolitiche di Washington e lo sfruttamento intensivo del sottosuolo nazionale.
Donald Trump ha posto particolare enfasi sulla garanzia dell’accesso ai minerali critici considerati strategici per l’economia statunitense. Questi minerali – tra cui elementi delle terre rare, oro, bauxite, litio e rame – sono essenziali per settori chiave come la tecnologia digitale, la difesa, la transizione energetica e la produzione di batterie e dispositivi elettronici. Negli ultimi anni, Washington ha cercato di ridurre la sua dipendenza dalla Cina per queste risorse, promuovendo accordi con paesi africani e latinoamericani.
Lo stesso Burgum, durante la sua visita, ha osservato che il Venezuela possiede una delle maggiori riserve di risorse minerarie dell’emisfero, tra cui oro, ferro, diamanti, bauxite ed elementi delle terre rare. Da un punto di vista strategico, il sottosuolo venezuelano diventa quindi un premio ambìto nella lotta internazionale per le risorse naturali. Sebbene non siano ancora state effettuate esplorazioni per confermare le riserve di terre rare in Venezuela, gli Stati Uniti sono certi che il paese sia ricco di questi minerali.
Per ora, l’espansione dell’attività mineraria in Venezuela ha un chiaro epicentro: l’Arco Minerario dell’Orinoco. Istituito ufficialmente nel 2016, questo gigantesco progetto si estende per oltre 111.000 chilometri quadrati a sud del fiume Orinoco, un’area paragonabile a quella di paesi come Cuba o la Bulgaria. Questo territorio è diventato uno spazio segnato da gravi problemi sociali e ambientali: devastazione degli ecosistemi amazzonici, contaminazione dei fiumi da mercurio, sfruttamento del lavoro, precarietà e sfollamento delle comunità indigene, tra gli altri.
Con la nuova legge si aggravano questi problemi attraverso l’espansione del modello estrattivo e la partecipazione di grandi compagnie internazionali al settore. Ciò rappresenta una riconfigurazione della mappa estrattiva venezuelana, in cui capitali statunitensi, canadesi ed europei potrebbero contendersi il controllo di importanti giacimenti.
Se sotto il governo Maduro si stava avanzando nel percorso di concessione delle risorse e di privatizzazione, culminato in un governo antioperaio e repressivo, odiato da ampi settori della popolazione, dopo il 3 gennaio le nuove imposizioni da Washington e le visite di alti funzionari statunitensi dimostrano un’inversione di tendenza verso uno status neocoloniale.
In questo contesto politico, il governo di Delcy Rodríguez, insediatosi come presidente ad interim, agisce in completa collaborazione, accordo e sottomissione politica a Trump e Marco Rubio, in accordo con le élite economiche e gli interessi geostrategici degli Stati Uniti, e al contempo a beneficio dei propri interessi e di quelli di varie fazioni borghesi locali.
Di fronte a questa offensiva neocoloniale, la difesa delle risorse naturali e della sovranità nazionale può venire solo dalla mobilitazione indipendente dei lavoratori e della popolazione contro l’imperialismo e contro i governi che ne gestiscono gli interessi. La classe lavoratrice e il popolo venezuelano devono ripudiare sia l’aggressione imperialista sia questo governo servile
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