di Fabrizio Burattini
La “riforma costituzionale”, approvata ad ottobre dal parlamento e che sarà sottoposta a referendum confermativo tra un mese, nel week end del 22 e 23 marzo, costituisce un tassello importante nell’operazione messa in piedi dalla destra per disfarsi della Costituzione del 1948.
Già il metodo impositivo usato dal governo nel gestire la discussione alla camera e al senato è illuminante. Peraltro lo stesso disegno di legge presentato alla camera nel giugno 2024 è di emanazione governativa e, dunque, segnato dalla volontà della maggioranza parlamentare di destra di imporlo. Infatti, nei ben quattro passaggi (due alla camera “bassa” e due a quella “alta”) previsti dalla costituzione il progetto è stato approvato senza alcuna modifica, respingendo, a colpi di maggioranza, ogni pur minima proposta di emendamento, tanto che il testo definitivo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale è la copia fotostatica della proposta iniziale.
I due rami del parlamento (e questo descrive bene la qualità politica, e perfino morale, di quelle centinaia di donne e di uomini profumatamente pagati da tutti noi) si sono pronunciati sulla riforma con una disciplina pedissequa quasi che si trattasse di confermare un decreto legge, imponendo il contingentamento dei tempi di discussione e tutta una serie di strumenti anti-ostruzionistici.
La revisione costituzionale, secondo la sostanza dell’ordinamento adottato dopo il fascismo, spetta al parlamento e non al governo, richiede discussione, confronto, riflessione, studio degli emendamenti, perché quel che si sta approvando non è una norma dalla durata effimera, ma un testo che deve reggere al tempo e che deve comunque gestire la vita della società.
E’ accaduto esattamente il contrario.
E’ utile qui una riflessione. Le due camere, per ben due volte ciascuna, si sono graniticamente limitate ad aderire al testo governativo, dopo giorni e giorni di oziosa discussione, dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto ormai il “potere” legislativo (perfino su temi delicatissimi e determinanti, come il testo della “carta fondamentale”) sia totalmente nella mani del governo.
Dunque due camere (peraltro molto costose, nonostante l’idiota riduzione del numero dei parlamentari approvata nel 2020) che servono solo a presentare una finzione di “separazione dei poteri”.
Lo spostamento del potere legislativo nelle mani del governo, d’altra parte, non è iniziato con i governi di destra. Già quelli di centrosinistra, da decenni, sui temi principali (ad esempio sulle leggi di bilancio) avevano iniziato ad abusare della “decretazione d’urgenza” (art. 77 della Costituzione) o dell’imposizione della “questione di fiducia” (art. 94). La prassi che usano Giorgia Meloni e la sua coalizione è certamente più sistematica, ma non si differenzia qualitativamente da quella dei precedenti governi di altro colore.
Ma, soprattutto, occorre rilevare che ormai le norme previste dall’art. 138 sulla modifica della costituzione stessa (le quattro letture, la maggioranza assoluta dei favorevoli, la necessità del referendum confermativo, ecc.) sono state radicalmente stravolte dalle riforme elettorali che si sono succedute in questi ultimi anni e che, ad esempio, hanno consentito alla coalizione di destra guidata dai postfascisti di Fratelli d’Italia di disporre nei due rami del parlamento di un comodo 60% dei seggi pur avendo raccolto nelle elezioni poco più di 12 milioni di voti su un corpo elettorale di oltre 46 milioni di elettori, e comunque corrispondenti al solo 43% dei voti espressi. E anche quelle riforme elettorali antidemocratiche e ultramaggioritarie adottate negli scorsi anni sono state spesso frutto di scelte dementi e autolesioniste di governi a guida PD.
Tornando alla riforma della giustizia, la maggioranza dei deputati e dei senatori, senza porsi alcun problema e senza prendere in esame alcun emendamento, ha deciso di adottare una nuova disciplina della magistratura profondamente diversa, per certi versi opposta a quella adottata dall’Assemblea costituente nel 1948, capovolgendo uno degli assi fondamentali dell’assetto istituzionale che vollero i costituenti, che, forti della tragica esperienza del fascismo, scelsero la separazione e l’equilibrio tra i poteri fondamentali dello stato repubblicano.
Sulla scia dell’esempio di Trump o di Orbàn, l’idea è quella di dare forma ad un assetto il più possibile “verticale” delle istituzioni e dei processi decisionali, avvilendo ogni aspetto della separazione dei poteri, dei reciproci meccanismi di controllo, demagogicamente considerati residui obsoleti di un’epoca ormai conclusa.
Non a caso, gran parte della classe dominante vede con favore l’azione del governo della destra. Al massimo ne teme la brutalità, che potrebbe suscitare reazioni sociali e politiche al momento non prevedibili in un corpo sociale atrofizzato da decenni di pace sociale e di “concertazione”, sponsorizzate dalla pratica degli apparati sindacali. Ma, se qualcuno osasse ribellarsi, nessuna paura, sono stati adottati numerosi “pacchetti sicurezza” e lo “scudo penale” a difesa delle “forze dell’ordine”.
Poco importa che il nuovo assetto non risolva veramente nessuno degli indubbi problemi che gravano sul funzionamento della giustizia. L’importante è disporre di strumenti che permettano di subordinare al governo la magistratura inquirente, dalla quale partono i procedimenti giudiziari. L’obiettivo è quello di avere procure che assecondino l’azione del governo (come ha candidamente detto il ministro della Giustizia Carlo Nordio, “anche di un eventuale governo di diverso colore da quello attuale”) e come ha confermato Giorgia Meloni, denunciando gli intralci che “alcuni giudici frappongono alle iniziative del potere politico”.
La grottesca norma che impone che i due CSM siano composti con un sorteggio evidenzia anche a chi non voglia vederla l’idea che costoro hanno della democrazia. Il meccanismo elettorale, finora universalmente adottato per ogni organismo che si voglia definire “democratico”, dalle assemblee di condominio fino al parlamento europeo, viene dileggiato e descritto come “mafioso”, frutto di “perversi meccanismi correntizi”. L’importante è che si rispetti il capo, o la capa, in questa occasione. Tutto il resto viene di conseguenza, occorre adeguarsi.
Il metodo volgarmente demagogico che la premier e il suo governo hanno adottato da tempo è anche quello che viene usato nella odierna campagna referendaria. Al di là del merito stesso della separazione tra procuratori inquirenti e giudici, della moltiplicazione dei CSM, del progetto di subordinazione, dopo del parlamento, anche della magistratura, il governo puntava, visti i sondaggi fino a qualche settimana fa, ad un’operazione plebiscitaria, per una rilegittimazione politica della maggioranza di destra, anche in vista delle elezioni politiche del 2027 e della successiva elezione di un nuovo (o di una nuova) presidente della Repubblica.
Ora, i sondaggi sembrano mostrare trend diversi. Il presidente Mattarella ha richiamato a toni “più rispettosi” e “più pacati”. Ipocritamente gli esponenti del centrodestra, compreso Nordio, hanno applaudito alle raccomandazioni del presidente, ma le prossime settimane di campagna elettorale non mancheranno di riaccendere gli animi.
E riprenderà la campagna demagogica della premier e dei suoi accoliti. Come nella favola di Esopo dello scopione sulla rana: è la loro natura. Ci dispiace per la rana, ma speriamo che affondi.
da: https://andream94.wordpress.com/2026/02/19/verso-il-referendum-costituzionale-del-22-e-23-marzo/
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