Di Gianni Sartori

C’era una volta…Che cosa?

L’autodeterminazione dei popoli? La lotta di liberazione contro il colonialismo (esterno o “interno”)? L’aspirazione se non all’indipendenza almeno all’autonomia?

O – più semplicemente – c’erano una volta…i popoli?

Fastidiose considerazioni venute alla mente in occasione delle recenti intemperanze neo-imperialiste di Trump quando minacciava di invadere la Groenlandia. E tornate insistenti di fronte alla forse definitiva debacle dell’esperienza dell’AMMINISTRAZIONE AUTONOMA DEMOCRATICA DELLA SIRIA DEL NORD-EST (DAANES) in Rojava. Con le Fds (Forze democratiche siriane, a direzione curda)accerchiate dalla prepotenza salafita del cosiddetto “governo di transizione” di Damasco e già forzatamente ritirate da Raqqa, Tabqa e Deir ez-Zor.

Anche se gli “accordi” con il governo centrale hanno – almeno per ora – evitato un bagno di sangue, l’amarezza per tutti i sacrifici compiuti (decine di migliaia i combattenti caduti lottando contro lo Stato islamico) è palpabile.

Una battaglia, va ricordato, condotta non solo contro i fondamentalisti islamici, ma anche contro il patriarcato e l’oppressione in ogni sua forma.

Resta, a futura memoria, il valore incommensurabile di un’esperienza (il Confederalismo democratico)che non va assolutamente archiviata.

Radicalmente democratica (rivoluzionaria ), ha saputo coniugare il diritto all’autodeterminazione con i diritti delle donne, delle minoranze e la difesa ambientale. Un lascito per le future generazione, non solo nel Medio oriente.

Certo, dicevo, ora come ora prevale l’amarezza. Fa veramente male rivedere Kobane sotto assedio come undici anni fa . Allora per mano dell’Isis, ora dalle truppe siriane e dalle milizie filoturche.

Senza elettricità (anche le strutture sanitarie), acqua, riscaldamento, carburante e collegamenti internet. Con migliaia di cicili, intere famiglie, provenienti dai villaggi circostanti che vi hanno cercato rifugio dormendo all’aperto o in tende improvvisate. Mentre le cellule jihadiste (rafforzate anche dai molti detenuti dell’Isis che ne hanno approfittato per evadere) si vanno ricostituendo.

Quindi non si tratta soltanto della brutale occupazione di un territorio da parte del centralismo autoritario di Damasco, ma della messa in discussione, dell’affossamento di un modello politico che avrebbe consentito la realizzazione di una Siria plurale e inclusiva. 

Nella visione di Öcalan (dal 1999 richiuso nell’isola-prigione di Imrali, la Robben Island turca)il Confederalismo democratico si configura come superamento dello Stato-nazione percepito come “strumento di oppressione”. Proponendo un modello alternativo di società orizzontale, di autogoverno fondato su “autonomie locali, consigli popolari, parità di genere, economia cooperativa e autodifesa comunitaria”. Ispirando la realizzazione – per quanto temporanea, precaria – di una Siria autenticamente democratica dove curdi, arabi, armeni, siriaci, ezidi e altre minoranze hanno coabitato, sperimentando forme di democrazia diretta e convivenza tra identità diverse. 

Ma il suo messaggio di pace e convivenza appare ancora fragile oltre che inascoltato.

Infatti, nonostante Öcalan abbia ripetutamente proposto soluzioni politiche e negoziati per il riconoscimento dei diritti dei curdi (arrivando un anno fa, il 27 febbraio 2025, a decretare lo scioglimento del PKK), il “Mandela curdo” rimane tuttora incarcerato. Contemporaneamente in Turchia la repressione si inasprisce. In particolare nei confronti di chi esprime solidarietà al Rojava.

Ai primi di febbraio venivano arrestate altre 92 persone, tutte ritenute appartenenti a organizzazioni di sinistra (tra loro diversi avvocati e giornalisti). Peggio ancora nel Bakur (il Kurdistan sottoposto all’amministrazione turca) dove oltre 600 persone erano state fermate per aver manifestato in sostegno alla resistenza di Sdf, Ypg e Ypj (al momento un’ottantina sono ancora incarcerate).

Tra i fermati (poi espulsi) anche numerosi internazionalisti della “Carovana dei popoli in difesa dell’umanità” che si erano uniti alle mobilitazioni verso il confine siriano (a Suruc, al confine con la città di Kobane sotto assedio).

Questo l’odierno paesaggio, piuttosto sconfortante. 

Anche se possiamo sempre auspicare, sperare che (come il vento dell’Ecclesiaste) ogni popolo “va e poi ritorna”. Per cui probabilmente non finisce qui. Avanti popoli !

Gianni Sartori


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