Della gravità della situazione che Cuba sta vivendo in questi giorni abbiamo già parlato. Riproduciamo qua sotto l’articolo che Leonardo Padura ha scritto sul quotidiano spagnolo El País qualche giorno fa. Padura è forse il miglior scrittore cubano contemporaneo, autore della serie poliziesca di Mario Conde e del romanzo classico “L’uomo che amava i cani” (sulla vita e l’assassinio di Lev Trotsky in Messico). Nonostante il suo atteggiamento critico verso il governo dell’Avana, continua a vivere nell’isola. Su El País cura una rubrica, nella quale non aveva finora mai affrontato la situazione cubana, ma domenica scorsa ha voluto testimoniare il clima quasi apocalittico che regna sull’isola, a causa della soffocante pressione esercitata da Donald Trump. (Redazione)
di Leonardo Padura, da El País
1. Un’amica mi scrive da Bruxelles, dicendomi che ogni mattina apre il giornale con il timore di trovare notizie ancora peggiori di quelle del giorno prima. Un’altra, da Parigi, osserva che sente il mondo non girare più in tondo, ma avanzare a sbalzi. Un’altra ancora, una connazionale, mi ha confidato la sua ansia, i suoi timori su ciò che potrebbe accadere. Prendo nota di queste percezioni della realtà perché risuonano con alcune delle mie e di quelle di molti altri in questi tempi turbolenti.
Credo che quasi nessuno dubiti che l’incertezza sia diventata una sensazione opprimente per molti abitanti del pianeta. Un vertiginoso deterioramento di tanti paradigmi, accordi di convivenza e certezze più o meno consolidate ha travolto contesti locali e universali con una forza centrifuga che offusca e rende imprecisi i punti di riferimento più accuratamente elaborati per cercare di creare un ordine mondiale libero da barbarie imperialiste e genocidi come quelli avvenuti durante le due guerre mondiali del XX secolo. Ma cosa potrebbe succedere domani, dopodomani, tra una settimana?
Quale sarà, per esempio, il destino della NATO e, peggio ancora, quello dell’Unione Europea come progetto? Rischiare una risposta sarebbe l’esercizio mentale più assurdo che potremmo intraprendere… non solo per i cittadini comuni, ma persino per gli statisti che devono prendere decisioni collettive. Il caos sta crescendo a un ritmo incontrollato.
E nessuno dubiterà, inoltre, che il protagonista, l’artefice e il regista di questo processo di incertezza globale, ora in crisi di crescita, sia il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che si è prefissato, come tutti sanno, di “rendere di nuovo grande l’America”. Solo che, per raggiungere il suo obiettivo – e mi perdoni se le ricordo ciò che già sa – ha attuato le più crudeli politiche di repressione contro gli immigrati clandestini, considerati terribili criminali, e giustifica persino l’omicidio di alcuni suoi cittadini; è lui che ha già iniziato a cercare di manipolare le elezioni di medio termine, perché sa che un risultato negativo potrebbe significare che sarà sottoposto a un processo di impeachment che, per giunta, si svolgerebbe in un clima di tensione sociale e politica (da lui stesso generato) che potrebbe avere conseguenze imprevedibili in un paese dove ci sono più armi da fuoco che persone; è lui il politico potente, compiaciuto di mostrare la sua arroganza con diverse minacce, che sta calpestando accordi storici, persino con i suoi alleati.
È anche l’autoproclamato pacificatore che, non avendo ricevuto il Premio Nobel per la Pace, afferma di non sentirsi più impegnato nella risoluzione dei conflitti armati; e, cosa ancora più importante, si rivela essere lo stesso funzionario pubblico che – secondo un editoriale del New York Times – nel primo anno del suo secondo mandato ha accumulato una fortuna personale e aziendale di una cifra che va oltre la mia comprensione, pari a 1.408.500.000 dollari. E per tutto il tempo continua a sbandierare la retorica di aver restituito alla sua nazione la grandezza perduta.
2. Come cubano che vive sull’isola, sento in questo momento, e credo con giustificata intensità, tutte le incertezze che crescono sia all’interno che all’esterno del paese. Cosa potrebbe succedere a Cuba domani, la prossima settimana? Soffocamento, agonia, collasso? La cosa più terribile è che potrebbe accadere il peggio (non importa cosa, l’importante è che sia il peggio), perché il peggio è una realtà nel paese. Come ha detto di recente un collega su queste pagine: anche gli incubi possono avere una certa intensità.
La politica di massima pressione applicata a Cuba dall’amministrazione statunitense, portata all’estremo con il decreto presidenziale che ha portato all’embargo sulle importazioni di petrolio, ha avuto effetti immediati su un paese che vive da anni una crisi. Il governo cubano ha dichiarato un altro tipo di “periodo speciale in tempo di pace”, simile a quello proclamato da Fidel Castro negli anni ’90, al momento del crollo dell’Unione Sovietica. E ora si verificherà una cascata ancora più grande di calamità che avevano già raggiunto livelli critici: i blackout si moltiplicheranno; la mancanza di trasporti pubblici diventerà più evidente; persino l’accesso al cibo, sempre più costoso, diventerà più precario, tra gli altri effetti previsti.
Ma bisogna tenere presente che la Cuba del 1991 non è la Cuba del 2026: la Cuba di oggi soffre di una mancanza di fiducia alimentata da anni di carenze, stagnazione politica e progetti di strategia economica così mal concepiti o timidi da non essere riusciti ad alleviare le dure condizioni di vita di una popolazione sempre più impoverita, costretta a ricorrere a un’ampia gamma di strategie di sopravvivenza.
L’obiettivo esplicito dell’amministrazione Trump è quello di stringere il cappio al collo della nazione fino al soffocamento, provocando manifestazioni popolari che, come nei pochi altri casi verificatisi, verrebbero represse dal governo, poiché “l’ordine di combattere è già stato dato”. Cosa accadrà allora? È possibile esercitare ulteriori pressioni sul governo cubano? E si può ipotizzare (ripeto, ipotizzare in mezzo a tanta incertezza locale e globale): ci sarà allora un cosiddetto intervento militare umanitario per ristabilire l’ordine e attuare il cambiamento del sistema politico perseguito per oltre 60 anni?
Un’operazione come quella in Venezuela verrebbe sperimentata a Cuba, o verrebbe applicata la politica della terra bruciata usata a Gaza? A chi verrebbero poi consegnate le redini di un paese a cui non è stato permesso di promuovere nemmeno un’opposizione moderatamente organizzata? Si cercherà finalmente un patto con l’attuale governo, o si creerà un vuoto di potere, potenzialmente portatore di sconvolgimenti sociali di violenza e illegalità come quelli subiti dalla vicina Haiti (un paese, tra l’altro, di cui a nessuno sembra importare nulla)?
Per ristabilire l’ordine, l’attuale governo verrà affidato alle stesse persone, o verrà importato un governatore americano, come Leonard Wood e Charles Magoon dagli interventi militari del 1898 e del 1906? E poi?… Ma soprattutto – per evitare di correre troppo con ulteriori speculazioni che potrebbero essere del tutto infondate e di natura diversa – cosa succede ora? E nel frattempo?
Ora tocca ai miei concittadini residenti sull’isola subire le carenze più dolorose, che si aggiungono a quelle già esistenti. Inoltre, molti di noi ritengono che la prima soluzione politica necessaria non sia semplicemente un “piano di emergenza” per cercare di alleviare la situazione, ma piuttosto l’introduzione di profondi cambiamenti nelle strutture di un paese devastato da diverse crisi. Dobbiamo dare vita a una riforma coerente ed efficace, la cui attuazione è stata ritardata da una politica di applicazione di cerotti laddove sarebbe necessario un intervento chirurgico radicale.
Ma, nel frattempo, ci svegliamo ogni giorno con la tremenda sensazione che il tunnel oscuro che la società cubana ha attraversato non abbia più luce alla fine, perché, quel che è peggio, non sappiamo se il tunnel esiste ancora o se questo è il destino che è toccato a un paese da cui tante persone se ne vanno, tante persone vorrebbero andarsene se avessero un posto dove andare, e che assomiglia sempre di più a quel distopico “paese delle ultime cose” che Paul Auster ha dipinto nel suo romanzo, perché tra le ultime cose perdute, per molti sono svanite anche le speranze e si teme che accada il peggio, qualunque esso sia.
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