Ieri, cinque sindacati francesi (CFDT, CGT, UNSA, Solidaires, FSU) hanno diffuso una loro dichiarazione congiunta di solidarietà con le manifestazioni in corso in Iran. La riproduciamo qui sotto. 

Solidarietà con i popoli dell’Iran 
in lotta per la giustizia sociale, 
l’uguaglianza e la libertà 

Ancora una volta, la Repubblica Islamica dell’Iran ha represso nel sangue la massiccia rivolta popolare scoppiata il 28 dicembre 2025.  

A partire dall’8 gennaio e per oltre dieci giorni, il regime ha imposto un blocco quasi totale delle comunicazioni e di Internet per condurre una delle repressioni più violente della sua storia. 

Da Teheran alle città delle province di Lorestan e Ilam, dove vivono in particolare le minoranze curda e lor, i Guardiani della Rivoluzione e le milizie del regime hanno massacrato i manifestanti con armi pesanti. I feriti sono stati uccisi negli ospedali, altri sono stati rapiti e trasferiti in centri di detenzione. Nonostante il blackout, sono circolati dei video che mostrano famiglie che cercano di identificare i propri cari in obitori improvvisati traboccanti di sacchi per cadaveri.  

I corpi vengono talvolta restituiti in cambio di confessioni estorte, cauzioni esorbitanti e sotto minaccia. Sono state scavate in fretta fosse comuni per nascondere la portata del massacro.  Molte famiglie non hanno ancora notizie dei loro cari scomparsi. 

Secondo Mai Sato, relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’Iran, il bilancio sarebbe di «decine di migliaia di vittime». L’organizzazione Human Rights Activists News Agency (HRANA) ha registrato almeno 41.283 arresti, mentre alcune fonti parlano di oltre 100.000 persone arrestate.  

L’assenza di una commissione d’inchiesta indipendente impedisce qualsiasi valutazione precisa. Il capo del potere giudiziario iraniano ha annunciato una giustizia sommaria, minacciando i detenuti con la pena capitale. Tutti i detenuti subiscono maltrattamenti e torture. 

Eppure, le mobilitazioni continuano. Le cerimonie funebri si trasformano in atti di protesta. In molte università gli studenti boicottano gli esami e chiedono il rilascio dei loro compagni in prigione. I lavoratori dell’industria metallurgica e petrolchimica hanno pubblicato comunicati di solidarietà con le famiglie in lutto e denunciato la violenza del potere.  

Da parte sua, il Consiglio di coordinamento dei sindacati degli insegnanti iraniani ha chiesto la chiusura delle scuole mercoledì 18 febbraio, in memoria degli studenti uccisi dal potere e in segno di solidarietà con i loro cari. 

Nonostante il dolore, la rabbia è profonda e le braci della protesta ardono incandescenti. L’iperinflazione è peggiorata ulteriormente da dicembre e la dittatura ha nuovamente rivelato il suo vero volto. Dal 2017, l’Iran ha vissuto cinque grandi rivolte, a testimonianza del massiccio rifiuto di un regime al potere da 47 anni. Di fronte a crisi multiple e profonde, il potere resiste solo grazie al terrore. 

In questo contesto, Donald Trump ha deciso di schierare un’armata nel Golfo Persico, brandendo la minaccia di un intervento militare per ottenere concessioni nell’ambito di nuovi negoziati. Una posizione guidata da interessi economici e geopolitici, senza alcuna considerazione per le aspirazioni sociali e democratiche della popolazione.  

Allo stesso tempo, la diaspora iraniana è teatro di un’offensiva monarchica, ampiamente riportata dai media mainstream, incentrata su Reza Pahlavi e sul suo “Iran Prosperity Project”, che si presenta come un’alternativa alla Repubblica islamica.  Questo programma autoritario e ultraliberista è in totale contraddizione con le rivendicazioni sociali e democratiche avanzate dai giovani, dalle donne, dai lavoratori e dalle minoranze nazionali, che non vogliono né la Repubblica islamica né un ritorno al passato. Lottano per la giustizia sociale, l’uguaglianza, la libertà e il diritto all’autodeterminazione. 

Le nostre organizzazioni sindacali respingono qualsiasi intervento militare esterno che non farebbe altro che aumentare la distruzione, la sofferenza e le perdite di vite umane. L’emancipazione dei popoli dell’Iran può venire solo dall’interno del paese. Rifiutiamo che le speranze e le lotte dei popoli dell’Iran siano strumentalizzate e sacrificate in nome della realpolitik. 

Ci impegniamo al fianco degli attivisti della diaspora che cercano di dare voce a coloro che lottano in Iran per porre fine alla Repubblica Islamica dell’Iran, per la giustizia sociale, l’uguaglianza e la libertà. 

Chiediamo: 

  • La fine immediata della repressione; 
  • Il rilascio di tutte le persone detenute per aver esercitato i propri diritti fondamentali; 
  • La cessazione immediata delle esecuzioni e l’abolizione della pena di morte;
  • La libertà di organizzazione e di manifestazione; 
  • L’introduzione di sanzioni internazionali contro i leader iraniani e le loro famiglie; 
  • La revoca delle sanzioni economiche e politiche contro la popolazione.

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