Avevamo scritto questo pezzullo da un paio di giorni. Ma tra vari affanni e priorità era rimasto fermo. Lo pubblichiamo egualmente, anche se l’ipotesi che avanzavamo si è verificata, sgonfiando il caso. Tuttavia la sua spropositata gonfiatura ha avuto comunque una funzione pro-governo Meloni, pro-Italia, pro-sionista, pro-USA – che ci sembra utile denunciare. (Red. di Pungolorosso.com) 

Per giorni non si è parlato di altro che della liberazione della giornalista di Chora Media e de Il foglio avvenuta trionfalmente in breve tempo con una caterva di lodi alla ducetta e alle sue incredibili doti. Celebrazioni a tutto campo dell’azione-lampo napoleonica hanno riempito i TG, e le adunate televisive di esperti e opinionisti di stato e di mercato.

La prima considerazione che ci viene in mente è il paragone con Ilaria Salis, con la lunghezza, le condizioni e la vicenda politica della sua detenzione risolta con l’elezione al parlamento europeo, e non certo per l’azione del governo italiano. Dunque i 20 giorni di Cecilia Sala martire (mancata), al confronto di altre assai più lunghe detenzioni, sembrano nulla più che uno sfortunato intoppo nella carriera di una “giornalista” dai dubbi compiti: giusto il tempo necessario per preparare la campagna propagandistica di stato che ha portato il “gradimento popolare” del governo repubblichino delle destre ai suoi più alti livelli.

Il vertice del disgustoso l’ha raggiunto la cd. sinistra parlamentare, che ha superato sé stessa nella consueta esibizione di amor di patria e di “difesa degli italiani”. Neanche l’ombra di un dubbio sulla “nobile missione” della candidata martire. Tutti in piedi ad applaudire freneticamente l’atterraggio in suolo patrio della Cecilia nazionale, festosi, acclamanti per dimostrare che i veri italiani sono loro, loro che non fanno distinzioni tra italiani rossi e neri! (inclusi tra gli acclamanti Ilaria Salis e i suoi colleghi di AVS, animatori della Rete A pieno regime, quello che per un verso criticano un po’, per l’altro acclamano nei suoi “successi”.)

Il vertice del grottesco l’ha toccato il filosofo-psicologo Umberto Galimberti, sempre sul giornale del centro-sinistra, augurandosi che questa ventina di giornate terribili con tanto di telefonate a casa e movimenti di diplomazie intercontinentali per riportarla a casa non l’abbiano a segnare indelebilmente per tutta la vita con uno “stress post-traumatico” – se avete voglia di sbellicarvi dalle risate leggete il suo pezzo su la Repubblica dell’8 gennaio intitolato: “Cecilia, ora usa la tua forza per rimanere chi sei”. 

Ma appena diminuito questo baccano (noi già quando era assordante, francamente), ha cominciato a farsi largo, qua e là, un’altra narrazione. I primi dubbi sono venuti con il viaggio della Meloni in Florida: possibile che un ribaldo quale Trump, proprio nella sua fase di assalto al mondo intero, abbia rinunciato per un solo sguardo della Meloni all’estradizione dell’ingegner Abedini? Uhm. Inspiegabile anche il cedimento degli “integralisti islamici” che senza far troppe storie restituiscono alla sua “patria” una donna sulla base di un negoziato, di cui non c’è traccia, con un’altra donna. Davvero poco credibile. Che la Meloni sia in grado anche di convertire gli ayatollah? Dai giornali tutti – anche dai bollettini parrocchiali – si è via via levata la sola ipotesi plausibile: lo scambio è prossimo, e Meloni ha voluto assicurarsi che lo zio Tom non avesse nulla da ridire! “Nessuno ha più dubbi al riguardo”, titola un giornalista – Piccolo per Wired, rivista Usa – che prendiamo a caso. 

Sì, ma la Sala cos’era andata a fare in Iran? Viene il dubbio, da ciò che lei stessa ha dichiarato, che fosse andata lì con la missione di innescare una campagna di stampa occidentale contro l’Iran al momento opportuno – cioè esattamente quando Israele e Stati Uniti hanno messo nel mirino l’Iran per nuovi attacchi da preparare con adeguate campagne propagandistiche. Noi questo dubbio l’abbiamo, e non ci pare di essere i soli. La mancata martire ha un passato e un presente di chiara (e anche furba) disponibilità verso la propaganda sionista e nordamericana. La circostanza della stretta amicizia familiare con Tajani, l’emergere di una sua possibile attività di intelligence in rete con Italia e Usa, non sono gossip. Sarebbero bastate le sue dichiarate posizioni politiche perché il governo iraniano la considerasse “indesiderabile”, con le conseguenze che già conosciamo in casi analoghi (e non solo in Iran). Del resto lei stessa ha affermato: nei primi giorni di prigionia “ho preso in considerazione l’ipotesi di essere accusata di reati come pubblicità contro la Repubblica islamica, o molto più gravi.  Davvero? E come mai, cara?

Non si tratta solo di questo perché la giornalista – sempre vestendo i panni dell’informazione imparziale – non si è fatta mancare di giustificare il genocidio a Gaza (termine vietato nei suoi “servizi” che parlano dei palestinesi comandati di evacuare da Gaza come di “ostaggi di Hamas”), né di prendere posizione contro la Russia che ha ormai un’intesa strategica con l’Iran. Che gli Ayatollah o qualche burocrate zelante abbiano cercato di prendere due piccioni con una fava giocando allo scambio di prigionieri con l’ingegnere Abedini, non è dato saperlo con certezza. L’ipotesi  resterà forse nella collezione dei misteri della diplomazia internazionale, e là la lasciamo. Resta invece interessante sapere cosa realmente facesse Cecilia Sala in Iran. Il visto giornalistico concesso dalle autorità iraniane aveva la durata di dieci giorni, e non crediamo possano bastare per un’inchiesta che abbia un minimo di fondamento e razionalità, tutt’al bastano per un’incursione. I suoi report, del resto, sono del tipo di quelli apparsi su Repubblica a firma di Giovanni Porzio, che scrive e scatta foto da casa sua e lamenta lo sconforto dei giovani nelle strade di Teheran che dicono – a bassa voce per non essere arrestati – “siamo senza futuro”, un po’ come… i disoccupati, i licenziati e tanti giovani precari italiani. Non c’era alcun bisogno che Cecilia ci illuminasse con i suoi articoli che tutto rappresentano tranne la sola cosa che a noi interessa: la condizione e la difesa della classe lavoratrice dell’Iran, autoctona e immigrata, delle minoranze nazionali e delle donne senza privilegi.

L’abbiamo detto molte volte e lo ribadiamo ancora (per qualche attardato cronico): non nutriamo alcuna simpatia per il regime degli Ayatollah, a cui non attribuiamo la minima valenza anti-imperialista come fanno un po’ di sbandati alla deriva (o di mascalzoni matricolati). Siamo stati e siamo compagni e fratelli di classe di quanti/e hanno combattuto contro questo regime ferocemente capitalistico, e quello precedente dello Scià, da rivoluzionari. Ma, questo è sicuro, non prendiamo lezioni “libertarie” dai gazzettieri dell’imperialismo, del totalitarismo democratico e del sionismo del Foglio e di Chora, fiancheggiatori delle più feroci gang del banditismo internazionale. Siamo dalla parte delle masse sfruttate e oppresse (femminili e maschili) dell’Iran, quelle di cui alle Cecilia Sala & Co. non gliene po’ frega’ de meno. E compiremo ogni sforzo possibile alle nostre limitate forze per sostenere la lotta per la loro emancipazione dai propri governi, dal proprio stato e dai vecchi predoni imperialisti, che non vedono l’ora di poter tornare a dettare la loro legge anche in Iran. Grazie ai servigi di personaggetti come la “nostra” mancata martire.

Da: https://pungolorosso.com/2025/01/12/cecilia-la-martire-mancata/


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