Negli ultimi decenni, lo Stato si è arricchito, le imprese anche, ma le famiglie meno. La Cina deve affrontare il problema della distribuzione!

DAZIBAO

La Cina non ha un problema di ricchezza, ha un problema di chi la trattiene.

Negli ultimi mesi i media occidentali sembrano aver scoperto improvvisamente che la Cina “funziona”: i dazi di Trump sono stati assorbiti senza traumi, il surplus commerciale ha toccato nuovi record, l’industria manifatturiera tiene, l’intelligenza artificiale corre. Il messaggio è chiaro: Pechino non solo ha resistito alla pressione statunitense, ma ne sarebbe uscita persino rafforzata.

Tutto vero, almeno a livello macroeconomico.

Eppure c’è un paradosso che in questo racconto resta quasi sempre fuori campo: molti cittadini cinesi oggi si sentono sempre più a corto di soldi. I sondaggi riportati da China Daily nel 2024 mostrano che oltre il 70% degli intervistati è attivamente alla ricerca di fonti di reddito aggiuntive, mentre quasi la metà dei consumatori ha dichiarato di acquistare solo beni di prima necessità e di ridurre deliberatamente le spese non essenziali. Questa tendenza è diffusa in diverse città e fasce di reddito.

Nel frattempo, i numeri della Banca Popolare Cinese raccontano un’altra faccia dello stesso fenomeno: il risparmio delle famiglie continua a crescere. Nel 2024, il saldo dei risparmi dei residenti cinesi ha raggiunto il record di 151,3 trilioni di yuan, con risparmi pro capite superiori a 100.000 yuan. Come riporta la Banca Mondiale, rispetto ai dati internazionali, il tasso di consumo delle famiglie cinesi su GDP è del 40%, ben al di sotto della media mondiale di circa 55%. Nei paesi sviluppati questo dato varia dal 60% al 70%. 

Qui esce un paradosso, L’economia cinese — la seconda più grande del mondo — continua a crescere, registra surplus commerciali elevati e mostra una notevole capacità di generare ricchezza. Eppure, la quota dei consumi delle famiglie sul PIL resta sorprendentemente bassa. 

La domanda allora è inevitabile: perché i cinesi spendono così poco?

La prima impressione potrebbe essere che i cinesi amano risparmiare, non vogliono o non osano a spendere. Ma questa spiegazione non regge: come spiega il Financial Times, la Cina ha registrato il tasso di crescita della spesa delle famiglie più rapido del 21° secolo. Come scrive il quotidiano britannico “secondo la narrazione standard, la Cina si è prefissata di diventare una potenza manifatturiera negli anni ‘80 e da allora ha limitato la spesa dei consumatori, in modo da poter investire i loro risparmi nella costruzione di porti e fabbriche. Ma il consumatore represso è un mito”.

In termini reali, dal 2000 ad oggi la spesa dei consumatori privati ​​in Cina è cresciuta di oltre l’8% all’anno, di gran lunga più velocemente che in qualsiasi altra economia. Negli ultimi anni, la crescita della spesa dei consumatori ha rallentato nella maggior parte dei paesi, ed è scesa anche in Cina al 5% annuo. Ma questo dato è comunque superiore a quello di qualsiasi altra grande economia. Secondo i dati della Banca Mondiale, la spesa per consumi delle famiglie in Cina è passata da poco più di 1.000 miliardi di dollari all’inizio degli anni 2000 a oltre 7.000 miliardi di dollari nel 2023, diventando uno dei più grandi mercati di consumo al mondo in valore assoluto.

L’idea del “consumatore cinese represso” nasce osservando la quota di consumi nel PIL cinese, ben al di sotto della media globale. Ma, secondo il Financial Times, “la ragione di questa anomalia non è la lenta crescita dei consumi, bensì il fatto che l’altra grande componente del PIL, gli investimenti – in infrastrutture, immobiliare, settori dell’export – è cresciuta ancora più rapidamente, con una media del 10% annuo”.

Se dunque i consumi crescono rapidamente in valore assoluto, il problema non è che il consumo cinese è strutturalmente represso, ma che la crescita dei redditi disponibili delle famiglie non ha tenuto il passo con la crescita complessiva dell’economia. È qui che il paradosso smette di essere psicologico o culturale, e diventa strutturale.

Il modello cinese della distribuzione della ricchezza 

Per capire dove sia finita la ricchezza prodotta, bisogna guardare al modello di distribuzione della crescita adottato dalla Cina negli ultimi decenni.

Un canale fondamentale attraverso cui si è concentrata la ricchezza durante la fase di crescita trainata dall’export è stato il settore delle imprese, in particolare la manifattura e il sistema statale e para-statale. Nel periodo dell’economia fortemente orientata alle esportazioni, soprattutto tra il 2001 e il 2012, una parte consistente dei profitti generati dal commercio internazionale è rimasta all’interno delle imprese. Questo ha riguardato non solo le aziende manifatturiere cinesi, ma anche le imprese statali e i grandi gruppi privati.

I dati macroeconomici mostrano che la redditività delle imprese è cresciuta più rapidamente dei salari. 

Crescita salari in Cina 2013-2024

L’economia cinese ha registrato una crescita salariale media dell’8,4% nel decennio fino al 2024, ma nel 2024, la crescita salariale è stata del 2,8%.

Cina – Profitti delle imprese industriali

Secondo i dati ufficiali sui profitti delle imprese industriali, nei primi anni 2000 hanno registrato una crescita a due cifre (dal 20% al 40% anno su anno). Negli anni 2010 la dinamica si è attenuata sensibilmente, con anni di crescita bassa (ad esempio +3,3% nel 2014) e perfino cali (–2,3% nel 2015). Dopo la pandemia c’è stato un forte rimbalzo nel 2021 (+34,3%), seguito però da una fase di redditività debole: –4,0% nel 2022, –2,3% nel 2023 e –3,3% nel 2024. Questo indica che la quota di reddito trattenuta dalle imprese è aumentata rapidamente nei decenni passati ma ora sta rallentando rispetto alla crescita salariale e alla crescita del PIL.

Andamento della quota dei redditi da lavoro sul reddito nazionale. In rosso la Cina, in blu gli USA 1990 – 2017

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In parallelo, al crescere della economia, la quota dei redditi da lavoro sul reddito nazionale è diminuita per buona parte degli anni 2000. Si tratta di quanta parte della ricchezza nazionale finisce ai lavoratori sotto forma di salari e compensi, non di salari in valore assoluto. Nei primi anni ’90 la quota salari è stata intorno al 53–54%. Tra 2000 e 2007 c’è una caduta netta e continua, con un minimo attorno al 2007, poco sotto il 40%. Dopo il 2008 c’è stato un recupero parziale.

Questo significa che, mentre l’economia si espandeva rapidamente, una porzione sempre più ridotta del valore prodotto veniva distribuita sotto forma di salari, e una quota crescente rimaneva sotto forma di profitti aziendali.

In termini di distribuzione, ciò implica che la crescita si è tradotta prima di tutto in accumulazione di capitale e rafforzamento delle imprese, più che in un aumento proporzionale del reddito disponibile delle famiglie. I salari sono aumentati, ma non allo stesso ritmo della produttività e dei profitti, perché il modello di sviluppo ha privilegiato la competitività, la capacità di investimento e l’espansione industriale.

Un altro ruolo centrale in questo modello di distribuzione della ricchezza è stato svolto dai governi locali, attraverso il meccanismo della finanza fondiaria cinese .

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