Si dice Pakistan, si legge Cina. E, naturalmente, Iran, i suoi alleati, le piazze arabe.
Non bisogna essere scienziati della politica per comprendere che gli Stati Uniti hanno dovuto accettare l’offerta di tregua concordata tra Cina e Pakistan, perché per loro le cose si stavano mettendo male su ogni piano, in specie su quello politico. Peggio: hanno dovuto accettare come “base di discussione” i dieci punti del piano presentato dall’Iran, una vera e propria umiliazione – questo sostiene il ministro degli esteri di Teheran Araghchi, e ammette in modo più vago lo stesso Trump.
Scorriamoli insieme, per verifica:
1. Cessazione completa di tutti gli atti di aggressione contro l’Iran e i gruppi di resistenza alleati;
2. Ritiro delle forze combattenti statunitensi dalla regione, divieto di qualsiasi attacco dalle basi contro l’Iran e cessazione del dispiegamento di truppe in stato di allerta;
3. Mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz;
4. Revoca di tutte le sanzioni primarie contro l’Iran;
5. Revoca di tutte le sanzioni secondarie contro entità straniere che intrattengono rapporti commerciali con istituzioni iraniane;
6. Risarcimento dei danni subiti dall’Iran attraverso la creazione di un fondo di investimento e finanziario;
7. Impegno dell’Iran a non sviluppare armi nucleari;
8. Riconoscimento da parte degli Stati Uniti del diritto dell’Iran all’arricchimento dell’uranio e negoziati a livello locale;
9. Accordo dell’Iran a negoziare accordi di pace bilaterali e multilaterali con i Paesi della regione in base ai propri interessi;
10. Estensione del principio di non aggressione a tutti gli aggressori e a tutti i gruppi di resistenza.
Benvenuta questa nuova umiliazione della brutale arroganza colonialista yankee! Una umiliazione che nasce dalla tenuta militare dell’Iran; dalla tenuta politica del regime dei mullah, che l’aggressione esterna ha rafforzato sul fronte interno, a tre mesi dalla spietata repressione della grande sollevazione popolare di gennaio; dal crescente, massiccio sostegno delle piazze arabe in Bahrein, Iraq, Yemen, Siria, all’Iran come stato e come paese (non è la stessa cosa); ed infine dalla pressione dei paesi del Golfo a interrompere la spirale prima di ulteriori passaggi apocalittici – per quanto smentito, il ricorso alle armi nucleari è stato per qualche giorno sui tavoli, sollecitato in trasmissioni televisive israeliane con Ben Gvir che se la rideva a crepapelle. Il portavoce del ministero degli esteri del Qatar era stato ultimativo: “Se questa escalation continua, ci porterà ad una situazione che non sarà più controllabile, e siamo molto vicini a quel punto. In questa situazione, non c’è nessun vincitore, solo l’entità dei danni si espande”. Quindi: basta! Dei danni che ci avete procurato (voi, Trump & Netanyahu) ne abbiamo abbastanza.
Ma crediamo che abbiano avuto il loro peso anche le grandi manifestazioni del 28 marzo negli Stati Uniti e quel tanto, non molto finora, che si è mosso in Europa contro l’aggressione all’Iran (lo stesso Vaticano a trazione statunitense ha espresso il suo dissenso).
Reggerà la tregua dei 15 giorni?
Difficile dirlo, sia perché una sconfitta del genere, per l’asse Washington-Tel Aviv, è durissima a fronte di un asse Cina-Russia-Iran che ne esce consolidato, sia perché – in conseguenza – c’è già chi è deciso a sabotarla.
Gli Emirati l’hanno immediatamente violata colpendo la raffineria iraniana di Lavan, e subendo la pronta rappresaglia iraniana. Ma è soprattutto il governo Netanyahu a sabotarla con un attacco terroristico di estrema violenza scagliato stamani su Beirut e in varie zone del Libano: decine di caccia hanno scatenato un inferno di fuoco con centinaia di morti e di feriti e il tentativo (fallito) di assassinare il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem. E’ questa la risposta furiosa alle disastrose sconfitte patite dall’IDF in Libano, dove in meno di un mese in scontri e imboscate avvenuti a Taybeh, Aita Al Shaab, Aitaroun, Maroun Al Ras, Beit Lif, Qalaat Shaqif, l’esercito sionista ha avuto decine di morti, tra i quali almeno un comandante, 411 feriti (27 feriti gravi, 60 piuttosto gravi, il resto lievi), e ha lasciato sul campo 136 carri armati Merkava, decine di veicoli blindati, bulldozer, pezzi di equipaggiamento, attrezzature e strumenti di ingegneria, totalmente distrutti, o ancora efficienti nelle mani di Hezbollah – i guerriglieri di Hezbollah hanno addirittura filmato in pieno giorno la presa di possesso dei veicoli dell’unità “Yahalom”, uno smacco bruciante per l’intelligence sionista e l’immagine, ormai a pezzi, di esercito (preteso) invincibile.
Si arriverà ad una pace durevole e giusta?
Bisogna escluderlo. Perché anche attraverso questa guerra che ha incendiato l’intero Medio Oriente; quella in corso tra NATO e Russia da oltre 4 anni in Ucraina; e poi attraverso la guerra dei dazi e la contesa tra petro-dollari e petro-yuan; le manovre e contro-manovre intorno a Taiwan ed in ogni singolo paese dell’Africa; l’aggressione al Venezuela e il soffocamento finale della ribelle Cuba; la corsa generalizzata e universale al riarmo; sono in corso movimenti tellurici di enorme portata prodotti dall’irreversibile crisi dell’ordine internazionale a dominio amerikano. E la direzione di questi movimenti è verso uno scontro inter-capitalistico globale.
Come ha scritto di recente Aleksandr Dugin, in questa e consimili guerre “stanno diventando sempre più evidenti le alleanze della terza guerra mondiale”. Come dargli torto? Il punto è che per questo ideologo reazionario che ispira Putin, la nuova guerra mondiale – salutare per lui e per tutti i kampisti – si combatterebbe tra l’”Occidente collettivo” e “l’umanità multipolare”. Mentre sarà in realtà tutt’altro: uno scontro tra le grandi potenze del capitale, vecchie e nuove, sulla pelle dell’umanità lavoratrice dei continenti “di colore”, della Russia e dello stesso Occidente.
Un’eventualità, perciò, contro cui l’umanità lavoratrice (radicalmente disprezzata tanto dai Dugin quanto dai Thiel) dovrà lottare con tutte le proprie forze.
La liberazione da questo clima di guerra generalizzata e incombente potrà arrivare, infatti, solo dalle masse oppresse e sfruttate dell’area medio-orientale, finalmente riunite contro le potenze imperialiste e i propri regimi, e del mondo intero; dalla trasformazione delle manifestazioni e dei movimenti contro l’economia di guerra, le guerre in atto e la corsa alla guerra globale, in sollevazioni e rivoluzioni.
Scopri di più da Brescia Anticapitalista
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.