È di 10 miliardi di dollari il valore economico degli accordi commerciali siglati ieri, in Arabia Saudita, nell’ambito del bilaterale tra la premier Giorgia Meloni e il principe e primo ministro saudita Mohammad Bin Salman. Una cifra considerevole che, senza neanche passare dalle tasche dello Stato, arriverà ai siti industriali di Leonardo, Fincantieri, Pirelli.
Al centro dell’incontro svoltosi alla corte del principe saudita c’erano infatti, ancora una volta, i finanziamenti all’industria bellica e ad altri settori chiave che, come ha sottolineato Valentino Valentini, viceministro delle Imprese e del Made in Italy, saranno finalizzati soprattutto allo «sviluppo dell’idrogeno verde, alla trasformazione digitale, agli scambi culturali, alla difesa e all’innovazione tecnologica”. Non stupisce dunque né la mancanza di un qualsiasi accenno alle problematiche di Riad con i diritti umani, né la presenza degli amministratori delegati di Leonardo, Roberto Cingolani, di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, e di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, alla tavola rotonda prevista nel pomeriggio e interamente dedicata all’imprenditoria dei due paesi.
Tuttavia, sono sembrate soprattutto le armi le vere protagoniste di questo “nuovo partenariato strategico” sventolato da Meloni come segno evidente di un rafforzamento dei rapporti tra Roma e Riad. Il bilaterale ha infatti posto le basi anche per l’ingresso dell’Arabia Saudita nel Gcap, ovvero il Global Combat Air Programme che vede Italia, Inghilterra e Giappone già impegnate nella costruzione di un caccia di sesta generazione.
Ma cosa significherebbe far entrare un paese come l’Arabia Saudita nel Gcap? E quali potrebbero essere le possibili ripercussioni? Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, l’analisi e il commento di Francesco Vignarca, della Rete Pace e Disarmo
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