Riprendiamo da “Pagine esteri” un articolo di Marco Santopadre che si occupa del reclutamento, spesso forzato e/o fraudolento, di giovani africani da parte dell’esercito russo.

Sull’immane macello di proletari in atto dal febbraio 2022 in Ucraina regna un silenzio di tomba

La stampa di regime italiana ed europea, che questa guerra ha per decenni preparato e pretende che sia combattuta fino all’ultimo ucraino (e, se necessario, ucraina), a tutto è interessata fuorché ad accendere i riflettori sul massacro, tanto più che sul terreno sta maturando una sconfitta. 

Ma anche per i fan della Russia e del “kompagno” Putin la consegna è: acqua in bocca. Perché, a loro dire, ogni ucraino è un nazista, o candidato a diventarlo a breve, e quindi se muore: un nazista in meno. I morti dal lato russo, invece, sono combattenti anti-imperialisti da onorare, senza andar troppo ad indagare in quanti sono morti, in che modo, a quali classi e nazionalità appartenessero, che ideologia avessero in testa – si è schivato accuratamente il tema anche ai tempi della sovraesposizione della Wagner, chiaramente un’armata privata di mercenarifondata da un notorio ammiratore del nazismo. E lo si può capire perché della costruzione retorica della Russia “anti-imperialista”, magari anche solo oggettivamente tale, non sarebbe rimasto in piedi nulla.

La rigidissima consegna del silenzio non fu rotta neppure quando venne a galla la morte di centinaia di giovanissimi soldati nord-coreani mandati allo sbaraglio nell’area di Kursk poco più di un anno fa – ove si fosse trattato di filippini o thailandesi o sud-coreani arruolati dalla NATO-Ucraina sull’altro fronte, invece, si sarebbe parlato di mercenari reclutati con metodi coloniali, del tutto a ragione peraltro.

Ma se questo reclutamento avviene da parte della Russia, invece, di cosa si tratta: di internazionalismo proletario? 

In questo articolo di Marco Santopadre si torna sul tema dei mercenari reclutati dall’esercito russo all’estero (Africa essenzialmente), sui metodi del loro reclutamento, sul loro impiego in prima linea al fronte – una vicenda sollevata due anni fa dal governo indiano, ed ora da alcuni governi africani e, soprattutto, dai parenti delle reclute-vittime. 

Questo è un altro piccolo tassello che si aggiunge a confermare in pieno la nostra tesi: “la guerra in Ucraina, per ciò che è e per ciò che prepara, è una guerra contro i proletari ucraini e contro i proletari russi, contro il proletariato di tutti i paesi. (…) è uno scannatoio di proletari…”. Una guerra reazionaria da ambo i lati.

Sulla base di dottissime “analisi” geopolitiche, un po’ di compagni o (chi sa) ex-compagni allo sbaraglio hanno creduto di potersi fare gioco di questa analisi. Ma i fatti hanno la testa dura. (Red.)

Mentre gli Stati Uniti, impantanati in Iran, cercano una via d’uscita per non perdere la faccia, in Ucraina aumentano le preoccupazioni di un disimpegno totale di Washington dal conflitto con la Russia.
Nelle scorse settimane le truppe ucraine avevano conquistato alcune centinaia di chilometri quadrati di territorio per la prima volta dopo due anni di successi militari russi. Ma il fronte sembra essersi di nuovo bloccato e Kiev lancia l’allarme: con il disgelo Mosca potrebbe scatenare una potente offensiva di primavera mettendo di nuovo in seria difficoltà le fragili difese ucraine, soprattutto considerando lo scarso sostegno statunitense.
Nei giorni scorsi nuovi timori sono stati suscitati dalla decisione da parte di Trump – e di alcuni paesi europei – di allentare le sanzioni nei confronti del petrolio e del gas russi proprio mentre Mosca incassa sempre più risorse dalla vendita dei propri idrocarburi in un pianeta rimasto improvvisamente a secco a causa della chiusura, per quanto parziale, dello Stretto di Hormuz.

Nel tentativo di rimanere in gioco e di convincere Washington a concedergli aiuti finanziari e tecnologici, Zelensky si è offerto di aiutare le truppe americane e le petromonarchie del Golfo a respingere gli attacchi dei droni iraniani, gli stessi da tempo utilizzati da Mosca per bombardare le truppe e le infrastrutture ucraine.

E mentre anche l’esercito ucraino continua a ricorrere ai mercenari stranieri oltre che alle reclute locali, obbligate anche con la forza a difendere il paese, nuove inchieste riaprono il caso dei cittadini di altri paesi, soprattutto africani, utilizzati dall’esercito russo nella campagna militare in corso ormai da più di quattro anni in Ucraina.

A chiarire meglio le dimensioni di una vicenda già nota sono state due inchieste realizzate alla fine dello scorso anno e a febbraio. La prima, pubblicata dall’Istituto Francese per le Relazioni Internazionali (IFRI), ricostruisce i meccanismi di reclutamento, spesso contraddistinti dall’inganno e dalla costrizione, dimostrando che in pochissimi casi la scelta di arruolarsi è stata volontaria e compiuta sulla base di un’adesione ideologica alle politiche del governo russo.
In vari casi l’invio al fronte ha coinvolto studenti già presenti in Russia o immigrati irregolari, ricattati con la minaccia di arresto o d’espulsione.

La seconda inchiesta è stata invece realizzata da “All eyes on Wagner” che ha pubblicato un elenco di almeno 1417 cittadini africani coinvolti, di cui 316 deceduti. Secondo questo rapporto, i cittadini coinvolti avrebbero un’età media di 31 anni e proverrebbero da 35 paesi diversi, ma per la maggior parte da tre stati: 361 dall’Egitto, 335 dal Camerun e 234 dal Ghana.

La circostanza è stata confermata dal ministro ghanese, che ha fatto appello al presidente Zelensky affinché rilasci due prigionieri di guerra del suo paese catturati dagli ucraini mentre combattevano con i russi. Secondo Ablakwa, molti degli africani che combattono con l’uniforme della Federazione sono vittime di frodi ed inganni e sono stati mandati a combattere senza neanche ricevere una formazione militare sufficiente.

A denunciare il fenomeno sono stati anche il governo della Nigeria e del Kenya. Alcuni cittadini di questo secondo paese hanno raccontato all’AFP di essere stati attirati da un centro di reclutamento che prometteva un lavoro ben remunerato in Russia come venditore, agente di sicurezza o altro. Arrivati a Mosca, però, i ragazzi si sono trovati in trappola: gli sono stati sequestrati i documenti e sono stati obbligati a firmare un contratto – in cirillico – che a loro insaputa li costringeva a combattere sul fronte ucraino. Un rapporto presentato recentemente dal Servizio Nazionale di Intelligence al parlamento del Kenya afferma che i russi hanno finora reclutato un migliaio di connazionali.
In Nigeria invece ha suscitato molta indignazione la notizia del ritrovamento, in Donbass, dei corpi di due combattenti uccisi mentre combattevano nelle truppe russe.

Nelle scorse settimane, poi, la presidenza del Sudafrica ha annunciato di aver ottenuto il ritorno in patria di 11 suoi cittadini convinti a combattere in Ucraina per conto di Mosca, dopo averne già rimpatriati altri 4.
La vicenda rischia di incrinare i rapporti tra Mosca e Pretoria, che pure ha cercato di mantenere una posizione neutrale dopo l’invasione russa dell’Ucraina ed ha conservato forti legami con la Federazione, con cui il Sudafrica intrattiene buone relazioni anche sulla base del sostegno sovietico ai movimenti contro l’apartheid.
Però i metodi di reclutamento russi hanno messo in imbarazzo le autorità del paese, suscitando numerose polemiche.
«Ci hanno costretto a bruciare tutto quello che avevamo: vestiti, documenti, foto di famiglia. Fin dall’inizio è stato un inferno» ha raccontato ad Al Jazeera un 32enne appena rientrato a Durban dalla Russia. Attirato a Mosca insieme ad altri coetanei con la prospettiva di essere impiegato in un’impresa di sicurezza privata, è stato invece spedito a combattere in Donbass.

Le polemiche suscitate dalle denunce dei parenti degli arruolati, provenienti per lo più dalla provincia di KwaZulu-Natal, hanno costretto alle dimissioni dal proprio incarico parlamentare Duduzile Zuma-Sambudla nei cui confronti la polizia sudafricana ha aperto un’indagine, visto che la legge del paese proibisce ai cittadini di partecipare a conflitti armati all’estero.
La donna è la figlia dell’ex presidente sudafricano Jacob Zuma, che ha governato il Sudafrica dal 2009 al 2018 per conto dell’African National Congress prima di essere condannato per vari casi di corruzione ed espulso.
«Ci era stato detto che saremmo stati addestrati come guardie del corpo VIP», ha affermato un ventottenne che ad Al Jazeera ha raccontato che Zuma-Sambudla e la sua matrigna erano in prima linea nel reclutamento degli uomini da inviare in Russia per conto di ciò che rimane della compagnia militare privata Wagner.

Dopo aver ricevuto una cifra forfetaria di 4800 dollari, i sudafricani sono stati inviati al fronte dopo appena una settimana di addestramento. «Eravamo carne da macello. Alcuni di noi non sapevano nemmeno sparare correttamente prima che ci mandassero in prima linea» ha testimoniato uno degli arruolati che ha denunciato il trattamento inumano al quale venivano sottoposti dai comandanti e dai commilitoni russi: «Le reclute africane venivano impiegate nei compiti più pericolosi in prima linea. Alcuni erano costretti a recuperare i morti e i feriti mentre i droni sorvolavano la zona…». «Siamo stati vittime di insulti razziali, picchiati e mandati nelle zone più pericolose… Abbiamo visto morire molti compagni provenienti da Nigeria, Zimbabwe e Kenya» ha raccontato un altro sudafricano.

Dopo l’apertura dell’inchiesta, Jacob Zuma ha chiesto al governo russo di rimandare in patria i coscritti provenienti dal suo paese, senza però ottenere risultati. E’ stato l’intervento diretto dell’attuale presidente Cyril Ramaphosa a convincere il suo omologo russo ad accogliere la richiesta.
Dei 15 sudafricani rimpatriati uno è rientrato in sedia a rotelle e un altro ha perso una gamba. Altri due sono morti al fronte.

Mosca, alle prese con un numero sconosciuto di vittime tra i propri militari e con un esodo di cittadini che negli ultimi anni hanno scelto di espatriare pur di non rischiare di finire al fronte o di incorrere nelle conseguenze indirette del conflitto, si rivolge all’Africa e all’Asia anche per tentare di coprire il crescente fabbisogno di manodopera.

Per fronteggiare una carenza di più di 2 milioni di lavoratori, Mosca si è rivolta negli ultimi anni soprattutto all’India e ad altri paesi asiatici anche a causa della diminuzione di immigrati provenienti dalla repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale. Se nel 2021 la Russia ha autorizzato solo 5 mila permessi di lavoro per i richiedenti indiani, nel 2025 ne ha concessi 72 mila. I lavoratori indiani vengono impiegati soprattutto nei servizi e nelle costruzioni, ottenendo salari più bassi rispetto ai lavoratori autoctoni ma superiori a quelli che riceverebbero in patria.

Ma questi flussi non bastano ed anche in questo caso si cerca di coprire i “buchi” con lavoratori, anzi con lavoratrici provenienti dall’Africa, molte delle quali raggirate dalla promessa di un permesso di soggiorno e di un contratto di lavoro nei settori della ristorazione e delle pulizie. Secondo un’inchiesta dell’Associated Press, una volta giunte in Russia queste giovani donne scoprono di dover lavorare nelle fabbriche che producono droni, spesso sette giorni su sette, concentrate nella zona economica speciale di Alabuga nel Tatarstan.
Secondo l’inchiesta, le ragazze ingannate proverrebbero da 85 diversi paesi, con una folta presenza di sudafricane e cittadine di altri stati del “continente nero” ma anche dell’America Latina.

Alcune testimonianze hanno denunciato le condizioni di lavoro insopportabili e l’elevato rischio di incidenti sul lavoro, oltre che il pagamento di salari inferiori a quelli pattuiti. L’estate scorsa le autorità del Sudafrica hanno messo in guardia l’opinione pubblica sui rischi in cui incorrono le ragazze che accettano di trasferirsi in Tatarstan ed ha chiuso il sito di una giovane influencer che faceva propaganda al cosiddetto “programma Alabuga”.

Da: https://pungolorosso.com/2026/03/16/carne-da-macello-sul-fronte-russo-ucraino-gli-africani-si-ribellano-da-pagine-esteri/


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