- di Mohammed R. Mhawish*
Come si può definire un accordo di cessate il fuoco dopo la cui conclusione le persone continuano a morire? È questa la domanda che gli abitanti di Gaza si pongono da diversi mesi.
In ottobre, Hamas e Israele hanno firmato un accordo di pace che avrebbe dovuto porre fine a due anni di massacri a Gaza. Da allora, più di 420 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano, con una media di circa quattro persone al giorno, in quella che i mediatori internazionali continuano a definire una «de-escalation riuscita»!
Il divario tra questo discorso ufficiale e la realtà sul terreno mostra fino a che punto il termine «cessate il fuoco» sia stato svuotato del suo significato originario: non indica più una pausa delle violenze, ma piuttosto un meccanismo per gestirle, legittimando la prosecuzione delle operazioni militari sotto la copertura della «moderazione».
Le persone di fatto assassinate, molte delle quali donne e bambini, vengono sistematicamente definite minacce, intrusi o vittime collaterali dell’applicazione del cessate il fuoco. Ciò include famiglie che tentavano di tornare nelle proprie case, solo per scoprire che il loro quartiere era ormai interdetto oltre una «linea gialla» costantemente spostata da Israele. Le autorità sanitarie palestinesi hanno registrato oltre un migliaio di violazioni israeliane dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, tra cui attacchi aerei, bombardamenti di artiglieria e colpi d’arma da fuoco letali. Il cessate il fuoco ha dunque funzionato esattamente come previsto: un quadro che consente di uccidere e controllare i palestinesi a un ritmo più lento e diplomaticamente più accettabile.
La linea gialla, che teoricamente delimita i confini dell’occupazione fisica di Gaza da parte di Israele, è forse il simbolo più evidente di questo cessate il fuoco solo a parole. È una frontiera che esiste sulle mappe e nei briefing militari, ma che non ha alcun significato per le persone che cercano di sopravvivere in ciò che resta delle loro case. La posizione della linea gialla continua a cambiare. Quartieri che avrebbero dovuto essere accessibili sono ora zone militari, in particolare una vasta parte dell’est della città di Gaza, tutti sottoposti a una presenza israeliana sempre più rafforzata nonostante il presunto ritiro. Le forze israeliane si riservano il diritto di sparare contro chiunque attraversi questa linea. Per i palestinesi che vivono dal «lato sbagliato», essa delimita un territorio sempre più ristretto a Gaza, dove il controllo israeliano continua ad espandersi.
Israele mantiene ormai una presenza militare in oltre la metà della Striscia di Gaza. Il cessate il fuoco avrebbe dovuto includere il ritiro israeliano e il ritorno dei palestinesi sfollati nei loro quartieri. Invece, l’esercito israeliano ha demolito case e infrastrutture nel nord di Gaza, spingendo la linea gialla più in profondità nel territorio che avrebbe dovuto evacuare.
Tutto ciò è avvenuto durante la prima fase di quello che avrebbe dovuto essere un piano di pace globale. Questa fase comprendeva impegni specifici: 600 camion di aiuti umanitari al giorno in entrata a Gaza, l’apertura del valico di Rafah, il ritiro delle forze israeliane verso posizioni predefinite, la liberazione degli ostaggi israeliani e lo scambio di prigionieri palestinesi. Una parte di questi impegni è stata rispettata nei primi giorni: gli ostaggi vivi sono tornati a casa e alcuni prigionieri palestinesi sono stati liberati. Ma nel giro di poche settimane, il numero dei camion di aiuti umanitari è stato ridotto a un livello ben al di sotto dei bisogni, Rafah è stato richiuso e gli attacchi israeliani si sono intensificati. (1)
Lo scarto tra quanto promesso e quanto realizzato mostra il divario fondamentale tra un accordo di cessate il fuoco basato su concessioni reciproche e una realtà in cui una delle parti mantiene un controllo militare totale.
La seconda fase dell’accordo, che prevede il disarmo di Hamas, nuovi ritiri israeliani e la creazione di un «Consiglio di pace» incaricato di supervisionare la ricostruzione di Gaza, è stata appena annunciata dal presidente Trump. Steve Witkoff, l’inviato speciale di Trump, è stato nominato per dirigere le operazioni quotidiane di ricostruzione. Sono state riunite personalità internazionali e scelti tecnocrati palestinesi per guidare una futura amministrazione provvisoria. Tutto ciò appare molto ufficiale e organizzato. Ma basta grattare la superficie perché emerga chiaramente il carattere vuoto di questi annunci. Israele continua a contestare i termini della seconda fase, mentre i palestinesi continuano a morire in quella che teoricamente è una fase di pace.
La situazione umanitaria a Gaza resta catastrofica. Le condizioni di carestia sono leggermente migliorate dopo il cessate il fuoco, ma ciò potrebbe cambiare in un attimo. La fragilità dell’accordo diventa sempre più concreta, mentre Israele continua a vietare a oltre 30 organizzazioni umanitarie di operare a Gaza, tra cui Medici Senza Frontiere e Oxfam. Gran parte dell’infrastruttura umanitaria è ormai scomparsa. In altre parole, le condizioni necessarie affinché la seconda fase possa iniziare sono ben lontane dall’essere soddisfatte.
Ecco come appare un cessate il fuoco quando la cosiddetta comunità internazionale si limita a chiamarlo pace solo perché, ufficialmente, la situazione è meno violenta di prima.
Per la popolazione di Gaza, quasi interamente sfollata, che vive in edifici devastati o in rifugi di fortuna, la distinzione tra guerra e cessate il fuoco è diventata puramente teorica.
Forse questo è il miglior «compromesso» a cui i palestinesi possano aspirare nel quadro attuale: uno status quo gestito che perdura senza soddisfare nessuno. Gli spostamenti, l’insicurezza e le morti continuano, ma a un ritmo che non provoca una reazione internazionale. Le forze israeliane giustificano le loro azioni letali come risposta di sicurezza alle «provocazioni palestinesi». Ciò che conta è che questo livello di devastazione controllata sia sufficientemente basso da preservare il quadro diplomatico del cessate il fuoco, ma sufficientemente alto da mantenere una pressione operativa. In questo modo, Israele può mantenere la propria presenza militare senza dover affrontare i costi politici di una guerra totale.
Ciò che rende questo assetto così eloquente è che rappresenta la definizione stessa di successo secondo la comunità internazionale. Ecco che cosa assomiglia «la fine della guerra» a Gaza: riduzione del numero quotidiano di morti, afflusso sporadico di aiuti, liberazione parziale degli ostaggi palestinesi. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato questo quadro, dispiegato osservatori per supervisionarne il rispetto e gli ha conferito legittimità giuridica.
Il divario tra guerra e pace si è ridotto a una questione di ritmo più che di principio: lo stesso controllo militare e gli stessi spostamenti di popolazione, con la medesima macchina strutturale di morte, ma calibrata a un livello che consente di rivendicare progressi diplomatici. La popolazione di Gaza ha compreso che la distinzione tra le fasi conta meno della continuità delle condizioni. Il quadro funziona perché rende la sofferenza sopportabile: abbastanza grave da continuare, ma sufficientemente controllata da poter essere ignorata.
1.La riapertura di Rafah, avvenuta due giorni fa, si basa su un’aritmetica particolare: 50 persone gravemente ferite, ciascuna accompagnata da due persone, per un totale di 150, dovrebbero poter lasciare Gaza attraverso il valico di Rafah, dopo un controllo militaro-poliziesco israeliano. Tuttavia, su 150, solo 50 possono rientrare a Gaza. La differenza implica un’espulsione di fatto dei gazawi verso un altro «territorio». Inoltre, secondo diversi esperti, il riconoscimento del Somaliland da parte del governo Netanyahu rientra in una strategia di possibile evacuazione di una parte della popolazione di Gaza in questa scissione della Somalia (NdT)
*articolo pubblicato sul settimanale statunitense The Nation il 3 febbraio 2026.
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