L’Italia entrerà in guerra?, si chiedono, più o meno ingenuamente, in molti. L’Italia è già in guerra contro l’Iran, contro il popolo iraniano. A suo modo, qui lo faccio e qui lo nego, ma è già in guerra.
Lo ha certificato Trump in persona, dichiarando: l’Italia di Meloni “cerca sempre di aiutare” gli Stati Uniti. Anche se la presidente del Consiglio ha provato a nascondersi (“non condanno e non condivido” la guerra scatenata da USA e Israele contro l’Iran), Trump è evidentemente soddisfatto dell’”aiuto” logistico e di intelligence che l’Italia sta dando alle forze armate statunitensi stazionate in decine di basi in Italia. Anzitutto in Sicilia, dalla base di Sigonella da cui è decollato un pattugliatore P-BA Poseidon che ha partecipato alle operazioni di guerra, e da cui decollano regolarmente velivoli spia e droni, come i Global Hawk e i Reaper, che servono tanto alla protezione dai colpi iraniani, quanto al supporto ai raid statunitensi e sionisti. A seguire ci sono il MUOS di Niscemi, permanentemente in funzione, fondamentale per le comunicazioni militari Usa nel Mediterraneo e in Medio Oriente; la base Nato di Trapani-Birgi, utilizzata dalla Nato come supporto logistico e operativo, in particolare per i velivoli radar AWACS che monitorano lo spazio aereo del Mediterraneo, e base di addestramento per gli F35, mentre il porto di Augusta serve ai rifornimenti delle navi della Sesta Flotta USA e della NATO – tutto ciò è verificato (1). E chi può escludere che l’aiuto venga anche da altre strutture nel centro-nord dell’Italia?
Il “non condivido” della Meloni è solo il furbo tentativo di non aumentare l’impopolarità del suo governo sotto accusa per la complicità nel genocidio di Gaza, di non far esplodere il diffuso malcontento per i sacrifici imposti dalla scelta di aumentare le spese belliche a scapito di quelle sociali, per l’inflazione che sta montando velocemente a causa della guerra all’Iran, e per l’inazione del governo sul fronte della speculazione di imprese e benzinai sui prezzi di benzina e gasolio.
Se davvero il governo vuole restare fuori dalla guerra all’Iran, perché ha mandato la fregata missilistica Martinengo a Cipro in coordinamento con i paesi europei, Francia, Regno Unito e Germania, che più si stanno esponendo nella “difesa” dell’isola come portaerei della NATO nel Mediterraneo (il ridicolo Macron, già preso a pedate in Africa, vorrebbe addirittura riaprire lo stretto di Hormuz)? Perché Crosetto ha convocato d’urgenza nei giorni scorsi 130 boss dell’industria bellica e li ha sollecitati a “segnalare tutte le proprie disponibilità operative, i programmi e ogni iniziativa che possa contribuire, in tempi brevissimi, a rafforzare ulteriormente la difesa, specie quella aerea” italiana e dei paesi alleati? Perché Mattarella ha convocato per venerdì prossimo il Consiglio supremo di difesa?
Il governo italiano, lo stato italiano, il capitalismo italiano, non hanno la minima intenzione di restar fuori dalla corsa alla guerra, di cui l’aggressione all’Iran è un capitolo del massimo rilievo. Al contrario, forti dell’efficienza e della redditività del settore industriale più dinamico (+157% dell’export di armi dal 2021 al 2025), si gettano con entusiasmo su questa grossa opportunità di profitti. Non si deve dimenticare che 23 anni fa l’Italia si distinse da Francia e Germania decidendo di intervenire in Iraq a fianco degli Stati Uniti. Partecipò in prima fila al massacro di centinaia di migliaia di persone e alla distruzione delle infrastrutture che ha fatto precipitare all’indietro di un secolo le condizioni di vita della popolazione irachena, gettandola al contempo in un ecocidio senza precedenti, superato ora solo da quello di Gaza.
Compartecipando alla spedizione di guerra verso Cipro, come le altre grandi potenze europee (inclusa la ‘discola’ Spagna), l’Italia di Meloni-Mattarella entra anche formalmente nella guerra all’Iran. Del resto, il suo sistema dei mass media – controllato dal grande capitale – ha già optato per questa decisione da mesi, martellando false notizie e falsi argomenti per preparare il terreno allo scontro bellico in corso (pochissime le eccezioni).
L’Italia mantiene da quasi vent’anni 2 mila militari in Medio Oriente, soprattutto in Libano dove assistono impassibili (o complici?) ai ripetuti assalti e massacri israeliani e, in questi giorni, all’esodo forzato di almeno centomila libanesi dal Sud. Inoltre, unico tra i maggiori paesi europei, ha deciso di partecipare al Board of Peace, la corte di Trump per l’amministrazione coloniale di Gaza, quale paese “osservatore”, nel tentativo di ritagliarsi un’area di influenza/affari nel Medio Oriente all’ombra degli Stati Uniti.
Non da oggi l’imperialismo italiano briga attivamente nell’area, fornendo assistenza militare ai paesi del Golfo, tra i principali acquirenti delle armi orgoglio del made in Italy. Affari e profitti per il complesso militare-industriale italiano sulla pelle della popolazione iraniana come di quella palestinese, e dei proletari russi e ucraini; sostegno alla partecipazione dell’ENI allo sfruttamento delle risorse energetiche della regione, dall’Egitto all’Iraq.
Tutto questo mentre procede la pianificazione dell’aumento della spesa militare italiana fino al 5% del PIL, a scapito della spesa sociale, di concerto con l’UE, per preparare nuove guerre. Intanto, l’esecutivo delle destre si muove per ripristinare (in una qualche forma) la leva obbligatoria e vara nuove leggi repressive che reintroducono misure fasciste come il fermo preventivo di polizia, nel tentativo di ammanettare la protesta sociale e politica, l’opposizione all’economia di guerra e alle politiche di guerra.
Lavoriamo a far crescere la protesta, ancora debole, contro la partecipazione dell’Italia alla guerra all’Iran – non certo in difesa di un regime reazionario che di nuovo a gennaio ha represso nel sangue una grande sollevazione popolare e proletaria, ma contro la pretesa degli imperialismi occidentali di schiacciare sotto il proprio tallone le classi lavoratrici dell’Iran attraverso il terrorismo dei bombardamenti e un regime a loro infeudato.
Diamo il nostro sostegno ai lavoratori, alle donne, ai giovani che in Iran – respingendo l’aggressione imperialista, che a tutto porterà salvo che alla loro liberazione, e respingendo il ritorno alla monarchia Palhavi – lottano da decenni contro il regime degli ayatollah per la propria liberazione. La loro lotta è tutt’uno con la nostra lotta contro il capitalismo di “casa nostra” e con quella degli sfruttati e degli oppressi di tutto il Medio Oriente, a partire dal popolo palestinese.
Giù le mani dall’Iran, gangster di Washington, Tel Aviv e Roma!
Sciogliere la Nato!
Abbasso l’oppressione imperialista sui popoli del Medio Oriente, che usa il sionismo come sua punta avanzata di distruzione e di morte, e la selva dei regimi reazionari che infestano la regione!
(1) Si può vedere, in particolare, il blog di Antonio Mazzeo, attento osservatore e critico puntuale di questo apparato.
DA: https://pungolorosso.com/2026/03/10/poche-balle-litalia-e-gia-in-guerra-contro-liran/
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