Israele riconosce il Somaliland, colpo di stato in Burkina Faso e azione militare USA in Nigeria: lo sfondo altamente instabile della visita del ministro degli esteri cinese in Africa
Wang Yi parte dall’Africa perché, come di consueto per la diplomazia cinese, l’inizio dell’anno è ormai da decenni una dichiarazione di priorità: l’Africa come primo teatro estero. Così la visita di Wang in Africa è in linea con una tradizione che dura da più di 30 anni, in base alla quale i ministri degli Esteri cinesi fanno del continente africano la loro prima destinazione all’estero. Ma la visita della Cina si inserisce in un quadro di tensioni che nelle ultime settimane hanno toccato il continente africano.
La prima crisi si è prodotta alla fine di dicembre, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato il riconoscimento di Israele all’indipendenza del Somaliland, una posizione non riconosciuta dalla comunità internazionale e guardata con forte scetticismo anche da interlocutori tradizionalmente vicini a Tel Aviv, come l’Unione europea. Quasi contemporaneamente gli Stati Uniti hanno condotto una operazione militare in Nigeria. E negli ultimi giorni sono emerse notizie di un tentato colpo di stato in Burkina Faso contro Ibrahim Traoré.
In questo contesto teso si ripete la quest’anno la trentennale liturgia cinese, ma con una densità politica più alta del solito: il tour ruota attorno al Corno d’Africa e ai suoi chokepoint logistici, attraversa il perimetro dell’Unione Africana ad Addis Abeba e arriva fino a Lesotho, tappa meridionale che segnala un messaggio di continuità continentale. Secondo Africa e Affari l’itinerario comprende Etiopia, Somalia, Tanzania e Lesotho, con una prima tappa ad Addis Abeba legata al lancio dell’“Anno degli scambi tra i popoli Cina-Africa” presso il quartier generale dell’Unione Africana, e con l’Africa orientale descritta come regione “strategicamente fondamentale” per Pechino.
Ci sono anche le frizioni: Wang Yi ha rinviato la visita in Somalia prevista nel tour, e Mogadiscio non ha indicato motivazioni né nuova data. È un dettaglio che, letto con attenzione, dice molto.
La Somalia è uno dei luoghi dove si sovrappongono tre mappe: quella dei traffici (Bab el-Mandeb, Mar Rosso, Golfo di Aden), quella della sicurezza (militanze jihadiste e contro-insorgenza) e quella della “diplomazia di riconoscimento” (chi decide che cosa è uno Stato e che cosa è una regione). La visita va collegata al bisogno di sostenere diplomaticamente la Somalia dopo il riconoscimento formale di Somaliland da parte di Israele, passaggio percepito a Mogadiscio come ferita alla sovranità.
Il blitz diplomatico di Israele sta scatenando tensioni che si espandono fra Nord Africa, Medio Oriente e Corno d’Africa con un intreccio regionale che si allarga anche ad attori esterni come Stati Uniti e Cina.
Associated Press descrive proteste a Mogadiscio contro quel riconoscimento, ricordando che Somaliland si è dichiarato indipendente nel 1991 e che finora non aveva ottenuto riconoscimento da membri ONU, mentre Israele ha compiuto il gesto il 26 dicembre 2025 e il suo ministro degli Esteri ha visitato la capitale Hargeisa annunciando l’intenzione di aprire un’ambasciata.
Qui si innesta il primo nodo “profondo” del tour: Wang Yi apre l’anno invocando un fronte “unito” contro la “legge della giungla” e rilanciando l’idea una “ascesa irresistibile” di Cina-Africa come coppia storica. Il SCMP, dal canto suo, incornicia l’appello all’ordine basati su istituzioni condivise come invito a non lasciare che le regole siano scritte altrove e poi imposte, un lessico che in Africa suona sempre come domanda: “di chi sono le regole, e chi paga il prezzo quando cambiano?”.
La scelta di Wang Yi dell’Etiopia come apertura, e dell’Unione Africana come palcoscenico è significativa. Addis Abeba è un crocevia in cui Pechino cerca da anni di trasformare la relazione bilaterale in relazione con un continente che si istituzionalizza.
Per capire lo scopo del tour bisogna guardare al modo in cui Pechino legge oggi la propria presenza africana: meno come corsa lineare all’espansione e più come gestione di un equilibrio diventato complicato, dove convivono ambizioni industriali, contenziosi sul debito, concorrenza geopolitica e rischi di sicurezza. Un pezzo ISPIsulla strategia africana della Cina nota che i flussi di investimenti diretti cinesi sono cresciuti molto dagli anni 2000, hanno toccato picchi (con valori indicati fino a 5 miliardi nel 2021) e poi si sono ridotti negli ultimi due anni, segnalando una fase più selettiva e prudente; e aggiunge che gli investimenti si sono concentrati in costruzioni, estrazione mineraria e manifattura, soprattutto verso paesi ricchi di risorse. Sempre l’ISPI sugli interessi cinesi nell’“Africa del Mediterraneo allargato” descrive la Cina come attore sempre più centrale e, soprattutto, come “alternativa” percepita rispetto alle potenze occidentali, in una fase in cui molti governi africani cercano margini di manovra tra partner diversi.
Il tour di Wang Yi va letto esattamente qui: nella transizione da una fase di espansione “a colpi di progetti” a una fase di consolidamento “a colpi di stabilità”. Quando Reutersdice che ad Addis Abeba Wang ha incontrato il suo omologo Abiy Ahmed e ha promosso cooperazione su infrastrutture, tecnologie verdi e digitale, sta descrivendo tre leve che servono a tenere assieme due priorità: accesso a rotte e risorse, e costruzione di un’immagine di partnership “di modernizzazione”, non solo di estrazione.
La diplomazia cinese, in altre parole, prova a spostare il baricentro dal cemento (che resta) alla capacità di restare rilevante nella nuova economia africana, quella che mette insieme energia, reti, logistica, dati.
Quando parliamo di Cina in Africa nel 2026 non possiamo fermarci solo ai porti e alle ferrovie. La sua presenza è fatta di satelliti, stazioni di terra, telecomunicazioni, osservazione della Terra, navigazione e dati. Nigrizia, ad esempio, scrive che la Cina ha accordi per programmi spaziali con 23 paesi africani e che lo sviluppo di progetti spaziali è diventato una priorità di Pechino nei rapporti con il continente. Questo numero non è un dettaglio folkloristico: dice che la cooperazione non è più limitata a “donare un satellite” per prestigio, ma crea reti tecniche, formazione, manutenzione e dipendenze di standard. Bisogna ricordare che la Cina ha costruito una propria stazione spaziale (Tiangong) come alternativa all’ecosistema ISS dal quale è stata esclusa, e che investe su un ventaglio di missioni e infrastrutture: quando questa traiettoria si proietta in Africa, lo fa come estensione di un sistema tecnologico completo. Il punto politico è semplice: chi fornisce infrastrutture spaziali e servizi associati non fornisce “solo tecnologia”; fornisce capacità di vedere, comunicare, localizzare e prevedere. In un continente in cui la gestione di territori enormi e di confini porosi è uno dei grandi problemi degli Stati, l’osservazione satellitare e le reti di telecomunicazione diventano strumenti di governance.
Un altro esempio è la ferrovia elettrificata Gibuti-Addis Abeba, costruita e finanziata dalla Cina, come tassello di una sequenza di progetti che legano l’entroterra a porti e corridoi. Quel corridoio è la versione materiale di un’idea: ridurre frizioni di trasporto e aumentare dipendenze reciproche. Ma le dipendenze non sono mai “neutre”. Se la logistica è la circolazione della linfa economica, chi controlla i colli di bottiglia controlla anche le crisi.
È per questo che il Corno d’Africa torna ossessivamente in ogni ragionamento sulla Cina nel continente africano: è lì che si sovrappongono la presenza cinese e la fragilità locale, la promessa infrastrutturale e la competizione militare indiretta.
Non serve nemmeno evocare scenari astratti: basta guardare alla sequenza di fatti che, in pochi giorni, hanno toccato Somaliland, con il riconoscimento di Israele, Sahel, con il tentato colpo di stato in Burkina Faso contro Ibrahim Traoré, e Nigeria, con l’azione militare degli Stati Uniti.
È da qui che si aprono le domande decisive: quanto pesa davvero il riconoscimento del Somaliland sugli equilibri del Corno d’Africa? In che misura la Cina sta cercando di “tamponare” una regione in crescente instabilità? E soprattutto: questa fase di consolidamento cinese è una scelta autonoma o una risposta obbligata a un ambiente che sta diventando più conflittuale e meno prevedibile? Nel resto del post, riservato agli abbonati sostenitori, entriamo nel dettaglio di questi interrogativi.
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