Tre leader al telefono mentre finisce mezzo secolo di deterrenza regolata
Cina, Russia e Stati Uniti. In pochi giorni i leader delle tre principali potenze atomiche del pianeta hanno ripreso un dialogo diretto, mentre un pezzo fondamentale dell’architettura di sicurezza globale si sgretola sotto i nostri occhi.
Il presidente cinese Xi Jinping ha telefonato a Vladimir Putin per parlare dei “legami bilaterali e della situazione globale”, definendo le relazioni tra Pechino e Mosca come un “fattore di stabilità” in un mondo sempre più turbolento. Nessuna delle due parti ha menzionato l’Ucraina o il crescente rischio di guerra in Iran, ma senza dubbio hanno discusso di questi temi quando hanno “scambiato opinioni approfondite su questioni internazionali e regionali di reciproco interesse”. Anche Giappone e Taiwan non sono stati menzionati. La lettura di Xinhua riporta le parole del presidente cinese.
Nello stesso arco di tempo Xi ha avuto un colloquio anche con Donald Trump, discutendo di relazioni bilaterali, tensioni commerciali e questioni globali aperte. Secondo quanto riportato, il presidente cinese ha anche sollevato la questione di Taiwan e ha menzionato specificamente le vendite di armi, invitando a “gestire con cautela la questione delle vendite di armi”.
Al di là di ciò che viene riportato, non sappiamo con precisione che cosa i tre leader si sono detti, ma possiamo considerare il contesto in cui le chiamate sono avvenute.
Perché queste conversazioni avvengono proprio mentre l’ultimo grande sistema di controllo nucleare che ha regolato per oltre mezzo secolo gli arsenali atomici sta terminando la sua efficacia, aprendo una fase di potenziali rischi per la sicurezza internazionale.
Il 5 febbraio 2026 è infatti scaduto il New START, l’ultimo trattato bilaterale tra Stati Uniti e Russia che limitava formalmente gli arsenali nucleari strategici di Washington e Mosca, segnando la prima volta in più di mezzo secolo in cui non esistono vincoli legali tra i due maggiori possessori di armi atomiche del mondo (secondo l’accordo, gli Stati Uniti e la Russia detenevano ciascuno fino a 1550 testate strategiche e fino a 700 sistemi di lancio).
Dal punto di vista storico e geopolitico è una svolta profonda: da oltre cinquant’anni ogni presidente e segretario generale di Stati Uniti e Unione Sovietica/Russia ha dovuto confrontarsi con un sistema di trattati che cercava di limitare e verificare la proliferazione nucleare.
Il New START, il più recente di questi trattati, era stato firmato a Praga l’8 aprile 2010 dagli allora presidenti Barack Obama e Dmitrij Medvedev ed è entrato in vigore il 5 febbraio 2011. Era l’erede dell’SALT, dell’START I, dell’START II e del trattato SORT, tutti accordi che avevano gradualmente ridotto sia il numero di testate sia le piattaforme di lancio attraverso limiti numerici e meccanismi di verifica reciproca.
Nel 2021, in un momento di parziale riavvicinamento, il trattato era stato esteso fino al 5 febbraio 2026. Tuttavia, dal 21 febbraio 2023 la Russia aveva sospeso la sua partecipazione formale, continuando però – almeno fino allo scorso anno – a rispettare unilateralmente i limiti imposti. La vera novità è proprio la scadenza definitiva del trattato nel 2026, che non è stata seguita da alcun accordo sostitutivo.
La fine del New START ha provocato reazioni immediate a livello internazionale. Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha definito la scadenza “un momento grave per la pace e la sicurezza internazionale”. Stati Uniti e Russia da soli gestiscono oltre l’80 % delle testate nucleari mondiali, e l’assenza di un quadro di controllo formale apre scenari imprevedibili e potenzialmente destabilizzanti per la deterrenza globale.
La reazione ufficiale russa è stata di rammarico per la fine del patto, con il Cremlino che ha evidenziato come Mosca avesse proposto una estensione volontaria di un anno per creare il tempo necessario a negoziare un sostituto, proposta che secondo fonti russe non ha ricevuto una risposta positiva da parte americana. Lo stesso portavoce del Cremlino ha ribadito l’intenzione di Mosca di mantenersi una potenza nucleare “responsabile” pur valorizzando i propri interessi strategici di sicurezza nazionale. Tutto ciò è avvenuto mentre il dialogo militare di alto livello tra Stati Uniti e Russia, sospeso da tempo, è stato annunciato nuovamente come ripristinato, segno di una certa volontà di mantenere almeno canali di comunicazione aperti tra i due eserciti.
Da parte americana, il presidente Trump ha dichiarato di voler perseguire un nuovo accordo nucleare “migliore e più moderno”, esprimendo l’intenzione di includere anche la Cina in eventuali negoziati di controllo strategico: secondo il segretario di Stato americano Marco Rubio, senza un coinvolgimento cinese non ci può essere un vero controllo degli armamenti nel XXI secolo, vista la rapida espansione dell’arsenale nucleare di Pechino. Trump ha respinto inoltre la proposta russa di estendere il New START di un anno, sostenendo che gli esperti nucleari statunitensi dovrebbero lavorare a un nuovo patto più duraturo.
La stessa Cina ha espresso rammarico per la scadenza del New START ma ha rifiutato di partecipare a trattative dove la sua piccola ma in crescita capacità nucleare sarebbe soggetta a limiti simmetrici con quelli delle superpotenze.
Dentro questo incastro di telefonate e trattati che saltano, c’è un articolo che aiuta a leggere il senso politico di questa relazione a tre. Alexander Lukin, politologo russo e direttore di centri di ricerca legati agli studi sull’Asia e all’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, ha parlato in una lunga intervista rilasciata a Guanchaproprio il 5 febbraio, cioè nelle stesse ore in cui Xi Jinping parlava prima con Putin e poi con Trump e mentre Mosca certificava la fine degli obblighi del New START.
Nell’intervista Lukin prova a descrivere il meccanismo che sta portando il mondo a una “fase senza regole”, e lo fa con tre idee chiave.
Primo punto, l’idea della “divisione del mondo in tre”, secondo cui Stati Uniti, Cina e Russia si spartirebbero il pianeta come in una conferenza di Yalta aggiornata, è una idea fuorviante. Gli Stati Uniti, almeno nella cultura di potere di Trump e del suo entourage, non ragionano da potenza che negozia una spartizione ma da potenza che pretende validità universale per la propria volontà e perfino per il proprio diritto interno. Basti pensare alle sanzioni e ai provvedimenti americani che valgono non solo dentro i suoi confini ma “in qualsiasi parte del mondo”.
A ciò si inserisce la questione marittima, e il sequestro di navi: dove nuovamente l’applicazione extraterritoriale di norme nazionali statunitensi autorizza a fermare, sequestrare, colpire in acque internazionali
Così la questione nucleare si lega al commercio e alla sicurezza quotidiana: se la logica diventa “chi è più forte ha ragione”, allora non solo saltano i trattati strategici, ma anche la normalità del traffico globale rischia di finire sotto scorta militare. Se questo modello si generalizza, il commercio mondiale ne soffre e può diventare persino insostenibile, perché non tutti hanno una marina capace di proteggere le proprie rotte.
In altre parole, il vuoto di regole che oggi si apre sul nucleare potrebbe essere lo stesso vuoto che domani può mordere sulle merci, sugli stretti, sulle assicurazioni, sulle catene logistiche, cioè sul nervo dell’economia mondiale.
Secondo punto, la retorica occidentale dell’ordine internazionale basato sulle regole è finita non perché qualcuno la confuta in un dibattito, ma perché gli Stati Uniti stessi, con azioni platealmente unilaterali, rendono quasi impossibile continuare a sostenerla come narrazione credibile.
Non cambia “l’essenza” della politica americana, cambia la maschera. Gli alleati europei restano appesi: non vogliono rompere con Washington perché la loro sicurezza dipende ancora in larga parte dall’ombrello americano, ma sostenere apertamente certe mosse significa buttare via l’impalcatura retorica su cui hanno costruito decenni di politica estera. L’Europa è il soggetto più esposto a questa frattura, perché tende a credere a quella narrazione dell’ordine basato sulle regole più degli americani stessi, e quindi rischia di ritrovarsi senza argomenti e senza autonomia.
Terzo punto, ciò che l’ordine internazionale potrebbe raggiungere non è tanto una nuova Yalta, ma un accordo minimo tra centri di potere sulla condotta consentita e su quella proibita, una specie di livello base di regole. Durante la Guerra Fredda, pur essendo nemici, le grandi potenze avevano interiorizzato limiti pratici, come il fatto che una guerra nucleare non è un’opzione e che certi passi, incluse alcune forme di sperimentazione, venivano gestiti dentro logiche negoziate.
Quelle regole erano il prodotto di un equilibrio e di una memoria storica del costo della guerra. Gli ordini internazionali “funzionanti” nascono spesso dopo guerre enormi, quando i paesi sono stanchi, disgustati, traumatizzati e quindi disposti a sedersi e scrivere regole.
Oggi siamo in transizione dal breve “momento unipolare” degli anni Novanta a un mondo multipolare, e questo passaggio crea l’occasione per scrivere nuove regole ma, nel frattempo, lascia un buco pericoloso perché le vecchie regole si stanno rompendo mentre le nuove non esistono ancora. La sequenza di telefonate di questa settimana rientra in questo pericoloso contesto.
da: https://dazibao.substack.com/p/le-telefonate-tra-xi-putin-e-trump
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