di Marco Parodi
La questione della giustizia in Italia resta piuttosto equivoca, non soltanto per il carattere formale e borghese tipico anche del nostro ordinamento costituzionale, ma pure per la confusione ideologica che regna nella sinistra italiana, a sua volta figlia ed erede dei tradimenti della tradizione stalinista e socialdemocratica.
Sia chiaro, in premessa, che ogni liberaldemocrazia condivide certamente un approccio formale e borghese nei confronti dell’ordinamento giurisdizionale, con tutte le conseguenze che ciò comporta per la classe lavoratrice. Come ogni aspetto di una democrazia formale, anche la giustizia risulta profondamente incancrenita dalle profonde disuguaglianze economiche e sociali, prodotte in misura sempre crescente dal capitalismo che, invero, soltanto la democrazia sostanziale, ovvero una società ecosocialista, transfemminista e libertaria, può concretamente provare a guarire.
Dunque, alla faccia della presunta legge uguale per tutte e per tutti, il cancro della giustizia borghese si manifesta nella discriminazione diffusa, nella vergognosa disparità di trattamento dei diritti e nella negazione delle libertà fondamentali, soprattutto nei confronti della classe lavoratrice, a partire dalle forme di repressione e alienazione prima e durante la fase processuale, per arrivare sino alla vergogna della detenzione infame e del sovraffollamento carcerario, nonché addirittura alla fase successiva di una vera e propria pena perenne, in una sorta di ergastolo di diritto o di fatto, che impone una marginalizzazione radicale e permanente di tutti gli esclusi nella società perbenista sotto il dominio borghese.

Si pensi, come esempio più significativo, alle discriminazioni nei confronti dei migranti, dal reato di immigrazione clandestina sino alle vere e proprie deportazioni, dalla complicità alle torture, sino ai lager di detenzione coatta, alle stragi infinite, alle espulsioni senza pietà, alle sentenze senza processo, all’oltraggio e all’indegnità persino al di fuori delle norme, al carcere preventivo e consuetudinario, per giungere, come ora negli Usa, alle mattanze delle nuove camicie nere di Trump.
Da questo punto di vista, anche le straordinarie battaglie garantiste dei più illuminati rappresentanti liberali non potranno mai risolvere la contraddizione di fondo di una giustizia inevitabilmente di classe. Per dirla con Marx, si tratta del consueto tentativo borghese di conciliare l’inconciliabile, fondamentalmente per una duplice ragione: da un lato, perché soltanto gli strumenti della democrazia sostanziale, a partire da quelli minimamente indispensabili del patrocinio gratuito o del drastico controllo dei compensi degli avvocati e dei profitti delle società di legali professionisti, possono contribuire a ripristinare una minima e decente par condicio, attraverso la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza, impediscono la partecipazione effettiva della classe lavoratrice al giusto processo; in secondo luogo perché la repressione sistematica dei diritti nei confronti della classe lavoratrice non è un elemento accidentale della società capitalistica, piuttosto ne è un aspetto caratterizzante nella misura in cui la violenza giuridica non è altro che la continuazione in altra forma della violenza del plusvalore e dello sfruttamento, così come lo stato carceriere è la più valida alternativa allo stato sociale per il precariato e l’esercito industriale di riserva, sempre secondo il vangelo del profitto e dell’accumulazione capitalistica. Per la classe lavoratrice, pertanto, la giustizia borghese è un dramma, sempre e comunque.
Il mantra ideologico dell’indipendenza e dell’autogoverno della magistratura
L’ordinamento della giustizia nell’approccio liberale si basa sulla separazione formale dei poteri, ma resta ancorato profondamente e sostanzialmente all’unico potere effettivo della classe borghese, su tutti i livelli, a partire da quello economico-politico.
In ogni caso, il principio formale e puro della separazione dei poteri dovrebbe prevedere che tutti e tre i poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, siano non solo indipendenti tra di loro, ma anche espressione della volontà popolare.
Conseguentemente, si dovrebbe avere, oltre all’elezione dei rappresentanti in parlamento, anche l’elezione diretta dell’esecutivo, ovvero il presidenzialismo, e l’elezione dei giudici, in forma diretta o indiretta. Il rischio di questa separazione pura di stampo borghese è quello, piuttosto prevedibile, di una spericolata e incontrollata indipendenza dal legislativo sia dell’esecutivo che del giudiziario, senza alcuna rappresentanza fiduciaria nei confronti del parlamento. Alla faccia dei cosiddetti pesi e contrappesi, il risultato sarebbe quello di una spirale senza controllo alcuno, ovvero di una inevitabile degenerazione autoritaria e giustizialista.
A questo principio borghese, sia nella sua forma originaria e positiva che in quella teorica e normativa, si contrappone nettamente il principio del centralismo democratico e delle autonomie, di origine leninista, ovvero dell’unità dialettica del potere sovietico, come compenetrazione di parti distinte e separate, esecutivo e giudiziario, autonome ma niente affatto indipendenti dalla fiducia nella rappresentanza consiliare. Aldilà della distinzione sostanziale tra rappresentanza sovietica, della classe lavoratrice, e rappresentanza parlamentare, della classe borghese, resta imprescindibile anche una differenziazione tipicamente formale nella misura in cui il principio dell’unità dialettica dovrebbe consentire di escludere, o quanto meno di ostacolare, sia la formazione di un autoritarismo dell’esecutivo, sia la deviazione giustizialista della magistratura.
Pur sempre nell’ambito del dominio borghese, di fronte a queste evidenti incoerenze, l’ideologia liberaldemocratica ha parzialmente rivisto, in molti casi, il principio puro della separazione dei poteri, a favore di una rappresentanza fiduciaria nei confronti del legislativo degli altri due poteri: ovvero, pur preservando l’autonomia, un potere esecutivo dipendente dalla fiducia del parlamento e un organo supremo della magistratura sotto il controllo bilanciato da parte del parlamento stesso. In Italia, come anche in altri paesi, la scelta della Costituente fu, invece, un ibrido imperfetto, ovvero una democrazia fortunatamente di tipo parlamentare e non presidenziale, ma con una magistratura non solo indipendente dalla volontà popolare diretta, per la verità con la contrarietà originaria del PCI, ma anche, di fatto, dal parlamento, essendo totalmente sproporzionato il peso della componente togata nell’organo di autogoverno. Il risultato fu quello della trasformazione costituzionale, nella forma dell’autogoverno dei giudici, in senso profondamente giustizialista, con un vero e proprio potere assoluto privo di ogni forma di controllo esterno. La presunta gloriosa indipendenza della magistratura, attraverso il proprio organo di autogoverno, il CSM, ha rappresentato un disastro storico sotto tutti i punti di vista, consentendo a una casta tecnocratica e autoreferenziale di ergersi completamente al di fuori del controllo democratico, persino nella forma elementare della democrazia rappresentativa e parlamentare.
I risultati di questa giustizia, già sostanzialmente di classe, ma formalmente anche priva di ogni controllo, sono stati sotto gli occhi di tutta la classe lavoratrice a partire sin da subito, dopo il secondo dopoguerra, persino grazie al becero voltafaccia giustizialista di quasi tutta la sinistra parlamentare. In fin dei conti, c’è ben poco da girarci attorno, il mantra ideologico dell’indipendenza della magistratura corrisponde letteralmente e lapalissianamente all’indipendenza dei giudici dalla sovranità della volontà popolare. Il fatto che questa sovranità debba comunque essere, sul piano formale, necessariamente relativa e limitata, non assoluta, non significa in ogni caso che essa debba essere definitivamente piegata e completamente tolta di mezzo a favore di una casta tecnocratica e tracotante.
A tal proposito, non si può evitare di citare anche l’altra grande questione dell’ormai, taciuto, quarto potere dello stato, ovvero il potere monetario. Anche in questo caso, il mantra ideologico liberaldemocratico dell’indipendenza delle banche centrali ha finito col prevalere storicamente. In Italia, prima, per mezzo del divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia, imposto dall’entrata nel Sistema Monetario, poi, attraverso lo statuto della BCE e il Trattato di Maastricht, col colpo di stato giuridico dell’Unione europea, attraverso semplice legge ordinaria pur a fronte di palese revisione costituzionale, sanato solo successivamente con la riforma costituzionale del 2001. Il mainstream tecnocratico della follia degli economisti volgari è stato imposto al di sopra del potere legislativo, non solo sul piano dell’obiettivo nella ossessione della stabilità dei prezzi, a scapito dell’occupazione e della crescita economica, ma anche sul piano degli strumenti, ortodossi ma ampiamente rigettati dall’economia politica critica, incapaci di perseguire l’anticiclicità della politica monetaria.
Addirittura, nel più paradossale dei capovolgimenti di fronte, con la lettera di Draghi e Trichet dell’agosto 2011, per ricattare il Governo Berlusconi all’approvazione delle controriforme liberiste, si arrivò persino alla sottomissione totale di entrambi, il legislativo e l’esecutivo, nei confronti del potere monetario. Come spesso avviene, la borghesia si rivolge direttamente al governo dei tecnici e degli illuminati, al suo servizio, senza lacci e lacciuoli, completamente al di sopra di ogni sovranità popolare.
In questo contesto, si inserisce il progetto complessivo di controriforma reazionaria del Governo Meloni. Il rovesciamento dei principi liberaldemocratici avviene a destra, nel senso di una torsione illiberale e autoritaria, ispirata piuttosto al principio della superiorità del potere esecutivo di stampo fascista, ovvero basata sulla totale sottomissione di tutti i poteri dello stato al governo. Così, innanzitutto, il parlamento viene definitivamente assoggettato al presidente del consiglio, più di quanto già non lo sia, per mezzo del cosiddetto “premierato forte”, dove la rappresentanza fiduciaria viene di fatto capovolta, del legislativo all’esecutivo e non viceversa. In secondo luogo, il potere giudiziario viene assoggettato anch’esso al potere esecutivo, per mezzo del proprio controllo sul parlamento, e tramite questo, a sua volta, sui due CSM e sulla novella Alta Corte disciplinare, di cui viene aumentato il peso della componente laica.
Tuttavia, anche in caso di fallimento della controriforma del premierato, il sistema elettorale maggioritario e/o uninominale, da un lato, nonché la prassi della decretazione non d’urgenza e della legislazione lampo, dall’altro lato, hanno già reso il parlamento totalmente succube e subordinato al governo, sia nell’iniziativa politica sia nell’approvazione delle leggi. In questo caso, il premierato sarebbe soltanto un tassello ulteriore per garantire, senza troppi intralci, la torsione della giustizia al servizio del governo, sul piano formale, e della classe borghese dominante, sul piano sostanziale. Ciò che potrebbe apparire, formalmente, come un riequilibrio dei poteri, tra legislativo e giudiziario, rappresenta, invece, l’atto finale della loro comune remissività nei confronti del potere esecutivo. Proprio come durante il fascismo, per l’appunto.
Il mantra ideologico contro la separazione delle carriere
Tutto ciò ci conduce all’altra questione dibattuta nel referendum, ovvero l’introduzione della separazione delle carriere tra Pm e giudici, tra magistratura inquirente e giudicante. Sia chiaro, una volta per tutte, che la separazione delle carriere non si dovrebbe porre tanto per impedire quei pochi casi di passaggio potenziali che sono ancora rimasti secondo la legge, quanto soprattutto per scongiurare quel connubio fatale che ha reso lo svolgimento dell’attività della magistratura nel suo complesso indubbiamente discriminatorio, con effetti nefasti, in particolare, nei confronti dei ceti popolari. Questo connubio fatale e indegno si celebra in tutte le modalità e in tutta la vita processuale, prima, durante e dopo il processo.
Innanzitutto, vale per lo scandalo della carcerazione preventiva derivante da quella famigerata connivenza tra Pm e Gip, i quali agiscono perfettamente all’unisono e in modo sprezzante nei confronti degli indagati. Le vittime principali sono ancora una volta soprattutto i migranti e i ceti più popolari. Tuttavia, chiunque può assistere a quello spettacolo deprimente in cui l’indagato si trova nell’abisso di dover fronteggiare ad armi impari un unico avversario, nella figura duplice del giudice e del Pm, con un totale sbilanciamento di forze e di squilibrio processuale. In secondo luogo, vale per la subordinazione dei giudici e per il ruolo dominante dei Pm nel CSM, i quali ne determinano non soltanto la governance, ma anche la carriera e il prestigio. Ciò implica una totale subordinazione della magistratura giudicante rispetto a quella inquirente.
Il fatto che vi siano molte sentenze d’appello assolutorie, che ribaltano quelle di primo grado, non può e non deve significare nulla a riguardo. Infatti, non è dalla benevolenza dei giudici illuminati che ci si dovrebbe aspettare il rispetto delle tutele giuridiche e dell’imparzialità, quanto piuttosto dalla garanzia della terzietà del giudice; non è l’imparzialità che conta, quanto la terzietà; non è a valle che si dovrebbe ottenere la carità, è soprattutto a monte che si dovrebbe percepire la giustizia; non è l’etica che deve guidare, quanto la legge. Per fortuna esistono giudici che resistono ai Pm, ma non è dalla buona sorte che deve discendere l’operato della giustizia. Eppure, per la stragrande maggioranza dei casi, il destino processuale è appeso inesorabilmente alla fortuna; mentre, per i ceti popolari, è, purtroppo, quasi sempre una certezza dover sbattere contro un unico muro.
Tutto ciò non per rivendicare il principio liberale del presunto giusto processo, ma per costruire le fondamenta di una rinnovata logica dialettica, tra accusa e difesa, fondata sulla centralità del perseguimento comune della verità giudiziaria, ma pur sempre secondo il principio fondamentale dell’unità e della totalità contraddittoria, come distinzione e compenetrazione delle parti, accusa e difesa. Il presupposto liberale del giusto processo è, invece, quello del processo accusatorio, in cui il Pm si trasforma in un super poliziotto e l’avvocato in un eroe hollywoodiano.
Mettere in galera un innocente è il massimo per un Pm d’assalto; far assolvere un colpevole diviene il massimo per la schiera di avvocati avvoltoi dello stato di diritto. Così, in Italia, siamo passati, con la revisione costituzionale del 1999, voluta dal ministro Diliberto e dal governo D’Alema, da un processo indirizzato alla comune ricerca della verità giudiziaria, ma inquisitorio e senza la terzietà, imparzialità e neutralità del giudice, ad un processo senza il Pm super poliziotto, pur sempre in combutta col giudice, ma di tipo accusatorio, ovvero basato esclusivamente sulla prova di forza delle parti. Nulla di dialettico, nulla di contraddittorio; è solo la legge del più forte! Si può facilmente immaginare quale classe sociale sia stata la più sfavorita.
In questo scenario orribile si inserisce la controriforma del governo, la quale mira ad affermare definitivamente il modello del processo accusatorio, con un Pm super poliziotto e gli avvocati sicofanti del denaro e del capitale. Di fronte a ciò, il giudice terzo e imparziale funzionerà sicuramente meglio per la classe borghese, ma funzionerà sempre peggio per la classe lavoratrice e per i ceti popolari, i quali si troveranno di fronte dei Pm sempre più scalmanati, ancor peggio di quanto non fossero già stati in passato. In un caso, quello borghese e burocratico, prevarrà l’”impunitismo”, nell’altro caso, quello popolare, vincerà il modello dello sceriffo. La lotta di classe dominerà il funzionamento della giustizia ancor di più di quanto non sia avvenuto in passato. Al peggio non c’è mai fine.
Il mantra ideologico contro il correntismo politico nella magistratura
Veniamo all’ultimo ambito toccato dal referendum, ovvero quello concernente l’elezione della componente togata tramite sorteggio. È curioso come il meccanismo del sorteggio abbia sempre accomunato gli “impunitisti” di Forza Italia, i qualunquisti del Movimento cinque stelle e i forcaioli alla Travaglio. Tuttavia, non è affatto un caso. Anzi.
Su un punto sono, infatti, tutti assolutamente d’accordo: le correnti politiche della magistratura vanno debellate. Ebbene, come noto, la giurisprudenza è una fonte del diritto e l’interpretazione delle leggi è l’asse centrale nel funzionamento della giustizia. Ma qui non c’è proprio nulla di esclusivamente tecnico, di automatico, di non discrezionale, di matematico, di scienza esatta, come vorrebbero i teorici del sorteggio e dell’indipendenza politica della magistratura. Anche la giustizia è inevitabilmente una scelta politica, non un vincolo tecnico. Non si tratta affatto di scadere nell’eccesso di potere, quanto di legittimare quella porzione politica della fonte giurisprudenziale del diritto. Per queste ragioni, il funzionamento della giustizia dipende in modo cruciale dall’orientamento politico dei magistrati.
Non potrà mai essere diversamente, non potrà mai accadere il contrario. Rimuovere le correnti politiche nella magistratura, attraverso il sorteggio, significa raggiungere un duplice scopo: da un lato, l’indebolimento della componente togata rispetto alla componente laica imposta dal Governo, non sul piano quantitativo della composizione numerica, quanto su quello qualitativo della insignificanza e ininfluenza politica; dall’altro lato, il rafforzamento della giustizia mainstream come pura amministrazione tecnocratica, del tutto priva di responsabilità e di legittimità politica nell’interpretazione delle leggi.
In questo scenario si muove la controriforma del governo Meloni, la quale mira esattamente al raggiungimento di questo duplice obiettivo. Tuttavia, anche i presunti contrari del Movimento Cinque Stelle, che infatti hanno sempre messo il sorteggio al centro del loro programma elettorale, sarebbero stati assolutamente favorevoli se ciò fosse avvenuto solo per un CSM, ovvero senza la separazione delle carriere. Invece, questo punto è proprio quello in cui meglio si manifesta tutto il carattere profondamente regressivo, reazionario e repressivo, della controriforma del ministro Nordio, in funzione scelleratamente antidemocratica, antigarantista e antilibertaria.
Come si vede tutti i temi si tengono insieme in modo strettissimo. Eppure, le contrapposizioni politiche nei confronti della giustizia devono essere sviscerate innanzitutto sul piano della lotta di classe. Esiste certamente un approccio liberaldemocratico che è tipicamente garantista nei confronti della borghesia e della burocrazia, ma sicuramente giustizialista verso la classe lavoratrice e il sottoproletariato. Tale approccio, tuttavia, viene ora ulteriormente stravolto da una destra estrema, illiberale e reazionaria, che, punta, da un lato, a rafforzare l’asse centrale del giustizialismo nei confronti della classe lavoratrice, trasformandolo in vera e propria persecuzione giudiziaria nei confronti dei migranti e della componente più conflittuale e combattiva, nonché, dall’altro lato, a trasformare il garantismo in vero e proprio “impunitismo” per le classi dominanti.
Il risultato è il ritorno a una forma di disciplina della giustizia tipicamente gerarchica, arbitraria e dispotica. Così siamo già giunti ai teoremi persecutori nell’ordinanza cautelare del Gip di Genova per Mohammad Hannoun; arriveremo ben presto all’equiparazione dell’antisionismo con l’antisemitismo e ai reati di opinione per la Palestina libera dal fiume al mare, ovvero per l’impronunciabilità politica della distruzione dello stato coloniale e genocidario di Israele, che evidentemente non c’entra proprio nulla con la legittima aspirazione degli ebrei non coloni a vivere liberamente in Palestina, come era sempre avvenuto storicamente e come nessuno si è mai sognato di negare. Semmai, l’antisemitismo, quello vero, continua ad albergare in altre frange dell’estrema destra, la quale risulta divisa, infatti, in due parti significative entrambe: una coerente sempre al fianco dei genocidi, prima quello nazista ora quello sionista; un’altra coerentemente sempre al fianco dell’antisemitismo nei confronti degli ebrei. Ma tutto ciò è palesemente ignorato dal Tribunale di Genova, con l’applauso del Governo.
Sul fronte del No risiede, invece, l’unica opposizione visibile a questo tentativo di torsione di stampo fascistoide, basata, però, su un approccio comunque di destra, qualunquista e populista, legge e ordine uguale per tutte e tutti, giustizialista e forcaiolo indistintamente, almeno sul piano formale. Si tratta, evidentemente, di un dibattito referendario tutto interno all’ideologia borghese. Il grande assente dal dibattito è, infatti, il pensiero comunista e rivoluzionario della giustizia, garantista il più possibile, ma persino giustificazionista nei confronti della conflittualità della classe lavoratrice; teso sempre e comunque alla detenzione alternativa al carcere, all’abrogazione dell’ergastolo e del 41-bis, all’indulto e all’amnistia, alla presunzione di innocenza, alla contestualizzazione dei reati, alla difesa della disobbedienza civile e alla rieducazione del condannato, in cui la sicurezza e la criminalità sono innanzitutto una questione sociale ed economica.
Per queste ragioni, sarebbe sicuramente necessario votare NO al Referendum, ma sulla base di un pensiero comunista e rivoluzionario della giustizia, ovvero per difendere le correnti politiche e culturali anticapitaliste nella magistratura, per arginare le idee libertarie e antifasciste dalle peggiori derive fasciste e reazionarie di stampo piccolo borghese, ovvero per promuovere la partecipazione e la responsabilità democratica, contro i deliri del sorteggio per l’elezione al CSM, che nulla hanno a che vedere con le giuste aspirazioni alla rotazione e revocabilità degli incarichi, e che, piuttosto, accomunano gli “impunitisti” della destra con i “questurini” alla Travaglio, sempre divisi a bisticciare tra di loro nel teatrino borghese, ma tutti insieme appassionatamente quando si tratta di menare alla classe lavoratrice, in un modo o in un altro. I casi di Mimmo Lucano, Ilaria Salis, Alfredo Cospito, e così via, stanno lì a ricordarcelo con inchiostro indelebile.
La degenerazione giustizialista della sinistra in Italia
Sarebbe, in ultima analisi, il caso di interrogarsi su questa tragica e triste assenza della sinistra garantista, rivoluzionaria e di classe, dal dibattito referendario. Appare difficilmente contestabile che la ragione ultima di questa scomparsa, in Italia, risiede, nel tradimento, dapprima socialdemocratico e stalinista del PCI, e successivamente da parte sia di tutti i reduci tragicomici del neocampismo della presunta estrema sinistra, sia di tutti i nuovi beceri adulatori della versione rossobruna del qualunquismo e del populismo. Dove, a buon intenditor, per rossobrunismo ci si riferisce alla caricatura degli utili idioti del neofascismo, mentre per populismo al socialismo degli imbecilli.
In principio vi fu la continuità con la magistratura del passato regime fascista, con la benedizione e il tradimento esplicito di Togliatti; poi venne la stagione delle leggi speciali sul terrorismo, della penetrazione del PCI nella magistratura con una finalità repressiva e antidemocratica, dei folli teoremi giudiziari nei confronti delle avanguardie del movimento operaio rivoluzionario, delle costrizioni agli esuli politici; successivamente, venne la questione morale di Berlinguer in sostituzione della questione sociale; sopraggiunse allora la conveniente pretesa di rimpiazzare l’alternativa di società con l’alternanza al governo, cosicché la lotta di classe fece il posto alla lotta alla corruzione, la battaglia giudiziaria prese il sopravvento sulla battaglia politica, il rovesciamento politico per mezzo della magistratura fu il terreno d’approdo deprimente della democrazia progressiva e dell’erosione dell’aspirazione rivoluzionaria della classe lavoratrice. L’etica prevalse sul conflitto, la carità sulla giustizia. Dalla falce e martello alle manette era tutto più che compromesso.
Nel popolo della sinistra, il paese nel paese, cominciarono a prevalere i pagliacci del giustizialismo, che organizzarono quel circo ridicolo e mediatico dei girotondini e pretesero di combattere l’orrendo spettacolo del berlusconismo sul suo stesso terreno, ovvero quello dei suoi processi giudiziari, giammai su quello intersezionale, ovvero sia economico e sociale della lotta di classe, ma anche anti patriarcale della lotta transfemminista. Infine, siamo arrivati all’alleanza del presunto campo progressista con la peggiore cultura manettara e gognesca, di cui le rappresaglie del Fatto Quotidiano, giornale totalmente abusivo nella sinistra, ne sono una triste testimonianza diretta, in quanto già puzzolenti della vecchia monnezza montanelliana e oggi anche inoculate del potente veleno del qualunquismo e populismo giustizialista. Del resto, abbiamo appurato solo ora che, peggio del Travaglio giustizialista sul piano giuridico, esiste soltanto il Travaglio rossobruno sul piano geopolitico. Vale per lui, ma vale anche per tutti gli altri, da Di Battista a Conte, tutti insieme appassionatamente.
Al contrario, soltanto una rivoluzione ecosocialista, transfemminista e libertaria può erodere dalle fondamenta tutta l’ingiustizia borghese; soltanto l’eliminazione dell’indipendenza della magistratura a favore dell’autonomia e responsabilità nei confronti del potere rappresentativo e consiliare della classe lavoratrice, soltanto la democrazia organizzata non come pensiero dominante e governo della maggioranza, ma come tutela del pluralismo, delle opposizioni e delle minoranze, a cui affidare persino la prevalenza dei posti chiave dei contrappesi istituzionali, possono rappresentare il colpo mortale all’oligarchia tecnocratica dei magistrati; soltanto un manifesto autenticamente libertario fondato sulla fine del carcere, sull’abrogazione dell’ergastolo e delle pene di lunga durata, nonché sulla finalità rieducativa delle misure penali alternative, possono definitivamente ripulire tutta la vecchia merda del giustizialismo!
Questo è il modo corretto di affrontare la battaglia referendaria. Sostenere il “No” al referendum costituzionale, ma anche il “No” allo status quo! Combattere con ogni mezzo contro la giustizia di classe perpetrata dal dominio borghese. Tutto ciò nella consapevolezza che ogni vittoria, o resistenza libertaria, rappresenta soltanto una forma di conquista transitoria per la classe lavoratrice, sia perché soggetta sempre a deprecabili violazioni, alle controriforme varie e multiformi, alle abrogazioni o manomissioni nei cavilli burocratici, sia perché incapace di recidere alla radice il furto del pluslavoro, lo sfruttamento e il dominio del profitto.
Tuttavia, tutto ciò è esattamente quanto risulta scolpito nelle tavole della legge della lotta di classe e nel programma di transizione anticapitalista, ecosocialista, transfemminista e libertario, per la liberazione definitiva da ogni forma di discriminazione e oppressione. Al tempo stesso, ogni battaglia ha il suo importante significato e rappresenta un nuovo punto di svolta per il conflitto di classe. Quest’ultimo, tuttavia, non può ridursi soltanto alla sfera economica, sociale e politica. Anche le battaglie libertarie di tipo transitorio, per un effettivo giusto processo, dialettico e contraddittorio, debbono e possono costituire un importante tassello della lotta di classe.
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