Oltre il dollaro senza sostituirlo: la strategia monetaria prudente della Cina
Per la Cina la finanza è adesso materia di sicurezza nazionale. Se ne parla sulla rivista politica del Partito Comunista Cinese, Qiushi, con un articolo del Presidente Xijiping costruito su un intervento tenuto già nell’ottobre 2023 alla Conferenza centrale sul lavoro finanziario.
Xi dice in sostanza che la Cina deve “seguire la strada dello sviluppo finanziario con caratteristiche cinesi” e diventare una “grande potenza finanziaria”. È un progetto di Stato. E dentro quel progetto c’è un obiettivo scritto nero su bianco: una “grande valuta”, usata nel commercio e negli investimenti internazionali, capace di diventare anche valuta di riserva globale. Senza una valuta più forte e più spendibile fuori dai confini, la Cina resta esposta al punto più vulnerabile del mondo contemporaneo: il circuito dollaro-pagamenti-sanzioni. Il presidente cinese chiede quindi che il renminbi cinese raggiunga lo status di valuta di riserva globale, un contesto nel quale lo yuan oggi ha un ruolo molto piccolo rispetto al dollaro. Come riporta il Financial Times, secondo i dati del FMI nel terzo trimestre del 2025, il dollaro rappresentava circa il 57% delle riserve globali, in calo rispetto al 71% del 2000, mentre l’euro si attestava a circa il 20%. Il renminbi era al sesto posto, con solo l’1,93%. La traiettoria per una internazionalizzazione dello yuan resta quindi lunga e dipende da scelte difficili, come il grado di convertibilità, l’apertura del conto capitale, la disponibilità di asset profondi e liquidi in cui il mondo possa parcheggiare risparmio senza temere vincoli improvvisi.
Interessante il modo in cui la leadership cinese intende procedere nell’ambizione costruire una “valuta potente”. Nel suo articolo Xi Jinping prima ancora di parlare di mercati e innovazione, mette otto “principi”: leadership centralizzata del Partito sul lavoro finanziario; finanza al servizio dell’economia reale; prevenzione e controllo dei rischi come tema permanente; riforme sì, ma con stabilità e legalità; apertura sì, ma coordinata con la sicurezza. Tradotto: la finanza non è un settore “libero” che corre dove vuole. È una macchina da tenere sotto controllo, perché se la macchina si rompe, si rompe lo Stato.
Xi Jinping elenca gli “elementi fondamentali” di una potenza finanziaria: banca centrale forte; istituzioni finanziarie robuste; un centro finanziario internazionale capace di influenzare prezzi e flussi; una regolazione che conti anche nella scrittura delle regole globali; e soprattutto una valuta che circoli davvero nel mondo. Questa lista serve a capire la tesi di fondo: non basta dire “internazionalizziamo lo yuan”, ma occorre costruire l’ecosistema che rende credibile quella moneta, e occorre farlo senza perdere controllo interno.
È qui che nasce la tensione strutturale: più vuoi che lo yuan diventi moneta globale, più devi creare strumenti finanziari, mercati profondi, regole trasparenti, fiducia; ma più apri, più aumenti anche il rischio di volatilità, fuga di capitali, instabilità politica ed economica domestica. Xi prova a sciogliere il nodo con una formula tipicamente cinese: apertura selettiva, infrastrutture autonome, disciplina interna.
Il discorso del Presidente cinese si inserisce in un momento delicato per gli Stati Uniti e per la sua moneta. Il dollaro non sta “crollando” in modo cinematografico. Sta perdendo, pezzo dopo pezzo, l’aura di inevitabilità che lo ha reso per decenni la lingua franca delle transazioni, delle riserve, delle garanzie. La scintilla più visibile, in questa fase, è l’oro come termometro politico. Se sale l’oro, sale la domanda di un bene che non dipende dalla promessa di nessuno stato. E se sale così tanto, vuol dire che nel mondo cresce la paura che la promessa americana – stabilità, prevedibilità, regole – non sia più garantita. È dentro questo vuoto che Pechino prova a infilare lo yuan.
Il punto di partenza è che oggi la finanza internazionale è una rete fatta di fiducia e infrastrutture. Il dollaro domina perché è ovunque: nei pagamenti, nelle riserve, nei collaterali, nei mercati più liquidi, nelle norme e negli standard. Ma proprio perché è ovunque può diventare “leva”: sanzioni, congelamenti di asset, esclusioni da circuiti di pagamento, pressioni sulle banche corrispondenti. Il messaggio implicito e ormai compreso anche da paesi che non sono “nemici” degli Stati Uniti, è che dipendere troppo da quella rete equivale ad accettare che, in caso di crisi politica, qualcuno possa spegnerti la luce. Questa consapevolezza accelera due processi paralleli: la ricerca di “beni neutri” (oro) e la costruzione di “binari alternativi” (sistemi di pagamento e regolamento fuori dall’orbita dollaro-SWIFT).
Secondo l’economista statunitense Noah Smith, l’idea chiave non è tanto la “fine del dollaro” quanto “anarchia finanziaria internazionale”: un’epoca in cui il sistema non ha più un centro unico credibile, e dove nessun attore vuole o riesce a sostituire davvero l’egemone. In quel quadro, l’oro torna a fare da ammortizzatore perché non ha rischio di controparte: se lo possiedi fisicamente, non dipendi dalla solvibilità di uno Stato o di una banca. Ma proprio questa “neutralità” ha un prezzo: l’oro è volatile, ha offerta rigida, e soprattutto non ha un “gestore” che ne stabilizzi il valore. Se l’oro diventasse il perno di riserve e garanzie, quella volatilità si trasmetterebbe ai circuiti di credito e pagamento, rendendo il sistema più instabile.
In altre parole: l’oro come rifugio è comprensibile; l’oro come architettura del sistema è un ripiego che assomiglia più a una ritirata collettiva che a una riforma. Questo è uno dei passaggi più importanti: la corsa all’oro non è la prova che il mondo ha trovato un nuovo ordine; è la prova che teme di perderne uno senza averne pronto un altro.
Dentro questa cornice, Smith separa tre funzioni che spesso vengono confuse: la valuta usata per fare pagamenti internazionali; la valuta e gli asset detenuti come riserva; la valuta usata come collaterale nei prestiti. Sono tre cose diverse, anche se storicamente si sono sommate sul dollaro. Un’azienda può pagare in dollari senza “tenere” dollari a lungo; una banca centrale può detenere titoli americani come riserva senza che ciò dipenda meccanicamente dai pagamenti; i mercati possono usare collaterale in dollari per ragioni di liquidità e fiducia anche se, teoricamente, esisterebbero alternative. È un punto tecnico ma cruciale perché ridimensiona l’idea semplicistica secondo cui “se il commercio non usa più il dollaro, allora il dollaro perde automaticamente il primato nelle riserve” o viceversa. I legami esistono, ma non sono automatici, e possono spezzarsi con tempi diversi. Ed è proprio questo disallineamento che produce l’anarchia: tante soluzioni parziali, nessun sostituto totale, più attrito e più rischio di crisi di liquidità nei momenti di panico
Per Smith il detonatore recente è la percezione di imprevedibilità politica americana: dazi a singhiozzo, minacce, attacchi all’autonomia della banca centrale, deficit e debito in crescita, e soprattutto l’idea che le regole possano cambiare per impulso. Anche senza entrare nel merito delle singole misure, il risultato è un premio al “bene neutro”. Nel suo racconto, questa paura si vede in due canali: acquisti di oro da parte di banche centrali e spinta degli investitori (anche tramite strumenti finanziari legati all’oro) soprattutto in Asia. In parallelo, nota come la narrazione di “oro digitale” attribuita alle criptovalute venga smentita dal comportamento dei prezzi: quando sale la paura sul dollaro, l’oro sale, mentre il valore delle criptovalute tende a comportarsi più come un asset rischioso collegato al ciclo finanziario e al mercato azionario statunitense. I beni rifugio funzionano perché tanti decidono di usarli come rifugio nello stesso momento. Oggi quel coordinamento continua a favorire l’oro
Qui entra in scena la Cina, ma in modo meno lineare di quanto si pensi. L’idea caricaturale è che se l’America perde, allora la Cina vince e lo yuan prende il posto del dollaro. In realtà, ci dice China Banking News, non è così semplice: Pechino vuole internazionalizzare lo yuan, ma non vuole caricarsi sulle spalle il mestiere dell’egemone monetario globale, perché quel mestiere ha costi enormi. È un passaggio fondamentale, quasi controintuitivo per chi legge la geopolitica come una staffetta dove uno prende il testimone dell’altro. Secondo questa lettura, l’internazionalizzazione dello yuan è prima di tutto una risposta difensiva e strategica alle politiche americane, in particolare alla “militarizzazione del dollaro” attraverso sanzioni e pressione finanziaria. Non è, o non vuole essere, un progetto di dominio monetario totale.
Il ragionamento interno cinese, per come viene riportato, gira attorno a una parola: sicurezza. Se una quota crescente di commercio, energia e materie prime può essere regolata in renminbi, allora la Cina riduce la vulnerabilità ai colli di bottiglia esterni. Se esistono infrastrutture di pagamento e regolamento che non dipendono interamente da reti controllate o influenzate da Washington, allora la minaccia di sanzioni e congelamenti perde efficacia. E se il mercato dei capitali cinese diventa più profondo e sofisticato, con più strumenti in renminbi appetibili anche per investitori internazionali, allora la valuta guadagna “spessore” senza bisogno di proclamare una crociata contro il dollaro.
L’internazionalizzazione del renminbi rientra anche nel quindicesimo piano quinquennale dove si parala di aumentare l’apertura del conto capitale e creare un sistema di pagamenti transfrontalieri in renminbi “sovrano e controllabile”. Quindi apertura a condizioni cinesi; circolazione internazionale con infrastruttura autonoma; integrazione senza rinunciare al controllo.
Secondo Lian Ping, direttore del China Chief Economist Forum, un think tank che riunisce economisti cinesi, le condizioni favorevoli si presenteranno nel periodo 2026-2030: calo di fiducia nella leadership statunitense, guerre tariffarie che rimescolano alleanze, necessità cinese di sostenere l’innovazione tecnologica e, in generale, crescita dei commerci con aree dove la Cina può negoziare regolamenti in valuta propria (ASEAN, America Latina). L’idea è semplice: più scambi fuori dall’asse tradizionale, più opportunità di usare lo yuan come valuta di regolamento.
Miao Yanliang, è uno stratega legato alla China International Capital Corporation, la prima grande banca d’investimento “moderna” cinese fondata nel 1995, e con esperienza alla State Administration of Foreign Exchange, l’autorità cinese che gestisce e controlla i flussi di valuta estera. Miao è un sostenitore dell’internazionalizzazione soprattutto per “migliorare” il sistema finanziario domestico, per rendere più credibile i meccanismi di credito, rating, gestione dei default, liquidità del mercato obbligazionario. Quindi l’internazionalizzazione diventerebbe un incentivo a correggere difetti storici. È un ragionamento che lega geopolitica e riforma interna: aprire un po’ la porta per costringere il sistema a maturare.
Ma sulla stampa cinese arriva l’avvertimento più interessante: quello di chi teme che la Cina, inseguendo lo status di valuta egemone, finisca per importare i problemi dell’America. Zhang Chun, professore di economia alla Jiao Tong University di Shanghai, sostiene che l’egemonia monetaria ha un costo reale: una valuta troppo forte e troppo richiesta tende a sopravvalutarsi, erodendo la competitività dell’industria esportatrice e spingendo verso una finanziarizzazione che può danneggiare l’economia reale. È la critica classica al “privilegio” della valuta di riserva: sembra un vantaggio infinito, ma produce squilibri e tentazioni (debito, deficit, deindustrializzazione) che alla lunga possono indebolire il paese che lo esercita.
Da qui l’idea alternativa: non sostituire il dollaro con lo yuan, ma dividere l’onere e i costi di un sistema di riserve più multipolare. In filigrana, è una forma di realismo: la Cina vuole spazio e protezione, non necessariamente il trono con la corona.
William Pesek su Asia Times descrive un contesto in cui la svalutazione percepita del dollaro e l’impennata dell’oro mandano un segnale politico: la fiducia nel biglietto verde non è più automatica. E se la fiducia non è automatica, chiunque abbia un progetto di internazionalizzazione monetaria – anche parziale – trova una finestra per agire. La tesi di Pesek è che, con alleati irritati e un clima di incertezza, Washington regala a Pechino l’argomento perfetto: “non vi stiamo chiedendo di scegliere la Cina, vi stiamo consigliando di ridurre un rischio”. Pesek collega questa dinamica alla competizione fra sistemi: se l’America appare più litigiosa, più imprevedibile, più pronta a usare strumenti economici come clava, allora cresce la domanda di diversificazione. E diversificazione, in geopolitica finanziaria, vuol dire: più oro, più valute alternative nei regolamenti, più accordi bilaterali, più infrastrutture parallele. Non significa automaticamente “fine del dollaro”, ma significa erosione del monopolio psicologico.
Per quanto riguarda il ruolo del multilaterale BRICS, secondo il giornalista olandese Jan Krikke la partita non si gioca con la costruzione di una “valuta dei BRICS”, ma nella costruzione di una nuova infrastruttura, cioè un sistema di pagamento che colleghi valute digitali di banca centrale nazionali interoperabili. Un circuito quindi che consenta regolamenti diretti tra valute, riducendo passaggi, costi, tempi e soprattutto riducendo l’esposizione a sanzioni e congelamenti. È una forma di “de-dollarizzazione” pratica, non ideologica.
L’alternativa, cioè la “valuta dei BRICS”, rischia di schiantarsi sulle differenze fra paesi (regimi inflazionistici, controlli sui capitali, timori di dominio dello yuan). La soluzione proposta è più modulare: ogni paese mantiene sovranità monetaria, ma rende la propria valuta digitale compatibile con le altre tramite standard comuni e meccanismi di regolamento. In pratica, si tenta di replicare in chiave internazionale ciò che alcune economie (come l’India) hanno fatto con i pagamenti domestici: interoperabilità come arma di scala. E l’India, nel racconto di Krikke, è centrale perché ha interesse a evitare una moneta sovranazionale e a costruire infrastrutture che la rendano meno dipendente da circuiti esterni.
E l’infrastruttura deve essere multilaterale. Krikke richiama l’esperienza di regolamenti India-Russia dove la Russia si è ritrovata con rupie difficili da riutilizzare: un collo di bottiglia che dimostra perché la soluzione non può essere solo bilaterale. Serve una rete più ampia in cui le valute “guadagnate” possano circolare in un blocco commerciale più grande. Un’infrastruttura multilaterale non elimina automaticamente gli squilibri commerciali, ma offre un modo più elastico per gestirli.
Krikke descrive due strumenti che rappresentano un tentativo di rendere praticabile la compensazione senza dollaro: cicli di regolamento (una sorta di “saldo periodico” delle partite) e linee di swap fra banche centrali (scambi temporanei di valuta per garantire liquidità). I cicli di regolamento riducono la necessità di spostare grandi masse di valuta per ogni transazione, ma permettono di accumulare i pagamenti di un intero periodo, per regolare solo il netto finale. Le linee di swap servono come paracadute quando, per motivi stagionali o shock, un paese ha bisogno di più valuta dell’altro per chiudere il saldo. Senza questi meccanismi, la de-dollarizzazione resta uno slogan perché inciampa sulla liquidità
A rende nervoso il sistema si aggiunge il debito denominato in dollari, americano e globale. Quando troppa parte del credito mondiale è in dollari, l’intero pianeta dipende dalla stabilità dei tassi americani e dalla capacità degli Stati Uniti di finanziare il proprio debito senza shock. Se la domanda globale di asset in dollari rallenta, i tassi possono salire, il servizio del debito americano diventa più pesante, e la stretta si trasmette al resto del mondo. È un circuito potenzialmente autoalimentato: meno fiducia, tassi più alti, più stress finanziario, ancora meno fiducia. In questo quadro, un circuito BRICS non “sostituisce” il dollaro, ma prova a costruire un binario di emergenza, che consenta a una parte del commercio essenziale (energia e materie prime) di continuare anche in caso di crisi o sanzioni
In ogni caso il nodo più duro resta quello di partenza: per diventare davvero valuta di riserva, una moneta deve essere pienamente convertibile, sostenuta da mercati profondi e aperti, e deve offrire un’enorme quantità di asset sicuri e liquidi acquistabili senza timore di controlli improvvisi. Qui la Cina è davanti a un dilemma: più apertura significa più esposizione a volatilità e fuga di capitali; più controllo significa meno fiducia internazionale. Il discorso di Xi, nella parte che insiste su rischio, stabilità, leadership centralizzata e finanza al servizio dell’economia reale, suggerisce che Pechino proverà a risolvere il dilemma con gradualità e strumenti propri: apertura selettiva, canali controllati, sviluppo di infrastrutture autonome. Ma proprio questa gradualità rende improbabile una sostituzione rapida del dollaro. La traiettoria più plausibile è una crescita progressiva dell’uso internazionale dello yuan e di altre valute, in parallelo con una progressiva decrescita del dollaro, senza arrivare all’incoronazione di una nuova valuta egemone.
E proprio perché nessuno sembra in grado o intenzionato a sostituire il dollaro con un unico successore, l’esito più immediato non è un nuovo ordine stabile, ma una fase più rugosa: più attrito, più costi di copertura, più volatilità, più politica dentro la finanza.
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