Proprio l’altro ieri, giovedì 12 febbraio, il governo argentino di estrema destra di Javier Milei ha ottenuto un’altra vittoria parlamentare, quando il senato ha approvato in via preliminare il disegno di “riforma del lavoro”, tra acute proteste di piazza, che hanno provocato molti feriti e circa 30 arresti. Con 42 voti favorevoli e 30 contrari, i senatori hanno approvato un’iniziativa che smantella le leggi sul lavoro in vigore dal 1974. L’obiettivo dichiarato del governo è quello di “porre un argine alle numerosissime vertenze sindacali e al lavoro nero informale (che, secondo l’istituto di statistica nazionale ha raggiunto la percentuale record del 43%)”. Lo strumento per limitare questi fenomeni intrinseci all’economia neoliberale è sostanzialmente quello di legittimare il lavoro nero, peggiorando drasticamente le condizioni di lavoro dei lavoratori argentini. Dopo aver ricevuto l’approvazione del Senato, la riforma del lavoro passa ora alla Camera dei Deputati per l’approvazione definitiva. Pubblichiamo qui sotto la cronaca della giornata di lotta che ha preceduto l’approvazione, tratta dal sito “Lavaca” (Redazione).
di Lucas Pedulla e Francisco Pandolfi, da lavaca.org
Mentre al Senato si tenevano discorsi a favore e contro la riforma del lavoro, prima del voto a favore del disegno di legge, le strade intorno al parlamento si sono trasformate ancora una volta in un campo di battaglia per iniziativa delle forze di sicurezza. Ci sono stati almeno 31 arresti (anche se alcuni sono stati rapidamente rilasciati) e la Commissione Provinciale per la Memoria ha contato 562 persone ferite e colpite, sebbene stimi che il numero totale di coloro aggrediti con percosse, inseguimenti e gas lacrimogeni particolarmente dannosi abbia raggiunto le migliaia.
Il governo ha orchestrato questo spettacolo repressivo, che è continuato fino a notte fonda con una caccia all’uomo che ha comportato aggressioni, pestaggi e arresti di persone che non erano in strada, ma nella piazza stessa: il protocollo è semplicemente un esercizio di violenza istituzionale. Gli individui mascherati che hanno fabbricato e lanciato molotov in totale impunità, a pochi metri dalla polizia, non sono mai stati inseguiti né, ovviamente, catturati. Ecco le azioni che hanno preceduto la marcia, le organizzazioni che sono scomparse a velocità vertiginosa e le voci di coloro che ancora credono che questa situazione attuale non sia l’unica possibile.
Riforma del lavoro: “Ciò che si perde nella lotta alla fine si vince”
Tra le tante bandiere colorate di partiti politici e sindacati, alcune spiccavano in questo 11 febbraio 2026, giorno in cui i senatori si preparavano a votare una riforma del lavoro che annullava le conquiste storiche del movimento operaio. Si potevano vedere lungo Avenida de Mayo, Hipólito Yrigoyen, Avenida 9 de Julio, ovunque: “Oscar Smith, presente”. Smith era un peronista, un operaio, un dirigente del sindacato Luz y Fuerza e anche – cosa che oggi è considerata un ossimoro – un sindacalista militante. Per una di quelle coincidenze in un paese dove nulla è lasciato al caso, ci fu un altro 11 febbraio, questa volta nel 1977, quando Smith fu rapito da uno squadrone della morte della dittatura militare. Oscar Smith è scomparso da 49 anni.
Américo Rico cammina tra quei cartelli in una Plaza Congreso che un tempo era zona di guerra. Cammina lentamente, tra le macerie, tra il cibo sparso sull’asfalto, tra i proiettili di una nuova brutale repressione governativa contro una protesta sociale, questa volta di massa, contro la riforma che degrada il lavoro – e con esso il paese – per cui Smith ha combattuto.
Américo, membro in pensione di quello storico sindacato, cammina con un cartello con il volto del suo compagno, in un momento in cui, secondo la Commissione Provinciale della Memoria, almeno 31 persone sono state arrestate e più di 1.000 ferite, e in cui alcuni soffrono di attacchi di panico per il rumore dei proiettili di gomma provenienti dal viale 9 de Julio. Ma quest’uomo di 79 anni si guarda intorno e ricorda ciò che Smith diceva sempre – “sempre”, sottolinea – ai suoi compagni di lavoro: “Ciò che si perde combattendo, prima o poi, finisce per trasformarsi in una vittoria”. In mezzo alle macerie, Américo sorride e abbraccia i giornalisti, un abbraccio così necessario per andare avanti.
Perché se questa sincronicità di anniversario ci porta qualcosa, è pensare a cosa significhi quell’assenza – il combattivo, la lotta, il rivoluzionario – trasformata in una sparizione forzata.
Catene, oscurità e luce
La giornata è iniziata con un’azione organizzata da Periodistas Argentinas e dal Sindicato de Prensa de Buenos Aires (SIPreBA), il sindacato della stampa di Buenos Aires. I membri di entrambe le organizzazioni si sono presentati davanti al parlamento, incatenati, imbavagliati e con indosso maschere bianche sulla nuca con la scritta “alcahuete” (magnaccia). Nancy Pazos, presidente delle Periodistas Argentinas, ha dichiarato: “Non ci metteremo il bavaglio né ci incateneremo. Bisogna dirlo: questo governo vuole giornaliste così”, ha detto, mostrando la parola alcahuete scritta sulla mascherina bianca. Ha aggiunto: “Qui non stiamo lottando per la professione. Non per il nostro ruolo professionale. Ma stiamo lottando per la democrazia. Il giornalismo è il faro della democrazia, la luce della democrazia. Ciò che fa il giornalismo è informare i cittadini su ciò che chi detiene il potere, chiunque esso sia, chiaramente non vuole che si sappia. Chi detiene il potere ha sempre qualcosa da nascondere. Questo è il giornalismo: proprio la capacità di indagare e far luce dove chi detiene il potere vuole l’oscurità”.
Carla Gaudensi, segretaria generale della Federación Argentina de Trabajadores de Prensa (FATPREN) e “segretaria di genere” della CGT (Confederación General del Trabajo, il principale sindacato del paese), ha dichiarato: “Questa azione è legata al sostegno di oltre 3.000 giornalisti che hanno tenuto una conferenza stampa davanti al Senato. La proposta di abrogazione dello Statuto dei Giornalisti è un attacco alla libertà di espressione e colpisce anche il diritto all’informazione. Ciò a cui stiamo assistendo nella società odierna è che le persone non sono consapevoli di ciò di cui stiamo discutendo, come questa riforma del lavoro che colpisce coloro che vivono del proprio lavoro”.
Agustín Lecchi, segretario generale di SIPreBA: “Uno dei nostri maggiori problemi è che hanno eroso la nostra base sociale, frammentandola. Invece di avere una comunità organizzata, abbiamo una comunità deliberatamente disorganizzata da chi detiene il potere, ed è questo che ci pone oggi in una situazione così diseguale. Hanno anche tutte le corporazioni alle spalle, i principali media che li proteggono con la loro copertura mediatica. Ma stiamo reagendo, e non è un’impresa da poco. È il nostro caso, ma è anche il caso dei pensionati ogni mercoledì, o di vittorie come la sconfitta dell’eliminazione dei finanziamenti universitari e per l’invalidità. Ecco perché sono ottimista. Perché sappiamo che c’è un percorso di costruzione politica, di lotta sindacale e anche di azione nelle piazze”.
CGT: la velocità del gas
La Confederazione Generale del Lavoro (CGT) aveva indetto una manifestazione alle 15:00. A quell’ora, la piazza era gremita. Le colonne di sindacalisti rendevano difficoltoso il passaggio lungo Avenida Yrigoyen, con i sindacati che arrivavano da vie laterali come Solís e Virrey Cevallos. Anche i sindacati degli altri due sindacati, entrambi denominati CTA (Central de Trabajadores de la Argentina Autónoma-CTA-A e Central de Trabajadores de la Argentina de los Trabajadores-CTA-T) sono entrati da Avenida de Mayo; a differenza della CGT, avevano indetto uno sciopero con corteo.
Dall’altro lato, lungo Avenida Rivadavia, le colonne di sinistra, comprese quelle di La Cámpora, avevano preso posizione. Tuttavia, alle 15:44, hanno cominciata a risuonare i primi proiettili di gomma e è iniziato il fuggi-fuggi. Cinque minuti dopo, la piazza era mezza vuota e i sindacati affiliati alla CGT e a La Cámpora – peronisti, come Smith – si sono ritirati dalla piazza con la stessa rapidità con cui i gas lacrimogeni si disperdevano nell’aria. Solo la sinistra rimaneva da una parte e l’UTEP (Unión de Trabajadores y Trabajadoras de la Economía Popular) dall’altra, mentre alcuni sindacati e movimenti attendevano al centro della piazza, diretti verso Avenida de Mayo. C’era rabbia e c’erano anche degli infiltrati: giovani vestiti di nero, con il volto coperto, che aperti gli zaini, hanno iniziato a lanciare pietre prima di andarsene.
Altri, mascherati e dietro barricate improvvisate, lanciavano molotov, ma, come vuole la tradizione argentina, non venivano mai catturati dalla feroce polizia, che riusciva solo a spruzzarli con minuscoli getti d’acqua dagli idranti, simili all’urina di una statua. E non li colpivano nemmeno.
Il Centro Provinciale per la Memoria, un associazione contro la repressione e la tortura, ha riferito nel suo comunicato intitolato “Brutale repressione della protesta contro la riforma del lavoro”:
Almeno 31 persone sono state arrestate arbitrariamente; migliaia sono state colpite da gas lacrimogeni e spray al peperoncino, tra cui membri della CPM (Commissione Provinciale per la Memoria) e del Comitato Nazionale per la Prevenzione della Tortura, come il suo presidente, Juan Manuel Irrazabal. Molti altri sono rimasti feriti da proiettili di gomma e circa 562 persone hanno ricevuto assistenza medica dalle équipe sanitarie dei partiti di sinistra, del CEPA (Cuerpo de Evacuación y Primeros Auxilios y Asistencia humanitaria) e della CPM. Circa 70 manifestanti sono stati arrestati in Calle Lima, tra Calle Mexico e Calle Chile, e la maggior parte è stata identificata e successivamente rilasciata.
I dettagli della distruzione dei diritti
- La legge penalizza le lavoratrici e i lavoratori domestici, i lavoratori agricoli, i lavoratori autonomi e i fornitori di piattaforme tecnologiche.
- Ferie: la data di inizio, che fino ad ora doveva essere comunicata con almeno 45 giorni di anticipo, è ridotta a 30 giorni. Il datore di lavoro può frazionarle purché non siano in periodi inferiori a sette giorni. Il periodo di ferie – compreso tra il 1° ottobre e il 30 aprile – il datore di lavoro “deve organizzarle almeno una volta ogni tre anni durante la stagione estiva”.
- La giornata lavorativa arriva fino a 12 ore: sebbene non sia esplicitamente indicato nella formulazione e tenda a sovrapporsi, si stabilisce che “il datore di lavoro e il lavoratore possono concordare volontariamente la retribuzione delle ore di lavoro straordinario, prevedendo un sistema di ore di straordinario, banca ore, tempo libero compensativo (…) purché siano rispettati i periodi minimi di riposo tra le giornate lavorative di dodici ore”.
- Periodo di prova: secondo la normativa vigente, ai dipendenti in prova viene dato un preavviso di 15 giorni per la risoluzione del contratto. La proposta di legge eliminerebbe l’obbligo di preavviso. Inoltre, mentre la legge attuale limita il periodo di prova a 30 giorni, la proposta di legge lo estende fino a sei mesi.
- Indennità di fine rapporto ridotta: il disegno di legge stabilisce che al dipendente debba essere corrisposta un’indennità di fine rapporto pari a una mensilità per ogni anno di servizio o frazione di esso superiore a tre mesi, calcolata sulla retribuzione mensile più alta dell’ultimo anno o sul periodo di servizio, se inferiore. Questa indennità di fine rapporto non includerà “pagamenti non mensili come il Bonus Annuale, le ferie, i bonus non pagati mensilmente, ecc.”. La legge attuale esclude solo il Bonus Annuale.
- Contributo: L’iniziativa governativa istituisce il FAL (Fondo di Assistenza al Lavoro), finanziato da un contributo mensile obbligatorio pari al 3,5% (1% a carico del datore di lavoro per le grandi aziende e 2,5% per le imprese medio-piccole) della retribuzione corrisposta a ciascun lavoratore. Tale contributo viene detratto dai contributi del datore di lavoro al Sistema Integrato di Previdenza Sociale Argentino (SIPA). Attualmente, il 3% di tale contributo è destinato all’ANSES per il pagamento delle pensioni.
Il disegno di legge era stato inviato dal governo al parlamento il 2 dicembre, ma, in mancanza dei voti necessari per la sua approvazione, il dibattito è stato rinviato a oggi, in sessione straordinaria. Il disegno di legge definitivo ha subito 28 modifiche per ottenere i voti necessari. Due di queste modifiche erano richieste dalla CGT (Confederazione Generale del Lavoro): il mantenimento dei contributi di solidarietà e l’eliminazione dell’articolo che riduceva i contributi dei datori di lavoro ai fondi di previdenza sociale. C’era la percezione generale che i sindacati stessero tergiversando, ma l’esito ha dimostrato il contrario. Almeno per ora, poiché il disegno di legge deve ancora essere esaminato dalla Camera dei Deputati.
Non avevano molotov, però, le 300 famiglie della fabbrica di piastrelle in porcellana ILVA, senza salario da mesi, accampate nel Parco Industriale del Pilar da agosto, che chiedevano giustizia. “La riforma del lavoro è iniziata da noi”, dice Víctor Véliz, 44 anni. “Ci devono mesi di stipendio, e questa riforma farà la stessa cosa che hanno fatto a noi: non ci pagherà nulla. I lavoratori saranno ancora più precari”. Victor sopravvive guidando per Uber, altri colleghi tagliando l’erba, e i suoi figli non possono più permettersi le attività che frequentavano prima: “Mangiamo una volta al giorno, mentre prima facevamo tutti i pasti. Come possiamo andare avanti? Andiamo avanti come comunità, non possiamo permettere che rendano le nostre vite ancora più precarie”.
Anche Karina Nicoletta, macchinista della metropolitana della Linea A e “segretaria di genere” del sindacato Metrodelegados, non aveva con sé molotov. Cantava “Pianelli è presente”, in omaggio all’ex segretario generale del sindacato, Roberto ” Beto” Pianelli, altro esempio di questa strana e combattiva fratellanza, scomparso due settimane fa. Karina ha dichiarato: “La riforma rappresenta una profonda battuta d’arresto per il movimento operaio nel suo complesso. Per chi lavora nel settore formale, ma anche per chi non lo fa, perché acuirà le disuguaglianze. È concepita quasi negli stessi termini della dittatura militare: mira a condurci a una situazione di schiavitù. Dobbiamo avere fiducia nella forza del movimento, che dovrà affrontare situazioni che ancora oggi non riusciamo a risolvere. Dobbiamo avere fiducia nella nostra classe. Dobbiamo raggiungere un consenso non solo tra la dirigenza e i sindacati centrali, ma anche tra la base”.
E non avevano molotov nemmeno le oltre 70 persone dell’UTEP che la polizia ha circondato su viale 9 de Julio e Mexico, mentre gassava i fotoreporter, esseri sempre pericolosamente armati di macchine fotografiche.
Le due donne che chiacchieravano all’angolo tra Rodríguez Peña e Rivadavia non portavano bombe: “Stamattina non avevo un soldo, ecco perché sono venuta con questo”, ha spiegato una di loro. “Questo” era un vassoio pieno di panini con cotolette impanate. La donna si chiama María, vive a Villa Lynch, nel quartiere di San Martín, e ci ha raccontato che stamattina aveva solo “una carta da 10 pesos, quella piccola marrone”. Pensionata con la pensione minima, ha ricevuto una bolletta della luce da 65.000 pesos che non può pagare, ed è venuta alla manifestazione per raccogliere i soldi necessari. Vendeva i panini a 5.000 pesos (circa 3 euro) ciascuno. Con i panini c’è una piccola immagine della Vergine di Luján che qualcuno le ha regalato pochi minuti prima. Dice: “Questa riforma non potrebbe essere più sfruttatrice. Tutto è contro chi lavora. Quest’uomo (Milei) sbaglia, sa solo cantare”, afferma, anche se esita.
Roberto, della provincia La Matanza, è in piedi nel mezzo di Plaza de los Dos Congresos, avvolto dal fumo. Non offre molotov, ma chorizo e hamburger (5.000 pesos) e costate (10.000 pesos). Dice che non c’è lavoro da nessuna parte e che sta arrangiandosi come può. Riguardo alla riforma del lavoro: “È negativa sotto ogni aspetto. Sono pazzi, continuano a deludere la gente”.
Teresa, di Lanús, è appoggiata a un albero in Avenida de Mayo, che le garantisce l’ombra necessaria affinché il ghiaccio che porta nella borsa frigo non si sciolga e possa vendere il suo “fernet” ghiacciato, il famoso liquore italiano così popolare in Argentina.
Come si vive in questo periodo?
La risposta inaspettata arriva con lacrime che parlano più forte delle parole. Finalmente, prende fiato e dice: “Stiamo lottando, con un governo che non ci lascia vendere per strada, e che ci caccia via ovunque”. Spiega di non aver mai parlato con la stampa prima, di vergognarsi, di non sapere molto di politica, ma dice qualcosa con una semplicità che pochi politici al parlamento possono capire: “Penso che la riforma del lavoro non sia giusta, quello che stanno facendo non è giusto, dover lavorare di più non può essere giusto”.
Diego, che è arrivato dalla sua città natale, Monte Grande, nella provincia di Buenos Aires, per vendere adesivi (3 per 2.000 pesos) e portachiavi (3.000 pesos), non ha lanciato nemmeno lui molotov. Ha iniziato questo lavoro lo scorso agosto, quando ha perso il lavoro di fattorino per Mercado Libre e altre aziende. Afferma che un altro duro colpo della situazione attuale è stato dover trasferire sua figlia da una scuola privata a una pubblica. “A malapena arriviamo a fine mese; mia moglie lavora nel commercio al dettaglio e la sua azienda sta attuando programmi di pensionamento volontario. Nel frattempo, questa riforma, che è un disastro, continua”. Come possiamo uscirne? “Continuate, continuate, continuate. Non restate soli nelle vostre case e create nuove alternative”.
La lotta del presente
Nessuna di queste storie, di tutta questa lotta, di tutte le conquiste per cui questo movimento un tempo ha lottato e ottenuto, sembra essere importata molto a coloro che non hanno indetto lo sciopero, che si sono ritirati al primo lacrimogeno e che hanno negoziato con la Casa Rosada di Milei mentre l’unità motorizzata avanzava sulla piazza sparando e fermando la gente a caso.
Dopo tutto questo, una scena si ripete nei pressi del parlamento: tra fotoreporter feriti – colpiti all’occhio, alla testa – e proiettili abbandonati, uno, due, decine di senzatetto raccolgono il cibo lasciato dalle bancarelle che sono state bruscamente costrette a smantellare i loro accampamenti dall’avanzata della polizia. Uno di loro è accovacciato, a raccogliere alcune bottiglie d’acqua sparse lungo Avenida de Mayo. Cosa lasciano dietro di sé gli eventi di oggi? “Fame, molta fame”, risponde. Poi contempla la scena in cui recita lui stesso. E dice: “Tutti lottano contro la riforma, io lotto per mangiare”.
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