Siamo umanamente e politicamente soddisfatti per la liberazione della giornalista italiana Cecilia Sala, immotivatamente e vergognosamente detenuta per settimane nel famigerato carcere iraniano di Evin e della parallela liberazione del cittadino svizzero-iraniano Mohammad Abedini Najafabadi, detenuto senza alcuna prova di colpevolezza a Milano. Ma, il problema della efferata e criminale repressione del regime teocratico degli ayatollah iraniani continua e richiede da parte della sinistra democratica e internazionalista una continua mobilitazione.

L’attivista curda Pakhshan Azizi rischia un’imminente esecuzione dopo che la Corte Suprema iraniana ha confermato la sua condanna a morte l’8 gennaio, nonostante i difetti procedurali e le prove del suo pacifico lavoro umanitario. 

La decisione ha suscitato aspre critiche da parte di gruppi per i diritti umani e organizzazioni politiche, che l’hanno definita politica e ne hanno chiesto l’annullamento. Il Partiya Jiyana Azad a Kurdistanê‎ (PJAK, Partito per la Vita Libera del Kurdistan) ha condannato la ratifica della condanna a morte di Azizi, definendola una decisione politicamente motivata ed esortando a protestare contro il modo in cui l’Iran prende di mira le donne e gli attivisti curdi, tra cui l’a colleg’altra detenuta Warisheh Moradi. Il PJAK ha collegato la sentenza alla più ampia politica del “pugno di ferro” del regime, che sostiene sia una reazione all’isolamento politico e ai fallimenti della politica estera, che hanno lasciato l’Iran in una posizione indebolita. 

Nella sua dichiarazione, il PJAK ha sottolineato che tali decisioni non farebbero che intensificare la resistenza delle donne e dei gruppi minoritari in Iran. Il gruppo ha sottolineato che le donne sono al centro dei valori della società e qualsiasi attacco nei loro confronti mina la dignità del popolo. Il PJAK ha inoltre invitato le organizzazioni internazionali a esercitare pressioni sull’Iran per l’abolizione della pena di morte e ha esortato a continuare la resistenza popolare. 

Il Centro per i diritti umani in Iran (CHRI) ha lanciato l’allarme sull’imminente esecuzione di Azizi, sottolineando che si tratterebbe della prima esecuzione di una donna prigioniera politica in Iran in 14 anni. Il CHRI ha descritto il caso come una significativa escalation nell’uso della pena di morte da parte del regime teocratico contro gli oppositori politici, evidenziandone la continua violazione dei diritti umani. 

Inoltre, 68 organizzazioni per i diritti umani e delle donne dell’Iran e del Kurdistan iraniano (Rojhilat) hanno firmato una petizione congiunta per chiedere l’annullamento della condanna a morte di Azizi. “Pakhshan Azizi ha dedicato la sua vita alla difesa dei diritti delle donne e alla promozione dell’uguaglianza sociale. La sua esecuzione rappresenterebbe una grave ingiustizia nei confronti dei diritti umani”, hanno dichiarato.

Pakhshan Azizi è un’assistente sociale e ha lavorato anche come giornalista. Ad agosto dell’anno scorso, è stata arrestata a Teheran da agenti del ministero dell’Intelligence ed è stata gravemente torturata sia fisicamente che psicologicamente per settimane. Attualmente è detenuta nella famigerata prigione di Evin, proprio dove, fino a qualche giorno fa era detenuta Cecilia Sala. Il 23 luglio, un tribunale della capitale iraniana ha condannato Azizi a morte per impiccagione per “ribellione armata contro il sistema”. Il suo fascicolo è stato poi inviato alla Corte Suprema.

È stata accusata, senza prove, di essere un membro del Partito per una vita libera in Kurdistan (PJAK). Lei stessa nega l’accusa come infondata e parla di un verdetto politico. I processi in Iran sono sistematicamente iniqui perché ai prigionieri viene negato il diritto al giusto processo, incluso l’accesso all’assistenza legale, e le “confessioni” estorte tramite tortura sono solitamente utilizzate come prova per la loro condanna.

Pakshan Azizi ha studiato assistenza sociale all’Università Allameh Tabatabai di Teheran, dove è stata arrestata per la prima volta nel novembre 2009. È stata accusata di aver preso parte alle proteste studentesche contro l’esecuzione di prigionieri politici curdi. È stata rilasciata su cauzione nel marzo 2010.

Inoltre, Azizi deve affrontare una nuova accusa di “rivolta in prigione”, proprio un reato del tipo di quelli che il “decreto sicurezza” del governo Meloni introdurrebbe anche in Italia.

Nello scorso agosto, Aziz Azizi (il padre di Pakhshan), Parshang Azizi (la sorella) e Hossein Abbasi (il cognato) sono stati condannati a un anno di prigione per l’accusa di “aver aiutato un criminale a eludere il processo e la condanna”

Le sue compagne di prigione nel carcere di Evin hanno organizzato diversi sit-in e scioperi della fame per dimostrare solidarietà e protestare contro la sentenza.

da: https://andream94.wordpress.com/2025/01/14/iran-lattivista-curda-pakhshan-azizi-a-rischio-imminente-di-impiccagione/


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