Pechino prepara l’evacuazione dall’Iran mentre Washington rafforza il dispositivo militare; in Asia orientale nuove pressioni coinvolgono Giappone e Filippine in un Indo-Pacifico in fermento

DAZIBAO E SAMUELE SODDU

Il fallimento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran ha spinto la crisi a un punto critico, e per Pechino il rischio di una guerra appare ormai concreto e imminente. L’invito ufficiale del Ministero degli Esteri cinese ai propri cittadini a lasciare immediatamente l’Iran – accompagnato dall’assistenza organizzata da ambasciate e consolati per l’evacuazione – è un segnale inequivocabile: la leadership cinese ritiene che lo scenario possa degenerare rapidamente.

Mentre il mondo guarda al Medio Oriente, in Asia orientale si intreccia un secondo livello di tensione. A Pechino si prosegue con la profonda riorganizzazione interna delle proprie forze armate: il 26 febbraio ci sono state nuove rimozioni di alti ufficiali nelle Forze Terrestri, nelle Forze Missilistiche e nei dipartimenti politico-operativi, una “pulizia” che tocca unità chiave per scenari su Taiwan e per la deterrenza strategica.

Contemporaneamente, Giappone e Filippine rafforzano la propria postura militare in coordinamento con Washington. Manila accoglie sistemi missilistici statunitensi avanzati nelle province settentrionali rivolte verso Taiwan, mentre Tokyo trasforma Yonaguni in una base missilistica integrata con capacità di difesa aerea e guerra elettronica. La Prima Catena di Isole si consolida così come linea di contenimento strategico.

Con l’orizzonte geopolitico che si oscura sotto il fallimento dei negoziati tra Iran e Stati-Uniti, i segnali di una conflagrazione di dimensioni storiche emergono dal Medio Oriente. Le dinamiche tra Washington e Teheran stanno raggiungendo un punto critico, con gli Stati Uniti che accumulano forze nella regione in una scala mai vista da decenni e minacciano apertamente attacchi aerei contro obiettivi strategici iraniani. 

In questo scenario di escalation, Pechino oggi ha esortato i propri cittadini a lasciare l’Iran senza indugi. Il ministero degli Esteri ha parlato esplicitamente di un “aumento significativo dei rischi per la sicurezza esterna”, invitando chi già si trova sul posto a rafforzare le misure di protezione e a procedere all’evacuazione tramite voli commerciali o rotte terrestri, mentre ambasciate e consolati in Iran e nei paesi vicini si preparano a fornire assistenza concreta per il rimpatrio immediato.

Anche l’ambasciata americana in Israele ha autorizzato il rientro del personale non di emergenza e dei familiari, citando rischi per la sicurezza legati all’accumulo militare americano e alle minacce iraniane. La portaerei più grande del mondo, la USS Gerald R. Ford, è in rotta verso le coste israeliane, mentre l’ambasciatore Mike Huckabee ha inviato un messaggio interno che invita chi vuole partire a farlo immediatamente, “oggi stesso”. 

I colloqui indiretti mediati dall’Oman, considerati l’ultimo tentativo per evitare lo scontro, si sono conclusi senza intesa, con Teheran che accusa Washington di avanzare richieste eccessive. Paesi come Australia, India, Corea del Sud e Svezia hanno emesso avvertimenti analoghi per i propri cittadini. 

CCTV, televisione di stato cinese ricorda ai cittadini cinesi in Iran di lasciare il Paese il prima possibile

Nei circuiti mediatici cinesi si discute apertamente della possibilità di una guerra imminente, un conflitto che potrebbe travolgere equilibri energetici globali, rotte commerciali vitali e alleanze consolidate, costringendo ogni potenza a ridistribuire risorse e priorità con conseguenze imprevedibili per l’intero sistema internazionale.

La CCTV, televisione di stato cinese, traccia un parallelo con l’attacco all’Iraq: “Sembra l’invasione americana dell’Iraq: mentre aumenta costantemente il dispiegamento di truppe, il governo degli Stati Uniti sta anche mobilitando l’opinione pubblica in preparazione di una futura azione militare. I commentatori internazionali sottolineano che la recente diffusione di numerose false accuse contro l’Iran da parte dell’amministrazione Trump presenta una sorprendente somiglianza con l’invasione americana dell’Iraq di oltre due decenni fa”.

Nel 2002 George W. Bush giustificò l’invasione dell’Iraq sostenendo che Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa e rappresentasse una minaccia imminente, arrivando a evocare il rischio di un attacco nucleare su suolo statunitense. In seguito si scoprì che quelle informazioni erano false, ma la campagna dell’amministrazione riuscì comunque a ottenere un ampio consenso pubblico alla guerra.

Trump afferma di voler impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare, ma non chiarisce se punti a un accordo diplomatico, a un cambio di regime o a un’azione militare limitata. Contemporaneamente Trump afferma di aver già “annientato” il programma nucleare iraniano con precedenti attacchi, ma allo stesso tempo ha ordinato il più grande rafforzamento militare statunitense in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq nel 2003

Nell’ultimo mese, il Pentagono ha posizionato due portaerei, decine di aerei da combattimento, bombardieri e navi cisterna per il rifornimento a distanza di attacco dall’Iran, ed è ora pronto a condurre una vasta campagna militare che potrebbe estendersi per settimane.

Nello stesso momento, l’amministrazione americana dichiara di voler negoziare con Teheran. “Siamo in trattative con loro. Vogliono raggiungere un accordo”, ha detto Trump, senza spiegare che tipo di accordo stia cercando con l’Iran. Secondo Trump, i leader iraniani non avrebbero ancora pronunciato “quelle paroline magiche: non avremo mai un’arma nucleare”. In realtà, Teheran ha ripetutamente fatto questa affermazione e insiste sul fatto che il suo vasto programma di arricchimento dell’uranio è esclusivamente per usi pacifici. Ad esempio in un post sui social media prima del discorso sullo stato dell’Unione di martedì sera, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha affermato che il suo paese “non svilupperà mai, in nessuna circostanza, un’arma nucleare”.

Ma il presidente americano ha dedicato solo tre minuti all’Iran durante il discorso durato un’ora e 47 minuti, il più lungo discorso sullo stato dell’Unione della storia. La conclusione è critica: Trump rischierebbe di trascinare gli Stati Uniti in una nuova guerra senza aver costruito una motivazione chiara o un consenso pubblico.

Le scenario dell’Asia Orientale

Mentre l’attenzione del mondo si concentra su questo teatro mediorientale, la Cina porta avanti parallelamente una profonda opera di riorganizzazione interna delle proprie forze armate.

Pochi giorni fa il Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo ha revocato lo status di delegati a nove alti ufficiali dell’esercito, riducendo la rappresentanza dell’esercito da 281 a 243 membri per la sessione plenaria in arrivo. Tali misure, adottate di norma solo quando sono in corso indagini formali, confermano che la “pulizia” ha raggiunto livelli molto profondi e tocca direttamente strutture operative di prima linea.

Tra i rimossi spicca Ding Laifu, comandante della 73ª Armata delle Forze Terrestri. Questa grande unità, inquadrata nel Comando del Teatro Orientale, è considerata uno dei pilastri di qualsiasi piano di operazione anfibia su larga scala verso Taiwan. Le sue brigate anfibie hanno intensificato negli ultimi anni esercitazioni congiunte con marina e aviazione, perfezionando procedure di sbarco rapido, supporto fuoco integrato e logistica sotto minaccia aerea. La rimozione improvvisa di un comandante con questa esperienza operativa rischia di creare discontinuità nella catena di comando proprio mentre il Teatro Orientale deve mantenere altissima la prontezza per scenari di crisi stretti nei tempi. 

Allo stesso modo è stato estromesso Yang Guang, alla guida della Base 64 delle Forze Missilistiche. Questa struttura, responsabile di missili balistici intercontinentali a capacità nucleare e convenzionale, ha quasi raddoppiato le sue dimensioni dal 2017. Coordina sette brigate, tra cui almeno quattro mobili su strada per ICBM nucleari e una mista a raggio intermedio. Una transizione di vertice in questo momento può generare incertezze nel coordinamento tra piattaforme di lancio, sistemi di comando e controllo e unità di ricognizione, riducendo temporaneamente la fluidità delle risposte integrate.

Non meno rilevante è la conferma della rimozione di Li Qiaoming, comandante generale delle Forze Terrestri, assente da tempo dalla scena pubblica. La purga ha inoltre colpito commissari politici di alto livello: Bian Ruifeng del dipartimento lavoro politico della Commissione Militare Centrale, Wang Donghai del dipartimento mobilitazione difesa nazionale, e Li Wei, commissario della Forza di Supporto Informativo creata solo due anni fa per garantire superiorità nel dominio C4ISR (command, control, communications, computers, intelligence, surveillance, reconnaissance). 

Il quadro completa la recente indagine di Zhang Youxia, il generale più anziano del paese, accusato di aver minato l’autorità centrale. Oggi, come abbiamo scritto più volte, la Commissione Militare Centrale resta ora con un solo membro oltre al presidente.

Proprio mentre Pechino gestisce queste transizioni interne, Manila ha accolto ulteriori consegne di sistemi missilistici statunitensi avanzati nelle province settentrionali dell’arcipelago delle Filippine, quelle che geograficamente guardano verso Taiwan. 

Il sistema Typhon, con missili SM-6 a medio raggio e lanciatori terrestri mobili, è difficile da localizzare e rappresenta un moltiplicatore di minaccia per le basi costiere cinesi meridionali. Washington lo presenta come strumento puramente difensivo per complicare qualsiasi offensiva locale e per rafforzare il controllo sulla Prima Catena di Isole, impedendo un eventuale breakout cinese verso l’oceano aperto. 

Pechino ha reagito: dal 23 al 26 febbraio le unità navali del Comando del Teatro Meridionale hanno condotto pattugliamenti di routine nel Mar Cinese Meridionale, ribadendo che difenderanno con determinazione la sovranità territoriale e gli interessi marittimi contro quelle che definiscono “attività illegali, coercitive, aggressive e ingannevoli” di Manila, incluse le esercitazioni congiunte con paesi extra-regionali. Le autorità cinesi sottolineano che tali azioni esterne rischiano di destabilizzare una regione che rappresenta quasi un quarto del commercio marittimo mondiale e il 45 % dei flussi petroliferi globali.

Il dispiegamento filippino-americano, pur limitato in termini di spesa rispetto al bilancio complessivo USA, si inserisce in una logica più ampia di rafforzamento dei legami bilaterali e di creazione di “hub di munizionamento” avanzati. Manila, pur mantenendo un bilancio difesa appena sopra l’1 % del PIL e cercando di preservare rapporti economici con Pechino, si trova di fatto spinta verso un allineamento più stretto. 

Questo crea un dilemma per Pechino: rispondere con maggiore presenza navale e aerea rischia di essere letto come aggressione, mentre una postura troppo cauta potrebbe essere interpretata come debolezza, soprattutto in un momento in cui la riorganizzazione interna richiede di dimostrare coesione.

Parallelamente, la tensione cresce anche con il Giappone. Il ministro della Difesa Shinjiro Koizumi ha confermato che entro marzo 2031 l’isola di Yonaguni, distante 110 chilometri da Taiwan, ospiterà un’unità missilistica superficie-aria di medio raggio. Il sistema giapponese, con capacità di tracciamento simultaneo di 100 bersagli e ingaggio di 12, offrirà copertura a 360 gradi e raggio utile di circa 50 chilometri. Già nel 2026 sarà operativa una unità di guerra elettronica capace di disturbare comunicazioni e radar nemici. 

Nonostante le ritorsioni di Pechino di questi ultimi giorni sulle aziende Giapponesi la decisione di trasformare Yonaguni da avamposto di sorveglianza costiera in base missilistica integrata segnala un cambio di paradigma: il Giappone non considera più le proprie isole remote come zone periferiche, bensì come prima linea di difesa.

L’insieme di questi sviluppi disegna uno scenario globale di tensione multi-teatro. La crisi iraniana rischia di assorbire risorse americane proprio mentre in Asia-Pacifico si consolidano alleanze e dispiegamenti che mettono sotto pressione la postura cinese. Le tensioni interne nell’esercito cinese creano nuna finestra di potenziale vulnerabilità operativa che potrebbe influenzare calcoli di deterrenza su Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale. 

La storia insegna che i periodi di riorganizzazione interna coincidono spesso con momenti di massimo rischio esterno: la Cina sembra esserne consapevole, ma il margine di errore si è ridotto drasticamente.

abbonarsi a Dazibao https://dazibao.substack.com/ sostiene l’informazione su cina e dintorni e permette di avere informazioni riservate agli abbonati.


Scopri di più da Brescia Anticapitalista

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.