Merz certifica la frattura, Rubio cambia i toni ma non la sostanza, Kallas difende i valori europei. La Conferenza di Monaco sancisce la fine degli automatismi nel legame transatlantico.

Di Alessia De Luca da ISPI on line

La Conferenza di Monaco si chiude con una constatazione che, fino a pochi anni, fa sarebbe sembrata inconcepibile e che oggi, invece, appare semplicemente realistica: l’alleanza transatlantica, per come l’abbiamo conosciuta dal 1945 in poi, di fatto non esiste più. Non è stata formalmente sciolta, non c’è stato un annuncio di rottura, non sono stati ritirati trattati. Ma il presupposto su cui si reggeva – la convergenza di interessi, valori e visione dell’ordine internazionale – è venuto meno. Il vertice bavarese non ha certificato una crisi improvvisa, ma ha preso atto di una trasformazione già in corso. E alla luce dei discorsi di Friedrich Merz, Marco Rubio e Kaja Kallas si è visto con chiarezza che non si tratta più di aggiustare le relazioni Usa-Ue, ma di ridefinirle su basi diverse. Nei loro commenti pubblici e nelle conversazioni private, i numerosi rappresentanti democratici presenti quest’anno al vertice, dal governatore della California Gavin Newsom alla deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez, hanno cercato di rassicurare le controparti europee che Donald Trump è “temporaneo”, mentre le relazioni transatlantiche non lo sono. E anche il principale rappresentante dell’attuale amministrazione, il Segretario di Stato Rubio, ha pronunciato un discorso volto a rassicurare l’Europa con toni più soft e meno sprezzanti di quelli usati un anno fa da JD Vance. Tuttavia, le rassicurazioni non sembrano essere bastate. Allarmati dalle minacce di Trump contro la Groenlandia, e forse incoraggiati dai successi della teoria del ‘TACO’, i 27 hanno parlato senza mezzi termini di integrazione della difesa europea e della necessità di un ombrello nucleare al di fuori del controllo di Washington. Ma, soprattutto, Monaco ha certificato che l’era degli automatismi è alle spalle e che, d’ora in avanti, il legame transatlantico sarà il risultato di scelte politiche consapevoli, non di inerzie.

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Il divario è ideologico?

Merz è stato il più esplicito. Il cancelliere tedesco ha detto che l’ordine che abbiamo conosciuto non esiste più e ha usato parole forti per criticare l’attuale presidente americano pur insistendo sulla necessità che Unione Europea e Stati Uniti continuino a collaborare. Merz ha però mostrato che la frattura che separa Bruxelles e Washington non è solo geopolitica, ma valoriale. “Lasciatemi iniziare con la scomoda verità: tra l’Europa e gli Usa si è aperto un divario. Il vicepresidente JD Vance aveva ragione – ha detto –  La lotta culturale del movimento Maga non è la nostra. La libertà di parola da noi finisce quando si rivolge contro la dignità umana e la Costituzione”. Secondo il cancelliere “un’Europa sovrana è la nostra migliore risposta alla nuova era. Unire e rafforzare l’Europa è il nostro compito più importante oggi”. Tuttavia, nell’era della rivalità tra grandi potenze “nemmeno gli Stati Uniti saranno abbastanza potenti da poter agire da soli. Le autocrazie possono avere seguaci; le democrazie hanno partner e alleati”, ha concluso. Un discorso accorato, non privo di allarmi, in cui ha messo in guardia da un mondo dominato dalle superpotenze: “La nostra libertà non è più semplicemente scontata, è minacciata. Chiunque voglia difendere la libertà deve essere disposto ad accogliere il cambiamento e anche a fare sacrifici”.

Alleati sì, ma alle condizioni di Washington?

Il discorso più atteso, però, è stato senza dubbio quello di Rubio, portatore di un messaggio di appeasement in una fase di forti tensioni con l’Europa. Ma anche se il Segretario di Stato americano ha usato toni rassicuranti, la sostanza non cambia. Il capo della diplomazia americana ha parlato di legami storici, di radici comuni, di destino condiviso. Ma non ha parlato di Unione Europea come attore politico. Non ha riaffermato la centralità dell’architettura multilaterale, né ribadito la Nato come pilastro indiscutibile. “Il messaggio è chiaro – scrive Politico –  unirsi alla campagna di Trump per rimodellare il mondo a beneficio di Washington, oppure farsi da parte”. Nonostante la presidente della Commissione Ursula von der Leyen si sia detta “sollevata”, per molti, il messaggio della Casa Bianca si è rivelato deludente: nonostante la promessa di Rubio di un “destino comune” con gli alleati transatlantici, il concetto di fondo era lo stesso: non vogliamo alleati deboli, non difendiamo il vecchio ordine basato su regole. In questo schema, l’Europa non è più un partner strategico necessario. È un alleato utile, a condizione che si adegui alle priorità americane. La differenza è sostanziale.

Unità transatlantica, non subalternità?

Lo scorso anno, i corridoi della conferenza di Monaco erano pieni di diplomatici europei dal volto terreo, sconcertati dalle dure critiche di Vance alle democrazie del continente. Questo fine settimana, nella città bavarese, si è assistito almeno a un’apparente ripresa. La replica europea, affidata soprattutto a Kaja Kallas, è stata netta. L’Alta rappresentante ha respinto l’idea, rilanciata in ambienti vicini all’amministrazione americana, di un’Europa in declino, incapace di difendere libertà e identità. Ha ricordato che l’Unione resta un progetto politico attraente e ha ribadito il ‘sì’ all’unità transatlantica, ma non a qualunque prezzo. “È importante ricordare che America ed Europa sono intrecciate, lo sono state in passato e lo saranno in futuro”, ha detto. Subito dopo, però, ha aggiunto che è altrettanto chiaro come le due sponde dell’Atlantico non la pensino allo stesso modo su una serie di questioni e che questa divergenza non sia destinata a scomparire. E sulla retorica americana circa la libertà di espressione si è concessa anche una stoccata: “Venire da un Paese che è al secondo posto nell’indice della libertà di stampa e ricevere critiche da un Paese che è al cinquantottesimo è interessante”. Il linguaggio resta diplomatico, ma la sostanza è cambiata. Monaco non ha sancito una rottura, ma la fine dell’interdipendenza come presupposto naturale del rapporto tra le due sponde dell’Atlantico. D’ora in avanti, ogni convergenza sarà selettiva e dovrà essere costruita senza più dare nulla per scontato.

Da: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/monaco-leuropa-e-la-fine-degli-automatismi-230529


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