Qualche compagno serio ci ha obiettato : non credete di sognare quando ipotizzate una scesa in campo dei proletari latino-americani contro l’aggressione dei gringos al popolo del Venezuela e quelle in cantiere degli stessi gangster contro Cuba, la Colombia e così via? Non dovremmo accontentarci di qualcosa di meno, di più realistico? La nostra risposta è: no.

Con essa facciamo riferimento da un lato alla grande tradizione di combattività del proletariato e delle masse oppresse dell’America Latina, dall’altro – evidentemente – alla prospettiva, che le spingerà a doverrispondere all’intensificata aggressione statunitense a tutti i lavoratori del continente con la lotta e il massimo sforzo di unire le proprie forze alla scala continentale. 

Abbiamo già dato conto delle prime risposte in diversi paesi del Sud America, a cominciare dall’Argentina, alle azioni di pirateria internazionale compiute nei giorni scorsi da Washington; qui, in un pezzo curato da Paola Zadra, diamo conto della coraggiosa battaglia che i minatori boliviani hanno intrapreso contro il governo di Paz Pereira, subentrato alla disastrosa deriva del partito di Evo Morales. Trump e i suoi adepti Milei, Paz e Co. (tra essi anche una neo-convertita Delcy Rodriguez, reduce da lunghi colloqui con emissari di Washington in Arabia?) non avranno vita facile. (Red.)

Il proletariato minerario guida lo sciopero generale contro il “gasolinazo” di Paz Pereira. Tra negoziati dall’alto, la rabbia che emerge dal basso e la necessità di una risposta unitaria.

Il governo di Rodrigo Paz Pereira sta affrontando la sua prima grande crisi dopo soli 45 giorni di mandato. Le proteste sono state innescate dalla pubblicazione del Decreto Supremo 5503, che ha scatenato una risposta immediata da parte di ampi settori della classe operaia e della popolazione più povera, scese in piazza per difendere le proprie condizioni di vita da una misura di austerità al servizio degli interessi del capitale.

Le prime proteste, iniziate venerdì 19 dicembre, hanno provocato oltre 120 arresti e decine di feriti a causa della repressione della polizia.

Questo decreto elimina i sussidi al carburante e aumenta i prezzi della benzina dell’86% e del gasolio del 160%, prima sovvenzionati; favorisce il capitale nazionale e transnazionale, perché accompagnato da un pacchetto di austerità e da misure che deregolamentano le importazioni di idrocarburi e aprono la strada alla privatizzazione delle aziende statali e delle risorse naturali.

La Bolivia è al centro di una disputa sull’accesso alle risorse naturali, principalmente alle riserve di litio e ad altri minerali come le terre rare. Gli Stati Uniti stanno cercando di stabilire una presenza in queste aree.

Paz Pereira, che aveva promesso “gradualismo economico”, sostiene che questa misura consentirà un risparmio di 3,5 miliardi di dollari all’anno, pari al 6,4% del Prodotto Interno Lordo (PIL).

Ma il governo ha anche eliminato in un batter d’occhio quattro imposte alle grandi aziende che in realtà le colpivano in minima parte; ha sì aumentato del 20% gli stipendi dei lavoratori regolari, ma la cifra ha conseguenze risibili, poiché copre solo il 15% della forza lavoro, dato che il restante 85% è interamente precario (questo è il risultato di 20 anni di governo del MAS, che ha parlato molto di “diritti”, ma ha lasciato mano libera ai padroni nel promuovere e generalizzare il lavoro precario e informale).

In un contesto segnato da inflazione, precarietà lavorativa e un calo sostenuto del potere d’acquisto, diversi settori – federazioni minerarie, lavoratori dei trasporti sindacalizzati, settori agricoli, parti del movimento sindacale e consigli di quartiere e comunità – sono scesi in piazza per denunciare l’impatto diretto del decreto sulle loro condizioni di vita e di lavoro.

Sebbene il governo e la dirigenza sindacale stiano cercando di dividere e contenere la mobilitazione attraverso accordi frammentari e tavoli di dialogo, l’esperienza di queste giornate di azione dimostra una profonda capacità di lotta, organizzazione e consapevolezza di base, un enorme potenziale che si apre se i lavoratori avanzano verso l’unità d’azione, l’autorganizzazione democratica e una strategia politica indipendente capace di trasformare la resistenza in offensiva.

La Centrale Operaia Boliviana (COB) si è unita alle proteste dopo oltre 48 ore di scontri di piazza con la polizia e la formazione di blocchi stradali e ha proclamato uno sciopero generale a tempo indeterminato lunedì 22 dicembre, chiedendo l’abrogazione del Decreto.

L’epicentro dello sciopero generale indetto dalla COB è stato la capitale La Paz. Grandi colonne di migliaia di minatori, con i loro caschi e attrezzi, si sono mobilitate e hanno bloccato tutti gli ingressi a Plaza Murillo, dove si trova la sede del governo.

La polizia ha cercato di impedire lo sciopero con ogni mezzo: ha eretto recinzioni e barricate su tutte le strade principali e ha scatenato una feroce repressione contro i minatori, che hanno lottato per ore, ripresentandosi per diversi giorni raggiunti da altri settori (insegnanti e operai). L’intero centro città è stato paralizzato. Significative le manifestazioni e i blocchi a Cochabamba e in altri distretti.

La decisione di indire lo sciopero generale coesiste con una politica contraddittoria da parte della dirigenza del Sindacato Centrale dei Lavoratori (UCR), che ha contemporaneamente accettato di partecipare alle sessioni di dialogo convocate dal governo. Sebbene la dirigenza insista sul fatto che il dialogo non implichi l’allentamento delle tattiche di pressione o l’abbandono della richiesta di abrogazione, questa duplice strategia – un piede nella mobilitazione e l’altro nei canali istituzionali – non è né nuova né accidentale. In pratica, funziona come un meccanismo per incanalare il conflitto entro margini controllabili dallo Stato, impedendo alla protesta di trasformarsi in uno scontro prolungato e diffuso che metterebbe in discussione non solo una misura specifica, ma anche la direzione strutturale delle misure di austerità. Sebbene settori come la FSTMB e numerosi sindacati di base mantengano una posizione combattiva, il ruolo della COB è stato ripetutamente quello di gestire i tempi delle proteste, frammentare la mobilitazione e aprire canali di negoziazione che, lungi dal ribaltare le misure di austerità, finiscono per legittimarle parzialmente.

Il governo di Rodrigo Paz è riuscito a raggiungere accordi con diversi settori sociali, ha istituito “tavoli di dialogo” con i lavoratori dei trasporti e le “cooperative minerarie” e persino con le organizzazioni di base e di quartiere, per impedire loro di aderire allo sciopero generale. Questi accordi parziali, basati su concessioni specifiche e tavoli di dialogo settoriali, hanno consentito una temporanea de-escalation del conflitto. Ciò spiega la sospensione di alcune tattiche di pressione da parte di organizzazioni che avevano condotto azioni molto dure nei primi giorni.

Mentre i negoziati si svolgono ai vertici, il Decreto 5503 rimane intatto. La lotta non si perde nelle strade: viene frenata dall’alto, gestita e compressa per evitare che debordi.

Di fronte alla persistenza delle marce dei minatori, la COB ha iniziato a organizzare la presenza di settori della piccola borghesia per contrastare le colonne mobilitate, accusandole di vivere “a spese dello Stato” ed ha lanciato un’ampia operazione mediatica contro i minatori e le loro mobilitazioni.

Ha votato in una sessione plenaria tenutasi il giorno di Natale sia a favore del mantenimento delle mobilitazioni sia per partecipare al “dialogo” con il governo, affermando che avrebbe posto fine alla lotta in corso solo se il governo avesse abrogato il decreto 5503.

E’ qui il caso di ricordare il ruolo svolto dalla COB sotto la lunga guida di Juan Carlos Huarachi, un ruolo duramente criticato da ampi settori della classe operaia per la sua sistematica subordinazione ai governi in carica: dal MAS (Movimento per il Socialismo) di Evo Morales, passando per il governo di fatto di Jeanine Áñez, fino alla gestione del MAS di Luis Arce. L’estensione dei mandati, la mancanza di democrazia sindacale e il costante adattamento al potere politico hanno consolidato una profonda frattura tra una leadership burocratizzata e una base che, ripetutamente, rivendicava maggiore militanza e indipendenza di classe.

Questa offensiva del governo contro i lavoratori è una risposta diretta alle pressioni dell’imperialismo statunitense e delle associazioni imprenditoriali. Il decreto è stato emesso pochi giorni dopo la visita di una delegazione dell’International Development Finance Corporation (DFC), dell’Export-Import Bank of the United States (EXIM), dell’United States Trade and Development Agency (USTDA), del Dipartimento del Commercio e del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti al governo di Rodrigo Paz.

 Tra le prime riforme del governo c’è quella che riorganizza il regime di gestione degli investimenti: il “fast track” (approvazione immediata) prevede che se un investimento non viene approvato entro 30 giorni, l’approvazione sarà automatica. Ciò elimina, in particolare per gli investimenti minerari, ogni valutazione di impatto ambientale o consultazione con le comunità e la stessa approvazione parlamentare. Agli “investitori” vengono inoltre concessi 15 anni di “stabilità” legale e fiscale, pena l’”arbitrato” di tribunali internazionali.

Si pianifica anche un sistema di riciclaggio di denaro: con un’aliquota fiscale pari a zero, gli investitori non dovranno spiegare l’origine dei loro fondi: un paradiso legale e fiscale per le grandi compagnie minerarie.

Le elezioni regionali previste per il 22 marzo 2026, durante le quali saranno eletti governatori e consiglieri in tutto il Paese, sono ora lo strumento del governo e dei partiti istituzionali per disinnescare le lotte in corso, deviandole verso l’arena elettorale.

Al di là dell’esito immediato dello sciopero generale, questa irruzione del proletariato minerario è un monito per il governo e la borghesia. I lavoratori boliviani non hanno ancora avuto l’ultima parola. Gli “aggiustamenti” contro i lavoratori non cesseranno, ovviamente (i portavoce del governo hanno dichiarato che le tariffe saranno riviste ogni sei mesi), ma la Bolivia operaia e contadina si è mossa.

Tuttavia la continuità formale delle mobilitazioni, pur rilevante, non risolve il problema di fondo: senza unità d’azione dal basso, senza un coordinamento efficace tra i diversi settori in lotta e senza una politica indipendente dal governo e dallo Stato, la protesta rischia di rimanere intrappolata in un circolo vizioso di logoramento e contenimento. La sfida centrale non è semplicemente “rimanere mobilitati”, ma contestare una direzione della lotta a dir poco inconseguente, rompere con la logica della mediazione burocratica e procedere verso una risposta unitaria che consenta di trasformare la rabbia sociale in una forza capace di affrontare in modo completo le misure di austerità rappresentate dal Decreto 5503, e di imporne il ritiro.

[Fonti: Prensa Obrera, La Izquierda Diario, Politica Obrera]

da: https://pungolorosso.com/2026/01/08/bolivia-i-minatori-guidano-lo-sciopero-generale-contro-il-gasolinazo-di-paz-pereira/


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