Su suggerimento del compagno Fabrizio, riprendiamo da “Middle East Eye” un articolo di Razan Shawamreh che, per usare le sue stesse parole, mostra come Pechino esprima da un lato la propria opposizione all’attività di insediamento dei coloni sionisti, ma dall’altro “i suoi legami economici con Israele rafforzano le fondamenta del colonialismo sionista”, incluso il sostegno agli insediamenti cosiddetti illegali.

Del resto, verso la fine del 2024, a pieno genocidio in corso, gli scambi commerciali tra Cina e Israele – come osserva Patrick Bond, curatore con A. Garcia del libro Brics: an anti-capitalist critique – avevano raggiunto la cifra-record di 20 miliardi di dollari all’anno, includendo i 14,4 miliardi di dollari di esportazioni cinesi verso Israele. Questo, nonostante le affermazioni di dicembre 2023 secondo cui le navi cinesi della Cosco avrebbero evitato i porti israeliani, una posizione rapidamente rovesciata nel febbraio 2024. 

Notabene: le due parti principali del porto principale di Israele, Haifa, sono state privatizzate negli ultimi anni dal Shanghai International Port Group e dalla società indiana Adani, facilitando una fornitura più efficiente di armi e munizioni all’IDF. Anche l’espansione del porto di Ashdod – pure per scopi militari – è opera di una sussidiaria della China Harbour Engineering Company. Né è finita qui. Abbiamo già altra volta segnalato come dentro gli apparecchi di controllo su ogni passo dei palestinesi installati sul famigerato muro di separazione lungo 730 km., costruito dallo stato israeliano a protezione delle colonie sioniste e modificato una quantità di volte in totale spregio della “linea verde”, c’è una bella quota di tecnologia cinese.

Evviva l’”anti-imperialismo”, l’”anti-colonialismo” dei BRICS! (Red.)

Link all’articolo originale di Razan Shawamreh su Middle East Eye:

https://www.middleeasteye.net/opinion/china-quietly-aiding-israels-settlement-enterprise-how

Dietro la maschera diplomatica della neutralità e del sostegno alla causa palestinese, la Cina sta giocando un ruolo tutt’altro che marginale nell’espansione dell’impresa coloniale israeliana. A rivelarlo è un’inchiesta firmata da Razan Shawamreh e pubblicata da Middle East Eye, che documenta come la Repubblica Popolare Cinese, attraverso aziende statali e private, contribuisca attivamente al rafforzamento degli insediamenti illegali nei Territori Palestinesi Occupati.

La presenza di manodopera cinese in colonie come Beit El e Yitzhar non è più un’eccezione, ma una realtà sistematica. Operai cinesi costruiscono abitazioni e infrastrutture all’interno degli insediamenti, frequentano i negozi palestinesi nei villaggi vicini e rappresentano una forza lavoro essenziale nel progetto di consolidamento territoriale israeliano in Cisgiordania.

A questo si aggiunge il sostegno diretto da parte di grandi imprese cinesi. Adama Agricultural Solutions, controllata dalla statale ChemChina, fornisce supporto logistico agli agricoltori dei territori occupati e finanzia borse di studio per residenti delle colonie. Le sue forniture sono utilizzate anche nelle attività agricole in insediamenti come quelli nella Valle del Giordano, contribuendo a radicare una presenza coloniale considerata illegale dal diritto internazionale.

Anche i capitali parlano chiaro. Bright Food, colosso cinese dell’agroalimentare, ha rilevato la maggioranza del pacchetto azionario di Tnuva, azienda israeliana attiva nella distribuzione alimentare e nei trasporti. I mezzi Tnuva oggi servono quotidianamente sedici insediamenti, integrandoli nella rete logistica israeliana e normalizzandone l’esistenza agli occhi dell’opinione pubblica.

Nel panorama dell’industria cosmetica, spicca l’acquisizione di Ahava da parte del gruppo cinese Fosun. Ahava opera all’interno della colonia di Mitzpe Shalem, sulle rive del Mar Morto. La sua sede produttiva si trova su terra palestinese occupata, ed è per questo oggetto da anni di campagne internazionali di boicottaggio. Con l’ingresso di Fosun, anche questo marchio è entrato nella sfera economica cinese, confermando una linea di investimenti che, nei fatti, rafforza l’occupazione e legittima l’apartheid.

Nel contesto attuale, in cui Gaza è sottoposta a un attacco senza precedenti e la Cisgiordania è sotto assedio coloniale, il silenzioso ma strategico appoggio cinese rappresenta una contraddizione pesante tra parole e azioni. Pechino, pur condannando formalmente gli insediamenti, continua a trarre profitto da un sistema basato sulla sottrazione violenta della terra palestinese. Una diplomazia che parla di pace, ma investe nella guerra.

da: https://pungolorosso.com/2025/05/14/ce-anche-la-cina-dietro-i-coloni-sionisti-e-nel-porto-di-haifa-strategico-per-le-armi-allidf-italiano-english/


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