Il Pentagono ridistribuisce batterie Patriot e componenti del sistema THAAD dal teatro coreano verso il Medio Oriente. A Seoul cresce il timore di restare più esposta alla minaccia nordcoreana.
Come riporta The Korea Times, il Pentagono ha iniziato a spostare batterie Patriot e componenti del sistema THAAD (Terminal High-Altitude Area Defense) dalla penisola coreana per sostenere le operazioni contro l’Iran.
Il sistema THAAD rappresenta uno degli elementi centrali dell’architettura antimissile congiunta tra Stati Uniti e Corea del Sud. A differenza dei sistemi Patriot, che intercettano i missili a quote più basse, il THAAD è progettato per colpire missili balistici a altitudini comprese tra circa 40 e 150 chilometri, offrendo quindi uno strato di difesa superiore nella protezione della penisola coreana.
Il presidente sudcoreano Lee Jae-myung ha riconosciuto apertamente il ridispiegamento di alcune componenti del sistema durante una riunione di gabinetto, ammettendo che Seoul ha espresso le proprie preoccupazioni a Washington ma dispone di margini limitati per bloccare decisioni operative americane. Nonostante ciò, il capo dello Stato ha cercato di rassicurare l’opinione pubblica, sostenendo che la rimozione di alcune risorse di difesa aerea non comprometterà in modo significativo la capacità di deterrenza contro la Corea del Nord.
Diversi analisti invitano tuttavia a guardare agli effetti di lungo periodo. Se il conflitto in Medio Oriente dovesse protrarsi e consumare un numero consistente di intercettori, la capacità degli Stati Uniti di rinforzare rapidamente la penisola coreana in caso di crisi potrebbe risultare più limitata. Altri esperti interpretano il ridispiegamento come parte di una tendenza più ampia nella strategia militare americana, che punta a rendere le proprie forze più mobili e redistribuibili tra diversi teatri operativi. Questo approccio, spesso definito “flessibilità strategica”, implica che le risorse militari dispiegate nella penisola coreana possano essere utilizzate rapidamente anche in altre crisi globali. Secondo Moon Seong-mook del Korea Institute for National Strategy, Washington sta sempre più chiaramente prioritizzando i propri interessi nazionali.
In questo contesto, diversi analisti ritengono che la situazione evidenzi la necessità per Seoul di accelerare lo sviluppo di sistemi antimissile nazionali, in particolare il progetto L-SAM, progettato per intercettare missili a quote più elevate rispetto agli attuali sistemi sudcoreani. Rafforzare le capacità autonome di difesa, mantenendo allo stesso tempo un coordinamento con Washington, appare sempre più come la linea strategica che Seoul dovrà perseguire nei prossimi anni.
Lee Jae-myung, in una intervista nella quale utilizza un tono insolitamente severo parlando con sguardo torvo, ha confermato che Seoul ha espresso opposizione ferma ma riconosce di non poter impedire la decisione americana, definendola una necessità militare interna degli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri Cho Hyun ha rivelato che le discussioni tra i due eserciti sono in corso da giorni e riguardano proprio il ridispiegamento di sistemi di difesa aerea.
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Questo spostamento di sistemi missilistici destinati a garantire la sicurezza del Sud Corea ha creato un domanda amare ai sudcoreani: perché la Corea del Sud ha investito così tanto capitale politico in un sistema di difesa che un giorno potrebbe essere rimosso?
Come riporta The Guardian, nove anni fai, il governo Sudcoreano ha installato il sistema di difesa missilistica THAAD di fabbricazione statunitense al villaggio Seongju, ignorando le proteste degli abitanti del posto, i quali sostenevano che il dispiegamento li avrebbe resi un bersaglio per i missili balistici di Pyongyang.
Il governo conservatore di Seul, sostenuto da Washington, sosteneva che il Thaad fosse il modo più efficace per localizzare e distruggere i missili nordcoreani prima che minacciassero la Corea del Sud e i 28.500 soldati statunitensi di stanza lì. Il dispiegamento suscitò anche l’ira di Cina e Russia, che sostenevano che il potente radar del Thaad potesse compromettere la loro sicurezza.
Ma nove anni dopo, gli Stati Uniti, con una decisione unilaterale, hanno iniziato a spostare parti del sistema, insieme ad altri equipaggiamenti militari, fuori dalla Corea del Sud per impiegarli nella guerra contro l’Iran, perseguendo i propri interessi e lasciando più esposto uno dei loro principali alleati asiatici.
Come riporta SCMP, questo movimento logistico non tocca direttamente le installazioni americane nelle Filippine, eppure ha sollevato una domanda che preoccupa anche Manila: se Washington può sottrarre asset strategici dalla Corea del Sud, cosa garantisce che non accada lo stesso nell’arcipelago? Gli analisti ricordano che gli Stati Uniti hanno investito anni per trasformare le Filippine in un perno operativo per il controllo dello stretto di Luzon, del Mar Cinese Meridionale e di qualsiasi scenario taiwanese. La presenza militare americana nell’arcipelago rappresenta oggi uno strato aggiuntivo di deterrenza, non un sostituto dei grandi hub del Nord-est asiatico.
La flessibilità operativa che rende le Filippine preziose è però a doppio taglio. I sistemi che possono essere rapidamente spostati nel nord di Luzon possono altrettanto rapidamente essere ritirati. Washington mantiene il nucleo strategico in Giappone e Corea del Sud, mentre l’arcipelago filippino funge da arco esterno capace di complicare i calcoli di un avversario senza sostituire le basi principali. In caso di pressione prolungata, gli Stati Uniti opterebbero probabilmente per un riequilibrio selettivo: spostare gli asset più trasportabili lasciando intatto il cuore della postura.
Il vero problema non è solo la posizione geografica degli asset, ma la disponibilità complessiva di munizioni. Come riporta Bloomberg, i conflitti in corso hanno consumato l’armeria americana a un ritmo superiore alla capacità di produzione delle industrie della difesa.
Ogni intercettore Patriot o THAAD costa milioni di dollari e il prolungarsi della campagna in Iran riduce drasticamente la capacità di Washington di sostenere simultaneamente più teatri. Sasha Chhabra, analista di sicurezza con base a Taipei, ha calcolato che un conflitto esteso in Medio Oriente eserciterebbe una pressione crescente sugli arsenali, lasciando meno risorse per il Pacifico.
“A lungo termine dobbiamo pensare alla logica di usare missili da 4 milioni di dollari per abbattere droni da 50.000 dollari”, ha osservato, invitando le democrazie asiatiche a accelerare la produzione congiunta di munizioni critiche.
L’Australia, alleato stretto, ha già visto ritardi nelle consegne di sistemi missilistici perché le priorità americane sono andate al teatro iraniano. Le Filippine, che stanno rapidamente espandendo l’acquisto di sistemi missilistici americani, devono prepararsi a frizioni simili. L’acquisizione di lanciatori Typhon e di altri sistemi a medio raggio nel nord dell’arcipelago, annunciata nei mesi scorsi, rischia di rallentare se gli stock non vengono reintegrati rapidamente.
Pechino interpreterà qualsiasi ridispiegamento visibile come segnale politico, non meramente logistico. Per Manila il rischio più immediato è la guerra dell’informazione: ogni spostamento, anche limitato, diventa prova che gli impegni americani in Asia non sono illimitati. Gli alleati asiatici non possono più dare per scontato che le risorse statunitensi siano infinite.
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