Per il presidente Lai Ching-te il colonialismo giapponese è stato meglio del Kuomintang. Parole che hanno provocato la reazione della Cina
“Il Giappone ha colonizzato Taiwan per promuovere la sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale. Il governo nazionalista è arrivato a Taiwan allo stesso modo, semplicemente trattando l’isola come trampolino di lancio per riconquistare la terraferma. E soprattutto dopo l’arrivo del governo del Kuomintang a Taiwan, il modo in cui ha trattato il popolo taiwanese è stato persino peggiore di quello riservato a Taiwan durante il periodo coloniale, peggiore persino del trattamento riservato a Taiwan dal Giappone coloniale”. Queste sono le parole pronunciate dal presidente Taiwanese Lai Ching-Te ad un evento per commemorare il 30° anniversario delle elezioni presidenziali dirette di Taiwan.
Queste dichiarazioni, nelle quali si afferma che il dominio coloniale del Giappone imperiale su Taiwan è stato migliore di quello del Kuomintang, hanno scatenato una forte reazione di condanna da parte di Pechino.
Perché le parole di Lai Ching-te toccano il cuore di una battaglia che non riguarda solo il presente, ma anche il controllo della memoria storica.
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Partiamo da un punto fondamentale: cos’è stata la “Sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale”?
Il nome suona quasi positivo. Cooperazione, prosperità, Asia unita. Ma nella realtà storica era il progetto ideologico dell’impero giapponese durante la Seconda guerra mondiale. Il suo obiettivo ufficiale era liberare l’Asia dal colonialismo occidentale. Ma nella pratica significava sostituire un dominio con un altro. Corea, Manciuria, Cina, Sud-Est asiatico: territori occupati militarmente, economie riorganizzate per sostenere lo sforzo bellico giapponese, repressione sistematica di ogni resistenza.
La Sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale era la narrativa costruita per legittimare l’espansione imperiale.
Taiwan è stata sotto controllo giapponese dal 1895 al 1945. Cinquant’anni di dominio coloniale. Ci sono stati investimenti, infrastrutture, modernizzazione. Ma anche repressione brutale, assimilazione forzata, sfruttamento economico.
Ma il punto della dichiarazione di Lai non è solo il Giappone, ma anche quello che viene dopo.
Dopo il 1945, Taiwan passa sotto il controllo del governo nazionalista cinese, il Kuomintang. Negli accordi post-seconda guerra mondiale questo momento rappresenta una “restituzione”: Taiwan torna alla madrepatria dopo la liberazione dal colonialismo.
Lai ribalta completamente questa lettura: l’arrivo del Kuomintang non è stata una restituzione, ma l’inizio di un altro dominio.
Qui entra in gioco uno dei capitoli più delicati della storia taiwanese: il cosiddetto Terrore Bianco. Dopo l’arrivo del Kuomintang, Taiwan entra in una lunga fase di repressione politica. Tutto inizia con l’incidente del 28 febbraio 1947: una protesta locale che viene soffocata nel sangue, con migliaia di morti.
Ma non finisce lì: per decenni, sotto la legge marziale, il governo controlla la società in modo capillare. Arresti arbitrari, processi militari, esecuzioni, censura. Chiunque sia sospettato di opposizione può essere perseguito. Intere generazioni crescono in un clima di paura.
Ma contemporaneamente il Kuomintang è il partito che ha fondato la Repubblica di Cina, ancora oggi il nome ufficiale di Taiwan, di cui Lai Ching-Te è presidente. La sua carica trae autorità dalla Costituzione redatta dal Kuomintang e Lai ha vinto la presidenza grazie al sistema elettorale introdotto 30 anni fa dallo stesso Kuomintang. Usare il 30° anniversario delle elezioni per sostenere che il Kuomintang era peggio dell’impero coloniale giapponese non può che risultare controverso.
Quando Lai dice che il Kuomintang ha trattato i taiwanesi peggio del Giappone coloniale, sta facendo una scelta precisa: sta mettendo questi due periodi uno contro l’altro, creando una gerarchia morale. È una posizione che serve a costruire una nuova identità.
Per decenni, la posizione ufficiale – sia a Pechino che sotto il Kuomintang – era chiara: Taiwan è parte della Cina, e il ritorno del 1945 è una liberazione. Dire che il periodo del Kuomintang è stato peggiore di quello giapponese, è il fondamento dell’idea che Taiwan non sia semplicemente “una parte della Cina che è tornata a casa”, ma uno stato indipendente.
L’identità indipendentista dell’isola la si costruisce anche rivalutando ciò che c’era prima del Kuomintang, cioè l’impero coloniale giapponese. E questo è esattamente questo che preoccupa Pechino.
Questo scontro sulla memoria non avviene nel vuoto. Negli ultimi mesi, le tensioni tra Cina e Giappone attorno a Taiwan sono tornate a crescere in modo evidente. Tokyo ha progressivamente rafforzato il proprio allineamento con gli Stati Uniti sulla sicurezza nello Stretto, parlando apertamente della questione Taiwan come “interesse esistenziale” per il Giappone. Pechino, dal canto suo, vede questo coinvolgimento come un ritorno inquietante del Giappone nella questione taiwanese, un’area che considera strettamente interna. In questo contesto, ogni riferimento positivo – o anche solo ambiguo – al passato coloniale giapponese assume un peso politico enorme: non è più solo storia, ma diventa un segnale geopolitico nel presente.
Il ministero degli Esteri cinese ha respinto con durezza le dichiarazioni del leader taiwanese Lai Ching-te, definendo queste affermazioni una grave profanazione della storia e un vergognoso tradimento del popolo cinese.
Xinhua riporta che Lin Jian ha ricordato come il Giappone abbia esercitato un dominio coloniale su Taiwan per mezzo secolo, reprimendo con violenza ogni resistenza, saccheggiando risorse e causando sofferenze profonde alla popolazione locale. «Questa pagina di sangue e lacrime non può essere cancellata né distorta», ha sottolineato il portavoce. «Il ritorno di Taiwan alla madrepatria dopo la vittoria nella guerra di resistenza antifascista resta una grande conquista collettiva del popolo cinese».
Il Global Times sottolinea che le parole di Lai Ching-te non sono un lapsus isolato, ma rivelano l’essenza del suo progetto indipendentista e filogiapponese. Secondo il quotidiano di partito, Lai cerca di riscrivere la storia per legittimare la separazione dall’unità nazionale e per compiacere forze esterne. Pechino considera queste posizioni non solo storicamente false, ma politicamente pericolose perché mirano a sabotare il processo di riunificazione e a provocare tensioni nello Stretto.
L’articolo di osservazione su CGTN evidenzia che il regime di Lai Ching-te sta usando la retorica colonialista per consolidare un’identità separatista. Il commento ufficiale cinese è netto: chiunque tenti di difendere o abbellire l’aggressione giapponese commette un tradimento verso la nazione e verso la memoria delle vittime. Il ministero degli Esteri ha ribadito che nessuna forza potrà impedire la riunificazione della Cina e che ogni tentativo di distorcere la storia sarà respinto con fermezza.
Per Pechino la questione di Taiwan non è solo territoriale, ma profondamente storica e identitaria. Qualsiasi tentativo di riscrivere il passato coloniale viene interpretato come un attacco diretto alla legittimità del progetto di riunificazione.
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