Tra crisi istituzionale, proteste popolari e instabilità politica, la sospensione di Paetongtarn rilancia lo scontro tra l’élite conservatrice e il blocco riformista.
Martedì 1° luglio, la Corte costituzionale thailandese ha sospeso la premier Paetongtarn Shinawatra, accogliendo una petizione presentata da 36 senatori che la accusano di aver violato i principi etici richiesti dalla sua carica. L’accusa è arrivata in seguito a una controversa telefonata con l’ex primo ministro cambogiano Hun Sen, la cui registrazione è stata diffusa dallo stesso politico, provocando un’ondata di reazioni in Thailandia.
La conversazione risale al 15 giugno, quando Paetongtarn e Hun Sen si sono parlati con l’ausilio di interpreti per discutere della possibile rimozione delle restrizioni al confine tra Thailandia e Cambogia, a seguito di un nuovo peggioramento delle relazioni bilaterali. I rapporti tra i due paesi sono da anni segnati da tensioni ricorrenti lungo la frontiera, in particolare nell’area contesa tra la provincia cambogiana di Preah Vihear e quella thailandese di Si Sa Ket – area già teatro di scontri tra il 2008 e il 2011. Le tensioni si sono riaccese in modo drammatico il 28 maggio, in seguito a uno scontro armato che ha provocato la morte di un soldato cambogiano.
Nel corso della telefonata, Paetongtarn ha cercato di ridurre le tensioni con Hun Sen – non più primo ministro, ma figura ancora centrale in Cambogia -, si è rivolta all’ex leader cambogiano chiamandolo “zio” e si è detta disponibile a “organizzare qualsiasi cosa” lui desiderasse. In Thailandia però queste dichiarazioni sono state giudicate eccessivamente concilianti e deferenti, sollevando un’ondata di critiche da parte dell’opinione pubblica e, in particolare, dei settori più conservatori e nazionalisti del paese. Il passaggio ritenuto più controverso della conversazione riguarda però una sua velata critica a un comandante dell’esercito thailandese, che è stata interpretata come una delegittimazione indiretta delle forze armate. In Thailandia, l’esercito rappresenta una delle istituzioni più influenti, con un ruolo centrale nel sistema politico e un legame storico con la monarchia.
La diffusione della registrazione ha quindi alimentato il malcontento politico, rafforzando l’opposizione interna e provocando nuove spaccature nella già fragile coalizione di governo. Le dichiarazioni della premier sono state percepite da molti come un’umiliazione nazionale, anche all’interno dell’élite militare, e hanno portato a proteste nelle strade di Bangkok. Le scuse pubbliche di Paetongtarn e la sua difesa – secondo cui stava semplicemente cercando di tutelare la stabilità regionale e gli interessi del Paese – non sono bastate a placare le polemiche.
La crisi ha avuto rapide conseguenze politiche: uno dei maggiori partiti della coalizione di governo, il Bhumjaithai Party, di orientamento più conservatore e vicino all’establishment militare, si è sfilato mettendo a rischio la tenuta dell’esecutivo. Infine, la Corte costituzionale ha deciso di sospendere la premier in attesa di una decisione definitiva, concedendole 15 giorni per presentare una memoria difensiva.
Questo nuovo colpo di scena conferma, ancora una volta, la fragilità del sistema democratico thailandese.
Le ricorrenti crisi politiche in Thailandia
La sospensione di Paetongtarn Shinawatra rappresenta l’ultimo capitolo di una lunga e complessa serie di crisi politiche che hanno attraversato la Thailandia negli ultimi anni. Il sistema politico del Paese è da decenni profondamente influenzato dall’establishment monarchico-militare, che ha esercitato il proprio potere attraverso colpi di Stato, decisioni giudiziarie mirate e un controllo strutturale sul Parlamento, ostacolando ripetutamente la piena affermazione di un sistema democratico.
A partire dai primi anni 2000, l’esercito ha deposto due governi democraticamente eletti riconducibili a Thaksin Shinawatra, ex primo ministro, nonché padre dell’attuale premier sospesa. Dalla fine della monarchia assoluta nel 1932, in Thailandia ci sono stati anche più di venti tentativi di colpo di Stato, di cui tredici andati in porto. Inoltre, si contano nelle decine i partiti sciolti dal 2006, tra cui il riformista Move Forward, che aveva ottenuto il maggior numero di voti e seggi alle elezioni del 2023 ma era stato bloccato dal formare un governo. Un processo che, secondo molti osservatori, evidenzia l’usostrumentale della giustizia per colpire gli avversari politici e conservare lo status quo nel paese.
L’ingerenza delle élite conservatrici si è manifestata anche durante le elezioni generali del maggio 2023. Il partito riformista Move Forward, guidato da Pita Limjaroenrat, aveva conquistato il maggior numero di seggi grazie a una piattaforma politica incentrata su riforme democratiche, trasparenza istituzionale e una significativa riduzione del potere dell’esercito e della monarchia. Nonostante la netta vittoria elettorale, al partito è stato impedito di formare un governo. Il Senato thailandese, al tempo composto da 250 membri non eletti e nominati in gran parte dall’esercito durante la precedente giunta militare, ha infatti bloccato la nomina di Pita a primo ministro, considerandolo una minaccia all’ordine costituzionale e ai pilastri della monarchia. Nei mesi successivi, la Corte costituzionale ha sciolto Move Forward, dichiarandolo colpevole di essere una minaccia per la monarchia per aver proposto modifiche all’articolo di legge sulla lesa maestà. I suoi principali esponenti sono stati interdetti dalla politica per dieci anni.
Con l’esclusione forzata di Move Forward, il compito di formare un governo è ricaduto sul Pheu Thai, secondo partito più votato, storicamente legato alla famiglia Shinawatra. Il Pheu Thai, formazione di centro populista con una forte base elettorale nelle aree rurali del nord e nella classe media urbana, ha costruito una coalizione eterogenea, includendo anche partiti conservatori tradizionalmente associati all’establishment militare, come il United Thai Nation.
Alla guida dell’esecutivo è stato nominato Srettha Thavisin, uomo d’affari privo di esperienza politica ma vicino a Thaksin. Anche questo governo, tuttavia, ha avuto vita breve: a meno di un anno dalla nomina, Srettha è stato rimosso dalla Corte costituzionale, accusato di aver violato gli standard etici nella nomina di un consigliere governativo. Per evitare un ritorno anticipato alle urne — o un possibile intervento militare — la coalizione ha designato Paetongtarn Shinawatra, 38enne figlia di Thaksin, come nuova prima ministra, nel tentativo di mantenere stabilità politica e continuità amministrativa. La sua nomina ha immediatamente sollevato accuse di nepotismo e il sospetto, diffuso anche tra l’opinione pubblica, che fosse una figura sotto l’influenza diretta del padre.
La situazione in Thailandia è poi precipitata in seguito alla telefonata precedentemente descritta tra Paetongtarn e Hun Sen, che ha portato alla sospensione della premier dal suo incarico. La leader ha ora 15 giorni per presentare una memoria difensiva; nel frattempo, le funzioni di primo ministro ad interim dovrebbero essere assunte dal vicepremier e ministro dei trasporti Suriya Jungrungruangkit.
A complicare ulteriormente il quadro politico, anche Thaksin Shinawatra è tornato sotto i riflettori. Dopo aver vissuto in esilio per oltre quindici anni in seguito al colpo di Stato militare nel 2006 e successivamente condannato per corruzione, è rientrato in Thailandia nel 2023 in circostanze che molti analisti ritengono frutto di un accordo tra l’establishment monarchico e il Pheu Thai. Il suo ritorno era stato interpretato come un tentativo di stabilizzare il paese dopo la crisi post-elettorale. Le accuse a suo carico non sono però scomparse: lo stesso giorno della sospensione della figlia, Thaksin si è presentato in tribunale per rispondere a un’accusa di lesa maestà, legata a un’intervista rilasciata nel 2015 a un’emittente sudcoreana. In Thailandia, la legge sulla lesa maestà è tra le più severe al mondo, prevedendo pene fino a 15 anni di carcere per infrazioni. La vaghezza della norma ha fatto sì che venisse utilizzata come strumento politico per reprimere il dissenso e colpire gli avversari dell’establishment.
Quali scenari futuri?
La situazione politica in Thailandia rimane altamente incerta. La recente uscita dalla coalizione del partito Bhumjaithai, che deteneva 69 seggi alla Camera dei Rappresentanti, ha ridotto sensibilmente la maggioranza parlamentare del governo di Paetongtarn, rendendo l’esecutivo vulnerabile a un voto di sfiducia o all’eventualità di nuove elezioni anticipate.
Dunque, le opzioni più probabili al momento sono le seguenti: la formazione di una nuova maggioranza in Parlamento oppure il ritorno alle urne. Se Paetongtarn Shinawatra dovesse decidere di dimettersi – o fosse formalmente rimossa – potrebbe esserci un tentativo di costruire un’ulteriore coalizione da parte dei partiti ancora presenti in aula, anche se le possibilità di successo appaiono limitate. In caso di elezioni anticipate, però, il Pheu Thai si presenterebbe in posizione di svantaggio. Secondo gli ultimi sondaggi, infatti, l’elettorato ha mostrato scarso entusiasmo nei confronti dell’attuale governo, sia per l’assenza di risultati concreti sul piano economico – con una crescita stagnante rispetto ai vicini del Sud-est asiatico e una ripresa post-Covid molto più lenta del previsto – sia per la recente controversa che il partito ha stretto con forze conservatrici legate all’establishment militare e monarchico.
Questa scelta strategica, presa dopo le elezioni del 2023, ha deluso una parte della base elettorale del Pheu Thai, soprattutto per aver escluso dal governo il partito Move Forward, con cui condivideva molte istanze riformiste ed era risultato il più votato. L’abbandono di Move Forward ha alimentato un sentimento di tradimento politico che ora potrebbe riflettersi negativamente sulle performance elettorali del Pheu Thai.
Esistono anche altri possibili scenari, sebbene al momento appaiono meno probabili. Uno di questi è che Paetongtarn venga reintegrata nel suo ruolo. Ci sono precedenti in tal senso: ad esempio, nel 2022, Prayut Chan-o-cha, l’ex generale che aveva guidato il colpo di Stato del 2014, fu temporaneamente sospeso dalla Corte per aver superato il limite di anni previsti in carica, ma successivamente venne reintegrato nel ruolo di primo ministro. Tuttavia, anche se Paetongtarn dovesse tornare alla guida del governo, lo farebbe da una posizione estremamente indebolita, con una coalizione frammentata e un’opposizione rafforzata. È altamente probabile che, in quel caso, si troverebbe rapidamente esposta a una mozione di sfiducia.
Infine, resta la possibilità meno auspicata dalle forze democratiche del paese, ovvero un intervento diretto dell’esercito per riportare ordine nel paese. L’attuale panorama di instabilità si presta ad un possibile colpo di Stato militare, con l’incentivo di estromettere definitivamente della dinastia politica degli Shinawatra, che da oltre due decenni ha dominato la scena politica e rappresentato un contrappeso costante al potere militare e monarchico.
Tuttavia, al momento, l’intervento della Corte costituzionale potrebbe aver temporaneamente disinnescato questa opzione. Finché la magistratura continuerà a esercitare un ruolo attivo nella rimozione dei leader ritenuti scomodi per l’establishment monarchico-militare, è probabile che non si renda necessario un coinvolgimento diretto delle forze armate per ristabilire l’“ordine”. Resta però il fatto che il ricorso sistematico a strumenti giudiziari per neutralizzare il dissenso politico rafforza la percezione della democrazia thailandese come sempre più svuotata di sostanza.
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