Le reazioni cinese ufficiali e dei commentatori all’operazione militare statunitense in Venezuela

DAZIBAO

La reazione della Cina all’operazione statunitense in Venezuela non si è fatta attendere. Come riporta il Global Times, la Cina ha espresso “seria preoccupazione per il controllo forzato esercitato dagli Stati Uniti sul presidente Nicolas Maduro e sua moglie e per il loro trasferimento fuori dal Paese”. La mossa degli Stati Uniti, secondo le dichiarazioni cinesi, “viola chiaramente il diritto internazionale, le norme fondamentali delle relazioni internazionali e gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite”, come ha dichiarato domenica il portavoce del Ministero degli Esteri cinese.

La Cina chiede agli Stati Uniti di garantire la sicurezza personale del presidente Nicolas Maduro e di sua moglie, di rilasciarli immediatamente, di cessare di rovesciare il governo del Venezuela e di risolvere le questioni attraverso il dialogo e la negoziazione, ha affermato il portavoce.

Lunedì il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Lin Jian ha dichiarato che, indipendentemente dai cambiamenti internazionali, la Cina resta amico e partner dei paesi latinoamericani e caraibici. Lin ha osservato che la Cina mantiene coerenza e stabilità nelle sue politiche latinoamericane, aderendo al principio di non ingerenza negli affari interni, rispettando le scelte del popolo latinoamericano e non tracciando linee ideologiche. 

Per quanto riguarda il Venezuela nello specifico, come dichiarato da Lin Jian “la cooperazione tra Cina e Venezuela è una cooperazione tra due Stati sovrani, protetta dal diritto internazionale e dalle leggi nazionali dei due Paesi. Indipendentemente dall’evoluzione della situazione politica in Venezuela, la volontà della Cina di approfondire la cooperazione pratica con il Venezuela in vari ambiti non cambierà. Gli interessi legittimi della Cina saranno tutelati nel rispetto della legge”.

Resta però una domanda di fondo: la Cina è in grado di fornire maggiori garanzie di sicurezza ai suoi “alleati globali”? Dopo aver lanciato l’attacco a sorpresa contro il Venezuela, domenica il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rivolto la sua attenzione ad altri tre paesi latinoamericani – Cuba, Colombia e Messico – lanciando minacce contro di loro. A ciò si aggiungono le minacce di Trump contro l’Iran e l’interesse per la Groenlandia. Se queste minacce dovessero concretizzarsi, cosa farà la Cina?

La stessa domanda è stata rivolta a Lin Jian in conferenza stampa da un giornalista del quotidiano spagnolo ABC. La risposta è stata che “la Cina persegue una politica estera di partenariato, non di alleanza”. Risposta evasiva anche riguardo la situazione in Iran, con il commento di Lin Jian che si è limitato a auspicare “che il governo e il popolo iraniano possano superare le attuali difficoltà e mantenere la stabilità nazionale. La Cina si oppone inoltre fermamente alle interferenze esterne negli affari interni dell’Iran e invita tutte le parti a impegnarsi maggiormente per promuovere la pace e la stabilità in Medio Oriente”.

Queste risposte, lette nel loro insieme, mettono in luce un nodo strutturale della politica estera cinese contemporanea: la Cina non promette protezione militare diretta, né intende assumere il ruolo di garante armato di un ordine internazionale alternativo.

Pechino non costruisce blocchi militari, non firma trattati di difesa collettiva sul modello NATO, non dispiega truppe per “difendere” governi amici. Al contrario, insiste su un principio che considera fondativo: la sovranità come linea rossa, e la stabilità come bene primario. In questo quadro, la sicurezza non è garantita dall’ombrello militare, ma dall’intreccio di interessi economici, politici e diplomatici, resi il più possibile costosi da spezzare per una potenza esterna.

È una logica che emerge chiaramente anche nel caso venezuelano. La Cina non parla di ritorsioni, non minaccia interventi, non alza il livello dello scontro. Ribadisce però che i suoi interessi sono “protetti dal diritto internazionale” e che la cooperazione con Caracas non è subordinata ai cambiamenti politici imposti dall’esterno. Tradotto: chi colpisce un partner cinese non colpisce solo un governo, ma una rete di relazioni economiche e politiche di lungo periodo.

Questa impostazione, tuttavia, presenta un limite evidente. In un mondo in cui gli Stati Uniti dimostrano di essere disposti a usare la forza in modo sempre più diretto, selettivo e imprevedibile, la domanda sulla capacità della Cina di “difendere” i propri partner resta aperta. Non tanto in termini morali o giuridici, quanto in termini concreti di deterrenza. Se Washington può catturare un capo di Stato straniero senza mandato ONU, violando apertamente il diritto internazionale, quale valore pratico ha l’invocazione dei principi, se non è accompagnata da una capacità di risposta?

A livello diplomatico la risposta a questa domanda non la si trova. Ma sotto la superficie delle dichiarazioni formali, nel dibattito intellettuale e accademico cinese il caso Maduro viene letto in modo molto più radicale. Per molti studiosi cinesi, infatti, l’operazione statunitense non è semplicemente una violazione del diritto internazionale o un atto di forza isolato. È qualcosa di più profondo: un cambiamento strutturale dell’ordine mondiale che preannuncia l’intensificarsi del periodo di guerre.

Gli osservatori cinesi commentano anche le quattro accuse mosse a Maduro dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, tra cui: possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi e associazione a delinquere per il possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi. In che modo gli USA possono accusare un presidente straniero di detenere armi da fuoco? Secondo gli analisti cinesi, la risposta sta nello slittamento deliberato dal diritto internazionale al diritto penale interno statunitense.

È su questo piano che si collocano le analisi di osservatori cinesi, che leggono il caso Venezuela come un tassello di una più ampia “guerra globale”, in un sistema in cui la sovranità non è più un fatto giuridico oggettivo, ma un privilegio revocabile da chi detiene il potere di definire chi è legittimo e chi è criminale.

Nel resto del post, riservato agli abbonati sostenitori, entriamo nel dibattito interno cinese. Se vuoi andare oltre le dichiarazioni ufficiali e capire come la Cina interpreta davvero ciò che sta accadendo, puoi sostenere il progetto con un abbonamento!


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