di Andrea Ferrario

Il tentativo di golpe del presidente Yoon, il successivo impeachment e l’assalto al tribunale rivelano una profonda spaccatura generazionale e di genere nella società sudcoreana. Da un lato, giovani uomini arrabbiati e radicalizzati. Dall’altro, donne che lottano per i propri diritti in un paese ancora profondamente patriarcale.

Dalla legge marziale all’assalto al tribunale

La Corea del Sud sta attraversando la crisi politica più grave dalla sua democratizzazione. La dichiarazione della legge marziale da parte del presidente Yoon Suk-yeol il 3 dicembre 2024, seguita dal suo impeachment il 14 dicembre e culminata nel violento assalto al tribunale distrettuale occidentale di Seoul il 19 gennaio di quest’anno, ha scosso le fondamenta del sistema politico sudcoreano. Ma questi eventi hanno anche portato alla luce una frattura sociale più profonda, che corre lungo linee sia generazionali che di genere.

L’assalto al tribunale ha rivelato un dato sorprendente: su 90 persone arrestate, 46 erano giovani tra i 20 e i 30 anni. Un cambiamento radicale rispetto alle tradizionali mobilitazioni dell’estrema destra coreana, storicamente dominate da persone anziane con le bandiere Taegeukgi. Questa nuova ondata di estremismo giovanile maschile si è formata principalmente online, attraverso forum come “DC Inside”, comunità web e canali YouTube che hanno contribuito a radicalizzare una generazione di giovani uomini frustrati e arrabbiati.

Il fenomeno affonda le sue radici nella complessa evoluzione della società sudcoreana degli ultimi decenni. La crisi finanziaria del 1997 ha segnato un punto di svolta, con l’aumento delle disuguaglianze nel mercato del lavoro che ha colpito in modo particolare i giovani. Molti maschi tra i 20 e i 30 anni si percepiscono come vittime di un sistema che li discrimina. Il servizio militare obbligatorio, che li costringe a interrompere gli studi per quasi due anni, viene visto come un peso ingiusto che li mette in svantaggio rispetto alle coetanee. Questa percezione si è intrecciata con una crescente ideologia anti-femminista, che interpreta ogni avanzamento nei diritti delle donne come una minaccia ai privilegi assegnati ai maschi da una società patriarcale.

Il presidente Yoon ha saputo intercettare e alimentare questi sentimenti fin dalla sua campagna elettorale. Ha proposto l’abolizione del ministero per l’Uguaglianza di Genere, ha negato ripetutamente l’esistenza di discriminazioni strutturali contro le donne e ha attribuito al femminismo la responsabilità del drammatico calo demografico del paese, che ha ora il tasso di fertilità più basso al mondo. La sua retorica ha trovato terreno fertile in una base elettorale giovane e maschile, che rappresenta il nucleo duro del suo sostegno anche dopo l’impeachment.

La radicalizzazione dell’estrema destra giovanile è stata favorita anche dal ruolo delle chiese protestanti ultraconservatrici. Figure carismatiche come il reverendo Jun Kwang-hoon della Chiesa Sarang Jeilhanno saputo intercettare il malessere sociale di giovani emarginati, offrendo loro un mix tossico di conservatorismo culturale, anti-femminismo e nazionalismo aggressivo. Mentre le megachiese di Gangnam, quartiere di riferimento della borghesia di Seul, predicano un “conservatorismo del benessere” che combina valori tradizionali e neoliberismo economico, le chiese più radicali hanno attratto giovani delle classi meno privilegiate, fornendo loro un senso di appartenenza e una narrazione che offre giustificazioni alla loro rabbia.

La resistenza delle donne, tra K-pop e diritti negati

Sul fronte opposto, le donne sudcoreane hanno risposto con una mobilitazione senza precedenti. Le proteste contro Yoon hanno visto una partecipazione massiccia di giovani donne tra i 20 e i 30 anni, che rappresentavano circa un terzo dei manifestanti nelle piazze di Seoul. Queste manifestazioni hanno assunto forme innovative e creative, con l’utilizzo di elementi della cultura K-pop e bastoni luminosi tipicamente usati ai concerti, trasformando le proteste politiche in eventi che mescolano attivismo e cultura giovanile.

Questa mobilitazione femminile non è casuale. La Corea del Sud occupa il 94° posto su 146 paesi nella classifica mondiale dell’uguaglianza di genere, un dato scioccante per la quarta economia asiatica. Le donne guadagnano in media il 31% in meno degli uomini, rappresentano solo il 7,3% dei dirigenti nelle 500 maggiori aziende del paese e occupano appena il 20% dei seggi parlamentari. Ma i problemi non si limitano alla sfera economica e politica.

L’ultimo anno ha visto un’epidemia di crimini digitali contro le donne, con oltre 200 scuole coinvolte in casi di deepfake pornografico orchestrati da studenti maschi contro le loro compagne. Le telecamere nascoste nei bagni pubblici femminili sono diventate un’emergenza nazionale, mentre i casi di stalking e violenza di genere continuano ad aumentare. In questo contesto, molte donne vedono ancora la necessità di spazi protetti, come dimostrato dalla recente protesta all’università femminile Dongduk.

La vicenda della Dongduk è emblematica. Quando l’amministrazione ha annunciato l’intenzione di ammettere l’iscrizione di studenti maschi in alcuni dipartimenti, le studentesse hanno occupato l’edificio principale per settimane, con lo slogan “Preferiamo morire piuttosto che aprire le nostre porte”. La protesta non riguardava solo l’ammissione degli uomini, ma il più ampio significato delle università femminili come spazi di empowerment in una società ancora profondamente patriarcale.

La resistenza delle donne ha una lunga storia in Corea del Sud. Dalle organizzazioni operaie femminili degli anni ’70 sotto la dittatura di Park Chung-hee, alle proteste del 2016-2017 contro sua figlia, la presidentessa Park Geun-hye, le donne sono state sempre in prima linea nei movimenti di resistenza. I movimenti delle candele, una forma ricorrente di protesta pacifica nel paese, sono nati dalle veglie in memoria di due studentesse uccise da un veicolo militare americano nel 2002, e hanno visto una forte partecipazione femminile nelle proteste contro l’importazione di carne americana nel 2008.

L’attuale ondata di proteste femminili rappresenta però qualcosa di nuovo. Non si tratta solo di opposizione a un presidente, ma di una battaglia più ampia per trasformare la società sudcoreana. Le manifestanti chiedono non solo le dimissioni di Yoon, ma anche riforme strutturali per affrontare la discriminazione di genere, la violenza contro le donne e la cultura patriarcale.

Il prezzo del miracolo: una società in cerca di equilibrio

La crisi attuale riflette anche i limiti del “miracolo economico” sudcoreano. La rapida modernizzazione economica non è stata accompagnata da una parallela modernizzazione sociale e culturale. Il paese rimane intrappolato tra spinte progressive e reazionarie, tra la necessità di adattarsi ai cambiamenti demografici ed economici e la resistenza di chi vede minacciati i propri privilegi.

Il fenomeno dei giovani maschi dell’estrema destra va letto in questo contesto. La loro rabbia è anche il sintomo di un’incapacità di adattarsi a un mondo in cui i privilegi maschili tradizionali non sono più garantiti. L’influenza di figure come Yoon e dei predicatori ultraconservatori ha strumentalizzato questa frustrazione, trasformandola in un pericoloso mix di misoginia, autoritarismo e violenza politica.

Il futuro della società sudcoreana dipenderà dalla capacità di gestire queste tensioni. La sfida non è solo politica, ma culturale e sociale. Sarà necessario trovare modi per integrare i giovani uomini che si sentono emarginati, senza però cedere alle loro rivendicazioni anti-democratiche e misogine. Allo stesso tempo, il movimento delle donne dovrà continuare la sua lotta per l’uguaglianza, resistendo ai tentativi di restaurazione patriarcale. La Corea del Sud si trova a un bivio: o riesce a costruire una società più equa, o rischia di vedere le aspirazioni democratiche compromesse dalle fratture sociali e di genere che la attraversano.

(fonti utilizzate: The GuardianBBC News KoreaThe Korea HeraldThe Korea TimesNikkei AsiaYTNThe DiplomatHankyoreh)


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