Gli obiettivi dell’America in Medio Oriente sono incerti e la chiusura dello Stretto di Hormuz impatta sull’economia globale. L’Europa senza autonomia strategica paga il prezzo più alto.
La gente potrebbe imparare
dai propri errori se non fosse
così impegnata a negarli
Carl Gustav Jung
da Limes
Le guerre delle liberaldemocrazie in Asia occidentale hanno raramente conseguito gli obiettivi prefissati. Tesi che vale per il XIX e XX secolo e anche per questo primo scorcio del XXI.
In Afghanistan, dopo venti anni di guerra, i taliban sono di nuovo al potere. In Iraq le locali milizie sciite filo-iraniane condizionano ancora visibilmente l’agenda politica del paese. Quanto alla Siria, solo inquietanti dissonanze cognitive possono trovare conforto nel fatto che Bashar al-Asad sia stato sostituito da Abu Muhammad al-Jolani – ora Ahmad al-Shara’a – ex capo di al-Qaida nel paese, “occidentalizzato” nel vestiario e accolto in tutte le cancellerie. Infine, in Nordafrica, la Libia è uno Stato fallito e diviso che resta un nostro fornitore di energia e, generosamente, anche di flussi migratori incontrollati.
https://www.youtube.com/embed/SQ5dRJPK_Go?si=f934bjTRPFydCdx7Tali fallimenti seriali derivano non solo da carenze nella pianificazione ed esecuzione, ma dagli stessi presupposti all’origine delle scelte belliche. Ovvero un insieme di menzogne e conoscenza superficiale delle realtà locali che hanno prodotto obiettivi politici irrealistici e irrealizzabili.
A tutto ciò si aggiunge la nota Law of Unintended Consequences (legge delle conseguenze non intenzionali), mai da sottovalutare in guerra. Rientra in questa casistica la seconda non provocata aggressione israelo-americana contro l’Iran in meno di un anno, iniziata il 28 febbraio scorso.
Per quattro decenni Israele ha molestato psicologicamente la comunità internazionale parlando della minaccia costituita da un Iran a pochi mesi dall’acquisizione di un ordigno nucleare. Raramente leader e media occidentali mainstream hanno rilevato l’assurdità di una minaccia imminente che si protrae per 40 anni. Da ultimo la Repubblica Islamica, ulteriormente radicalizzata dall’eliminazione fisica dei suoi vertici, ha infine sfoderato la vera arma atomica in suo possesso, ovvero la chiusura dello Stretto di Hormuz. Ne sta derivando una guerra ibrida, asimmetrica e di logoramento.
L’unica che l’Iran può permettersi, la sola che è in grado di combattere e che sta riservando amare sorprese: l’inattesa porosità dei sistemi antimissilistici israelo-americani nella regione, l’assottigliamento del numero dei loro vettori dovuto alla strategia di saturazione iraniana; l’aumentata precisione degli ordigni di Teheran; la fine della tacita complicità senza conseguenze per le petromonarchie del Golfo Persico nella strategia anti-iraniana; per finire, la prospettiva della disarticolazione delle catene di approvvigionamento globali nei settori energetico, alimentare e dei microprocessori.

IL VESPAIO IRANIANO E L’IMPOSSIBILITÀ GEOGRAFICA DI UNA GUERRA LAMPO
Gli imperi talassocratici anglosassoni non hanno fortuna con gli stretti.Suez nel 1956 fu l’inizio della fine di quello di Sua Maestà britannica, Hormuz potrebbe esserlo per quello statunitense. Vi è tuttavia molto business as usual in quanto sta accadendo, cioè un asse della guerra neocon-sionista che si contrappone a quello della resistenza (Iran e residue milizie associate), tranne che per l’intensità e le ramificazioni globali del confronto.
Dopo aver attaccato sette Stati ed entità della regione – Libano, Iran, Iraq, Qatar, Siria, nonché Cisgiordania e Striscia di Gaza occupate dal 1967 – negli ultimi due anni e mezzo, Israele sconta una sicurezza assai più precaria di quella di cui godeva alla vigilia della terza e della quarta guerra arabo-israeliana (1967 e 1973). Un’èra che, paradossalmente, precedeva sia gli accordi di pace con Egitto e Giordania sia quelli di Abramo. Eppure la sua opinione pubblica sostiene con “maggioranze semi-bulgare” la bellicosità del proprio primo ministro.
Il 7 ottobre offre una possibile spiegazione, ma non è la spiegazione di tale dissonanza cognitiva. Hamas è indebolita ma non disarmata e impegna ancora in modo significativo l’esercito israeliano (Idf). Della seconda fase del piano Trump si sono perse le tracce. Hezbollah, che un anno e mezzo fa era data come decapitata ai vertici e degradata militarmente, continua a bersagliare lo Stato ebraico. I sofisticati sistemi antimissilistici israelo-americani – orgoglio dei rispettivi complessi militari-industriali – sono sotto stress, con scorte in via di esaurimento e un rapporto costo-efficacia insostenibile nel lungo periodo rispetto agli ordigni iraniani da abbattere. Israele è esposto su troppi fronti dalla strategia di logoramento iraniana. Non andrebbe quindi sottovalutato il monito lanciato il 26 marzo scorso dal capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir, che ha evocato il rischio che le Idf implodano.

ISRAELE, SPECCHIO ROTTO DELL’AMERICA
L’amministrazione Trump – dal suo comandante in capo in giù – pronuncia dichiarazioni spavalde, inverosimili e contraddittorie sugli obiettivi, sull’andamento del conflitto e sull’efficacia politica degli attacchi condotti dalle sue Forze armate contro l’Iran, inclusa l’insurrezione interna che avrebbero dovuto scatenare. Sorge il sospetto che Netanyahu abbia rifilato l’ennesimo bidone al suo grande alleato.
La stampa israeliana riferisce di un recente, teso, confronto telefonico tra il vero capo del partito Maga a Washington, il vicepresidente J.D. Vance e il premier israeliano. Su cosa abbia indotto Trump a tradire i tanto sbandierati ideali Maga forse faranno luce gli storici. Joe Biden, in piena fase neurodegenerativa, era riuscito ad arginare le pulsioni belliche israeliane verso l’Iran, anche se tra le radici del presente conflitto c’è la sua mancata emanazione di un semplice ordine esecutivo per ripristinare – come promesso in campagna elettorale – l’adesione statunitense all’accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa) firmato da Barack Obama nel 2015 e inopinatamente stracciato da Trump nel 2018.
Una tesi vorrebbe che l’obiettivo della strategia del caos statunitense sia quello di compromettere l’approvvigionamento energetico cinese. Tuttavia questa idea non tiene conto delle iniziative preventive della Repubblica Popolare negli ultimi 14 mesi volte a scongiurare questa ipotesi. Pechino ha accumulato 1,24 miliardi di barili di riserve petrolifere, ovvero tre mesi di scorte in caso di blocco totale delle forniture. Eventualità che non interessa la Cina le cui petroliere continuano a transitare attraverso lo Stretto di Hormuz grazie agli accordi con l’Iran.
Più affascinante ma da approfondire è la tesi sostenuta da uno dei massimi studiosi italiani della complessità, Pierluigi Fagan, che sulla sua pagina Facebook ha scritto: “La razionale di questa guerra, da parte americana, potrebbe non avere tanto o non solo l’Iran come obiettivo primo, ma il mondo. Potrebbe essere un atto di ‘distruzione creatrice‘ geopolitica e geoeconomica ad ampio spettro. Per perseguire un ‘Make America Great Again’ si può spingere quanto più è possibile avanti gli Usa o si può spingere quanto più possibile indietro il resto del mondo”. L’ipotesi lascerebbe presagire che Washington abbia forse finalmente preso atto dell’impossibilità di reindustrializzarsi e di stare al passo con Pechino e quindi riterrebbe che devastare il resto del mondo che fa sempre più affidamento sulla Cina sarebbe un modo per conservare la sua primazia.

Quanto all’erratica condotta del presidente Trump, sembrano sensate solo due spiegazioni. Biden ha trasmesso al successore la sua sindrome neurodegenerativa. Oppure, coerentemente con il momento etico-politico che caratterizza il paese, tale condotta sarebbe funzionale a gigantesche operazioni di insider trading speculativo sugli andamenti di borsa e dei futures energetici approfittando della parallela volatilità dei mercati. In soli 20 minuti intercorsi prima e dopo l’annuncio del presidente Trump del 23 marzo scorso sui presunti proficui colloqui tra Usa e Iran, 3.500 miliardi di dollari di transazioni sono state registrate sull’indice S&P 500; dati analoghi sono emersi sul trading dei futures energetici.
Sul fronte arabo, le petromonarchie si interrogano ancora sull’affidabilità politica e difensiva Usa, e questo nonostante la lezione ricevuta già nel 2019 quando la produzione saudita di petrolio venne temporaneamente dimezzata da un attacco di droni con gli Usa inerti. Anonimi alti funzionari del Golfo lasciano anche intendere che in queste settimane Washington avrebbe assegnato la priorità alla difesa di Israele.
I membri del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) non sembrano unanimi sulle colpe da attribuire all’Iran ma tra questi spicca quello che negli ultimi anni si è più speso per la pace, l’Oman. Quest’ultimo con una dichiarazione – senza precedenti per un membro del Ccg – diramata dal ministro degli Esteri Badr al-Busaidi ha affermato: “Lo scopo della guerra è quello di indebolire l’Iran e di spingere verso un disegno di normalizzazione,all’interno di un più ampio contesto che prevede il tentativo di impedire la nascita di uno Stato palestinese e di indebolire qualunque Stato che ne sostenga la creazione (…) c’è un piano che ha preso di mira la regione e di cui l’Iran non è l’unico obiettivo, e molti ne sono consapevoli, ma questi stanno scommettendo sul fatto che manifestandosi accomodanti con gli Stati Uniti questi ultimi possano modificare i loro orientamenti e le loro decisioni (…) Chiedo la riconsiderazione della filosofia difensiva dei paesi del Golfo e vi è una crescente discussione pubblica nella regione circa l’efficacia di alcuni tra gli attuali accordi di sicurezza”.
In altre parole, la destabilizzazione del Medio Oriente e del Golfo non sarebbe opera dell’Iran, ma di Israele e Stati Uniti.
https://www.youtube.com/embed/HPjYUJYzNv8?si=k1BnMdul2VG3-g2CIl conflitto potrà avere fine sia per ragioni endogene sia esogene o per una combinazione di entrambe oppure perché alla fine il buon senso prevarrà e si tornerà a un negoziato. Quanto alle prospettive di quest’ultimo, il mediatore tradizionale, l’Oman per l’appunto, potrebbe aver passato la mano dopo essere stato ingannato due volte dai negoziatori Usa: nel giugno scorso e alla vigilia di questo conflitto.
Un terzetto islamico – Arabia Saudita, Pakistan, Turchia – si starebbe muovendo per trovare una soluzione ma il divario tra le richieste Usa e quelle iraniane circolate in rete è talmente ampio che è a dir poco dubbio che un’intesa possa essere trovata in tempi brevi. Naturalmente le possibilità aumenterebbero se il team americano – Steve Witkoff e Jared Kushner – venisse affiancato da esperti in grado di comprendere appieno le proposte iraniane o addirittura sostituito da qualcuno meno condizionato dall’agenda israeliana, come si ritiene possa essere il vicepresidente J.D. Vance.
I fattori esogeni potrebbero essere quelli più incisivi alla fine del conflitto, dal momento che stanno avendo, e avranno, conseguenze più durature e dirompenti per l’economia globale. Ed è proprio su questo aspetto che sembra puntare la strategia iraniana. Un approccio sinistramente simile alla guerra d’attrito russa in Ucraina. Un logoramento non solo militare ma anche e soprattutto economico e finanziario, noto come “morte lenta inflitta tramite mille tagli”.

CARTA: LA PARTITA DI HORMUZ
Le finalità sembrerebbero molteplici: da una divaricazione tra Usa e Israele al disimpegno permanente dei primi dalla regione; da un riesame delle scelte strategiche delle petromonarchie alla maturazione in Europa di una più lucida consapevolezza del rischio che le politiche americane determinano per il Vecchio Continente; infine, mandare un messaggio di più ampia risonanza e maggior ottimismo verso il Sud Globale sulla possibilità di fermare le politiche coercitive militari, economiche, finanziarie e tecnologiche messe in campo dagli Stati Uniti.
Alla teocrazia iraniana basterà sopravvivere per poter declamare la propria vittoria. Se poi dovesse conseguire anche una sola delle ambizioni sopra elencate si tratterebbe di una vittoria epocale, almeno dal suo peculiare punto di vista.
Nel XXI secolo l’economia globale ha già registrato una successione di shock. Dopo la crisi finanziaria del 2008, il Covid e il conflitto in Ucraina, la guerra contro l’Iran con il blocco dello Stretto di Hormuz è il quarto in meno di un ventennio. L’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) ha già definito quello attuale come il più importante shock nella storia del mercato petrolifero globale.
Non mancano poi i risvolti tragicomici. Per calmierare l’innalzamento dei prezzi del greggio innescato dal blocco di Hormuz, e dall’impennata dei costi dei noli marittimi e delle relative polizze assicurative, gli Usa hanno in successione derogato al divieto di acquisto del petrolio russo prima, e iraniano poi.
https://www.youtube.com/embed/Qpf6J79rZrM?si=ZJTZoF9UC_pFDrx5Un team di economisti ha paragonato l’attuale situazione al lasso di tempo intercorso tra lo scoppio dell’epidemia Covid a Wuhan e l’inizio dei lockdown generalizzati. Un intermezzo in cui si avvertiva l’arrivo di una catastrofe ma non se ne coglieva ancora appieno la portata.
Coloro che tra Washington e Gerusalemme dichiaratamente non avevano messo in conto la chiusura di Hormuz – già sintomo di palese inadeguatezza nei rispettivi ruoli svolti – dovrebbero riflettere sulla circostanza che un quinto del gas naturale liquido, un terzo del petrolio, un terzo dei fertilizzanti, due quinti dell’elio e la metà dello zolfo esportati globalmente transitano attraverso questo stretto.
Superfluo intrattenersi sulla perdurante importanza dei combustibili fossili nell’economia globale. I fertilizzanti sono essenziali per la produzione agricola mentre l’elio e lo zolfo per quella dei microchip. Non si tratta, quindi, del solo approvvigionamento energetico, ma anche di quello alimentare e dell’industria digitale, dai tagliaerba fino ai data center a supporto dell’intelligenza artificiale.
Dall’inizio del conflitto il passaggio di questi materiali si è fermato e la loro disponibilità futura in alcuni casi è stata ampiamente compromessa dagli attacchi iraniani agli impianti che li producono – per rimettere alcuni di questi in funzione ci potrebbero volere dai tre ai cinque anni. Solo quelli ai giacimenti di gas di Pars e al terminal di Ras Laffan avrebbero cancellato il 17% della produzione qatarina (il 3,5% di quella globale) di gas naturale liquido (Gnl). Il paese, che lamenta danni per 25 miliardi di dollari, ha inoltre invocato la clausola di “forza maggiore” nei contratti di fornitura di gas per diversi paesi, incluso il nostro.
Gli effetti non sono ancora diffusamente avvertiti ma lo saranno presto, e tra questi è possibile annoverare in termini crescenti di gravità: inflazione, shock distributivi, ampie carenze di prodotti, stagflazione e una connessa instabilità finanziaria generalizzata.
Inevitabili quindi le ricadute politiche innescate da quelle economiche. Il nuovo presidente della Federal Reserve (Fed), Kevin Warsh, potrebbe avere le stesse perplessità di Jerome Powell nell’abbassamento dei tassi di interesse costantemente invocato da Trump mentre si profila un’ondata inflazionistica da quest’ultimo improvvidamente causata che potrebbe costargli la sconfitta alle elezioni di medio termine del prossimo novembre. Del resto l’inflazione aveva già largamente compromesso le prospettive di rielezione di Joe Biden nel 2024 prima che venisse maldestramente e tardivamente sostituito da Kamala Harris.
Trump finirebbe per ritrovarsi nel difficile dilemma di scegliere tra i suoi finanziatori elettorali (le compagnie petrolifere) e coloro che l’hanno votato. Inoltre, un ulteriore dato che dovrebbe preoccupare la Casa Bianca ma che presenta inquietanti riflessi finanziari globali è che prima del conflitto il rapporto deficit-pil negli Usa era al 7% e ora a causa dei costi della guerra viene stimato al 10%.
Se dovessero esserci ripercussioni sul valore del dollaro sarebbe un duro colpo per l’export europeo. Se poi le ripercussioni dovessero incidere anche sulla tenuta della divisa statunitense nella forma di petrodollaro per le transazioni energetiche e, più ampiamente, come valuta di riserva per il commercio mondiale (il taglio più ampio e profondo della menzionata “morte inflitta attraverso mille tagli”) affiorerebbero forti dubbi sulla sostenibilità del gigantesco debito americano (il 10% di quello globale) con un impatto catastrofico sull’economia globale. Non a caso i lasciapassare che Teheran ha rilasciato per il transito di Hormuz ad alcuni paesi (Cina e India tra questi) prevedono che le transazioni delle merci trasportate via nave siano definite in yuan.

L’Europa non verrebbe certo risparmiata. Analogamente a quella ucraina, la guerra contro l’Iran potrebbe dispiegare l’impatto economico più pesante proprio sul Vecchio Continente. In caso di inflazione le pressioni salariali saranno forti un po’ ovunque, mentre la prima vittima politica del conflitto sembra essere proprio il leader europeo più vicino a Trump: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni uscita malconcia dal referendum sulla giustizia del 22-23 marzo scorso.
In caso di stagflazione, non escludibile a priori, l’impatto sulla forza lavoro e i consumatori sarebbe fortissimo; e questa drammatica potenzialità si abbatterebbe su un mondo del lavoro i cui livelli occupazionali già affrontano gli effetti, a dir poco destabilizzanti, derivanti dall’impatto dell’intelligenza artificiale.
Pertanto, l’esito di questo scontro potrebbe essere deciso non tanto a Teheran, Gerusalemme e Washington, ma a New York, Londra, Francoforte, Hong Kong e Shanghai dal combinato disposto dei fondamentali dell’economia, dalle scelte di politica monetaria e dalle connesse reazioni dei mercati.
Coloro che desiderassero uscire senza subire danni strutturali permanenti da quella che a tutti gli effetti appare una trappola, dovranno abbandonare la loro compiacenza strategica che li ha resi prima spettatori e poi vittime di un conflitto concepito altrove per interessi a loro estranei.
Il monito lanciato dalla cauta e lungimirante monarchia omanita – ripensare la filosofia difensiva e gli accordi di sicurezza e, in ultima analisi, gli autentici interessi politici ed economici in gioco – è un invito che, per la prima volta, appare dettato dal realismo e dal buon senso più che dalle ormai logore narrazioni neocon-sioniste che hanno perso ogni credibilità.
È una riflessione che dovrebbe compiere soprattutto l’Europa (di qui la citazione di Jung in apertura) che, ancora una volta – non sarà mai ripetuto abbastanza – appare destinata a pagare il prezzo più alto. Dopo i fallimenti seriali dell’ultimo quarto di secolo, perdere nuovamente questa opportunità non sarebbe solo miope, ma imperdonabile.
Marco CARNELOS – Già ambasciatore in Iraq e già inviato speciale per la Siria e il processo di pace israelo-palestinese.
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